Contrappunti/ A Google si chiede troppo?

Contrappunti/ A Google si chiede troppo?

di Massimo Mantellini - Cosa spinge il Garante della privacy a chiedere a Google di fornire risultati di ricerca che rappresentino correttamente gli individui? Scarsa conoscenza o aspettative esagerate?
di Massimo Mantellini - Cosa spinge il Garante della privacy a chiedere a Google di fornire risultati di ricerca che rappresentino correttamente gli individui? Scarsa conoscenza o aspettative esagerate?

Roma – Immagino si tratti di una questione di aspettative. Per qualche ragione Google, da un po’ di tempo a questa parte – diciamo dalla sua quotazione in borsa ad oggi – è diventata il soggetto immobile delle attese di molti differenti soggetti. Cosa farà Google con tutti i soldi rastrellati in borsa? Possiamo fidarci a lasciarle il controllo delle nostre caselle di posta elettronica sul web? Quali pubblicità sarò costretto ad accettare in cambio dei servizi che la azienda di Mountain View frequentissimamente rilascia? Che ne sarà della mia privacy ora che Google, incrociando i dati dei suoi fortunati servizi, sa così tante cose su di me?

Intendiamoci: si tratta in molti casi di preoccupazioni con un qualche fondamento, fermo restando che nessuno di noi è obbligato ad utilizzare Gmail o qualche altro servizio offerto dalla premiata ditta Brin & Page. Si tratta poi, in qualche caso, anche di eccessive aspettative degli utenti, legate ad una oggettiva centralità di Google, in particolare del suo motore di ricerca, nel panorama della rete Internet anno domini 2006.

Occorre allora dire, specie oggi – in occasione delle polemiche tutte italiane sul cosiddetto diritto all’oblio che Google, secondo l’ufficio del Garante della Privacy, dovrebbe consentire a qualsiasi navigatore della rete – che Google stessa è e resta “soltanto” un motore di ricerca. Quanti doveri dovremo prossimamente caricare sulle spalle di un motore di ricerca? Nell’idea come al solito avulsa dal contesto generale, e per tale ragione tecnologicamente irrisolvibile, contenuta nella richiesta di fornire dati corretti su una vicenda processuale ormai superata, c’è la pretesa che Google dica “la verità e nient’altro che la verità” su qualsiasi immaginabile argomento, restituendoci non più solo “ranking” e “collegamenti” ma anche “senso” e “verità” su ciascuna chiave di ricerca che utilizziamo. Non è difficile leggere in tutto questo la distanza che intercorre fra le pretese degli “aventi diritto” ed i limiti della tecnologia.

Google – lo sappiamo – usa un criterio noto per indicizzare le pagine che trova in rete: si tratta di un criterio matematico che ha come elemento centrale il “link”. Il pagerank è quindi, per dirla semplicemente, un ottuso (non tanto ottuso in effetti) contatore di link. Il pagerank non è invece, e sarebbe perfino banale affermarlo, il fotografo ufficiale dell’ambiente digitale che chiamiamo rete Internet. Nessuno lo ha mai immaginato come capace di restituirci una immagine verosimile del web. Soltanto il nostro Garante della Privacy pensa che ciò sia in qualche misura possibile.

Le aspettative che oggi sempre più soggetti ripongono sul motore di ricerca sono talvolta basate su assiomi condivisibili (ma non risolvibili nell’ambito di un algoritmo matematico che fruga banalmente dentro le pagine della rete e ne organizza i risultati) altre volte prestano il fianco, come nel caso rinfocolatosi recentemente del google-bombing di “miserabile fallimento” a richieste e strumentalizzazioni ridicole. Sempre e comunque focalizzano su Google (e su Internet in generale) chiamate in causa che nessun soggetto nel mondo reale è solito considerare troppo.

Che accade? Ciò che è importante on line non lo è ugualmente nella vita off line? Siamo un popolo che da decenni regala i propri dati, fin dal latte in polvere dei neonati, in cambio di qualsiasi stupidaggine pensata dal marketing: eppure le pagine tecnologiche dei nostri giornali sono piene di inquietudini e preoccupazioni sugli utilizzi possibili dei nostri profili nelle mani di Google. Il Garante della Privacy si butta ammirevolmente in questa avventura molto mediatica di garantire il diritto all’oblio ad una signora scontenta dei risultati che il motore di ricerca fornisce digitando il suo nome: qualcuno – sembra – andrà prossimamente a Mountain View a discutere della soluzione del problema presso la casa madre. E nessuno che si chieda che ne è invece del “diritto all’oblio” delle decine di persone che ogni giorno finiscono sulle pagine di cronaca dei nostri quotidiani o sugli schermi dei TG. Il diritto ad una corretta esposizione mediatica per simili soggetti non vale? Perché nessun garante va al Corriere della Sera o al TG5 a pretendere che il signor Pinco Pallo accusato nel 1997 di aver rubato 4 galline e poi risultato fortunatamente innocente abbia una qualche forma di pari trattamento che controbilanci la notizia del suo spettacolare arresto?

Sono le aspettative che rovinano la reputazione di Google. Ed anche questa considerazione provinciale ed errata che la tecnologia tutto possa. Ogni nanometrica quisquilia dovrebbe essere inclusa nel misterioso cervello di un motore che ognuno di noi utilizza ogni giorno e che tutti vorremmo perfetto e senza macchia. Ogni equilibrio rispettato, i furbi puniti, le frodi sottolineate. Siamo seri: vi risulta che al mondo esista nulla del genere?

Comunque stiano le cose un consiglio mi sento di darlo al nostro Garante della Privacy.

“Risparmi i soldi del volo aereo per la California, eviti il fuso orario, le stancanti riunioni e tutto il resto, e contatti invece i gestori dei siti web contenenti notizie non aggiornate che la signora in questione che a Lei si è rivolta trova insistentemente nelle sue navigazioni dentro Google. Scriva due righe di posta elettronica ai webmaster di questi siti, pregandoli di aggiornare i dati in questione od eventualmente consigliando loro di aggiungere due sole brevi parole al codice di quelle pagine. Basta un no-index perché lo stupido pagerank di Google ignori le pagine che contengono informazioni non aggiornate e false sul destino giudiziario dell’intera umanità. Bastano millimetrici aggiustamenti per risolvere grandi problemi; è talvolta sufficiente un minimo di buon senso per non creare problemi nuovi di cui non abbiamo davvero bisogno. Un’ultima raccomandazione: non usi un account Gmail, che poi questi benedetti dati chissà dove vanno a finire”.

Massimo Mantellini
Manteblog

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Pubblicato il
26 apr 2006
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