Bush: su Internet ha ragione la Cina

L'amministrazione prepara un piano che rende complici i provider per monitorare e intercettare le comunicazioni che girano sulla grande rete. Pechino lo diceva che internet è pericolosa e va controllata. Washington si adegua


Roma – Le nubi che da tempo si addensano sulle net policy americane si sono fatte più dense: dall’amministrazione Bush arriva infatti ora la proposta di collegare tutti i provider americani ad un unico sistema centralizzato di controllo delle comunicazioni internet.

La proposta, ancora non chiaramente formulata e che dovrà comunque passare al vaglio del Congresso, è contenuta nel dispositivo finale di un rapporto intitolato “National Strategy to Secure Cyberspace”, ultimo atto di analisi degli esperti della “Critical Infrastructure Protection Board”, commissione voluta e battezzata proprio dal presidente George Bush.

Al momento, all’idea proveniente dalla Board mancano i dettagli essenziali: quali tecnologie utilizzare per “coordinare” il monitoraggio del traffico internet, quali accordi far sottoscrivere ai provider, quali i costi e via dicendo. Si parla apertamente, comunque, e può apparire un compito improbo e quasi utopistico, della “verifica in diretta” di quote importanti di quanto circola su internet.

Tutto questo dev’essere poi associato ai già esistenti progetti Carnivore , che prevedono l’installazione presso gli ISP statunitensi di sistemi che consentano alle autorità di monitorare all’occorrenza specifiche comunicazioni internet, al Patriot Act e ancora di più al piano Total Information Awarereness , che suscitano grande scandalo per l’ampiezza dei poteri di monitoraggio e intercettazione che offrono alle polizie e alla Difesa statunitense mediante i più aggiornati strumenti tecnologici.

In questo quadro preoccupante, che rischia di avvicinare pericolosamente le politiche di controllo del flusso dei dati applicate da Washington a quelle già ampiamente impiegate dal regime cinese di Pechino, alcuni nomi dell’industria della connettività a stelle e strisce hanno già fatto trapelare sulla stampa la propria grande preoccupazione.

Stando a quanto ricostruito dal New York Times , infatti, un rappresentante di alcuni dei maggiori provider americani ha già fatto sapere che gli ISP “sono preoccupati delle implicazioni sulla privacy e di quelle sulla responsabilità” e questo perché fornire alle autorità l’accesso “in diretta” ai dati circolanti sulla rete potrebbe essere considerato (il corsivo è di PI) quale “sistema di controllo”, svincolato da disposizioni specifiche della magistratura, altrimenti previste per i casi di intercettazione.

Un alto funzionario della Board di Washington ha tentato di gettare acqua sul fuoco spiegando da un lato che la proposta è ancora in fase embrionale e dall’altro che non è detto che la raccolta dei dati debba arrivare al dettaglio sul singolo utente né essere così estesa come temuto da alcuni. Ma, ha spiegato, occorre fare in modo che si possa avere un’idea di quello che accade: “Nessuno oggi può vedere le cose nel loro insieme. Quando qualcosa sta succedendo lo veniamo a sapere troppo tardi”. Un’affermazione che si riferisce agli sbandierati possibili attacchi telematici alle infrastrutture informatiche e produttive degli Stati Uniti.

A calmare gli animi, senza riuscirvi, ci ha provato anche Micheal Vatis, esperto di sicurezza a suo tempo fondatore del “National Critical Infrastructure Protection Center” in seno all’FBI e ora direttore dell’Istituto per gli studi sulle tecnologie di sicurezza di Dartmouth. Secondo Vatis una tecnologia utilizzata senza i controlli legali necessari “potrebbe essere usata per violare la privacy” e dunque al suo utilizzo bisognerebbe procedere solo dopo un attento vaglio. Ma ha poi concluso che – d’altra parte – “si può ottenere una tecnologia capace di combattere utilmente contro il terrorismo, la guerra informatica o altre forme di aggressione”. La Sicurezza avanti a tutto.

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