Contrappunti/ Lo zen e l'arte della gestione dei troll

di M. Mantellini - Le pulsioni legiferanti del governo britannico non sorprendono. Preoccupa semmai la spinta regolatoria di chi vuole "addomesticare" Internet. Per i navigatori, comunque, cambia e cambierà poco o nulla

Roma – I troll nostrani stiano tranquilli. La modifica di legge che il Parlamento britannico si appresta a discutere per adesso non riguarda loro ma la responsabilità dei provider quali soggetti deputati ad informare la magistratura sulla identità degli autori di possibili diffamazioni in Rete. Il fraintendimento probabilmente nasce da un articolo del Guardian di qualche giorno fa dove veniva proposta con qualche confusione l’equiparazione fra trolling e diffamazione, il primo un comportamento di rete magari odioso e antieconomico, il secondo semplicemente un reato.

Tuttavia il bel pezzo di Zoe Williams sui troll ha un merito: quello di aver svelato i sottili confini che da sempre dividono la manifestazione del pensiero in Rete, anche di quello estremo o semplicemente idiota, ed il reato di diffamazione, uno dei reati- Internet più rappresentati nelle aule dei tribunali. Il tema è spinoso e molto ampio e la proposta britannica, di immaginare una specie di ombrello giuridico dentro il quale gli ISP possano comunicare le generalità del presunto diffamatore alle autorità, si giustifica solo con la costante tendenza di tutte le legislazioni alle prese con Internet a semplificare le procedure rispetto alla griglia di norme che lo stato di diritto prevedeva in epoca pre-rete.

Per esempio Liam Stacey, uno studente ventunenne inglese, è stato recentemente condannato a 56 giorni di prigione per aver scritto da ubriaco su Twitter un messaggio razzista e diffamatorio al momento dell’attacco cardiaco occorso al calciatore Fabrice Muamba. Due mesi di carcere per un pensiero imbecille in crisi etilica. Giusto o sbagliato che sia niente di tutto questo sarebbe stato possibile anche solo dieci anni fa: nessun giudice si sarebbe trovato nelle condizioni di valutare il carico diffamatorio delle parole di un ubriaco che guarda la partita al pub. Così noi oggi dovremmo chiederci se, nel momento in cui gli atti sociali restano immutati ma tracciano nuovi percorsi di diffusione, non vadano osservati con occhio differente.

La permanenza delle parole su Internet, nella interpretazione più ovvia ed immediata, avvicina la Rete alla pagina di un giornale o alla frase inchiostrata di un libro. Perfino una chat, la forma elettronica testuale più vicina ad una conversazione, può essere salvata e riprodotta, passata agli amici (o alle autorità) o inseguita, utilizzata come prova in tribunale al posto dei “si dice”. Così mentre la Internet delle persone utilizza ormai in maniera inconfutabile la struttura sociale del luogo di cui diventa nuova metafora ogni giorno meglio definita, il valore attribuito alle parole che attraversano questi luoghi continua ad essere quella dei contenuti strutturati del testo scritto. Il grido scomposto dell’ubriaco su Twitter si fa testo né più e né meno di un elzeviro di Montanelli e come tale viene soppesato, con l’aggravante che, nella mente del giudice, i lettori potenziali della cretinata su Twitter sono infinitamente di più di quelli del quotidiano in edicola.

E tuttavia il caso di Stacey è forse un caso limite al quale se ne potrebbero contrapporre altre ben più abietti e socialmente riprovevoli – il Guardian ne cita alcuni per esempio quello di giovani malati di depressione istigati al suicidio via Internet – ma è ugualmente utile per capire che esistono consuetudini di giudizio e controllo che devono adattarsi al cambiamento dei nostri luoghi sociali, pena la rappresentazione di una propria vasta inefficacia.

Il rischio concreto è che la tendenza legislativa, nella Gran Bretagna conservatrice di David Cameron così come nelle democrazie occidentali che tipicamente nella gestione della libera espressione dei propri cittadini sanno dare il peggio di sé, si decida di adattare Internet alle norme e non viceversa. Fra oggettive complessità e le eterne paranoie dello stato di polizia, perfino attività come il trolling, splendida cretineria perditempo nata con Internet e mai sufficientemente biasimata, rischia di diventare l’anticamera della diffamazione o del reato di stalking. Chiunque di noi abbia una qualche esperienza di visibilità in Rete ha avuto i propri troll, fraternamente tollerati o silenziosamente insultati dietro lo schermo protettivo del proprio computer. Mai per una istante abbiamo avuto la tentazione di segnalarli alla polizia o al compito magistrato di turno, non lo faremo nemmeno in futuro, quando una luccicante legge dello stato ci consentirà di mandarli direttamente al patibolo previo rapido formale passaggio davanti al giudice di pace.

Massimo Mantellini
Manteblog

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  • Nome e Cognome scrive:
    Freedom Communication
    Il nome riassume bene le due cose:1. Freedom: infatti hanno lasciato libero il giornalista di esprimersi.2. Communication: la comunicazione in merito è stata talmente favolosa che ne hanno parlato (in bene) in tutto il pianeta.Sono dei veri campioni.Ma alla fine vorrei sapere, la notizia linkata era la verità o no? In cosa sarebbe stata denigrante?
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