Contrappunti/ Ma chi crede all'e-musica legale?

di Massimo Mantellini. Partita la fase due: far credere che comprare musica online sia cool e napster-like. Ma come potrà funzionare?


Roma – Vi dirò: ci credo poco.
In attesa di essere smentito dai fatti, credo poco alle grandi manovre di sbarco in rete della industria musicale; alle sacre alleanze che uniscono “vecchie” major quali BMG, EMI, e WARNER e “nuovi” attori della rete come RealNetworks e AOL in consorzi quali il superpubblicizzato MusicNet . La mia idea è che nemmeno loro (le multinazionali della musica) ci credano troppo e che, una volta ristabilito un controllo minimo sulla distribuzione online della musica sotto copyright, questi fenomenali consorzi di vendita di musica online (perchè davvero, nonostante tutto, di file sharing in queste iniziative non ce ne è più neppure l’ombra) si scioglieranno come neve al sole. E non solo per mancanza di clienti.

Il previsto affondamento di Napster da parte delle major discografiche, conclusosi pochi giorni fa con l’incorporazione del prodotto Napster dentro l’offerta digitale di MusicNet stessa, ha messo fine a un lungo periodo di dispute legali, proclami bellicosi e inviti alla rivolta. Siamo passati così alla fase due: quella dell'”indoramento della pillola”, durante la quale si cercherà di convincere il consumatore di musica di quanto sia “cool” e “napster-like”, acquistare file musicali di Christina Aguilera in rete. Funzionerà?

Quanto le grandi multinazionali della distribuzione musicale credano alla rete come futuro sistema di distribuzione della propria produzione è, al di fuori delle dichiarazioni di facciata, molto difficile da capire. Indipendentemente da ciò, esistono alcune questioni che Napster ha “aperto” e che nessuna grande alleanza dell’industria digitale potrà ormai più chiudere: eccone alcune.

La parcellizzazione dei contenuti:

Chiunque voglia distribuire musica in rete chiedendo in cambio un pay per streaming o un abbonamento a forfait, sa oggi che non potrà più concedersi il lusso di vendere un intero “album di canzoni” come è accaduto fino ad oggi. Una delle più sottaciute vessazioni dell’industria musicale sembrerebbe finita per sempre: ed è un cambiamento importante. Al consumatore Napster ha restituito il diritto di ascoltare/comprare solo ciò che desidera veramente, senza più l’obbligo di dover pagare per un pacchetto di brani, molti dei quali, nella stragrande maggioranza dei casi, semplici e puri riempitivi.

Un mercato per tutti

Nell’ipotesi di una distribuzione musicale che si sposti “davvero” su Internet, diviene ragionevole pensare ad un allargamento del numero e del tipo di proposte artistiche disponibili. Sarà molto difficile per le 5 major che oggi di fatto governano il mercato musicale, mantenere la assoluta centralità che hanno avuto in questi anni. Fino ad oggi il lancio del prodotto musicale, effettuata attraverso i fili invisibili che legavano le multinazionali della musica al mondo della pubblicità e dei media radiotelevisivi, consentiva ad un numero molto limitato di prodotti musicali, scelti molto spesso con criteri del tutto indipendenti dal loro valore artistico, di raggiungere e interessare gli ascoltatori.

La distribuzione della musica in rete, se davvero la si vorrà fare, porterà una vistosa riduzione di questa capacità di controllo. Come già accade da tempo per la notorietà dei siti web, il successo di questa o quella proposta musicale sarà affidata, più che agli sforzi degli addetti alle pubbliche relazioni, al passaparola di Internet e ad altri canali di propaganda “dal basso” (chat, IRC, siti web amatoriali). Sono davvero disposte le major a scommettere sul gradimento dei loro prodotti in un mercato meno drogato di quello attuale dove anche altri soggetti meno titolati potranno proporre i loro prodotti?

La duplicazione comunque

Il fragoroso insuccesso di SDMI , “alleanza” per un sistema di protezione musicale nel quale i discografici avevano riposto tutte le loro aspettative per riportare sotto controllo la duplicazione digitale dei file musicali, è solo l’ultima delle evidenze che sottolineano un fatto davanti agli occhi di tutti: attualmente in rete non esistono sistemi sicuri di protezione dei contenuti. E ci sono fondati dubbi che tali barriere possano essere create in futuro.

Decidere di vendere musica su Internet è oggi un equilibrismo anche e soprattutto per questo: non esiste alcuna concreta possibilità di conservare d’autorità il controllo sul materiale che si distribuisce. Fino ad ora si è limitata un po ‘ l’onda lunga della diffusione degli mp3, che aveva trovato in Napster uno strumento efficace, semplicissimo e alla portata di tutti, spostando l’utenza pirata su sistemi di sharing meno user friendly (come quelli P2P oggi in uso) per poi dedicare anche ad essi le attenzioni dei propri studi legali. Si è ottenuto così un successo del tutto parziale. Ma i limiti fisiologici di pirateria che l’industria musicale può tollerare senza veder compromesso il proprio business sono destinati nel tempo a ritornare ai limiti di guardia, a meno che non si decida di applicare un principio di equità ai prodotti multimediali che si vendono online, file musicali in testa, per disincentivarne l’utilizzo fraudolento.
Eppure di fatto accade l’esatto contrario, e con il lievitare del costo dei cd si è inteso scaricare sull’utenza pagante colpe che essa davvero non aveva; così oggi esiste una diffusa convinzione fra i fruitori della musica via Internet del fatto che le major discografiche siano interlocutori esosi e poco raccomandabili e il senso di colpa per lo sharing online di mp3 pirata è davvero ai minimi storici, anche in paesi con una etica commerciale superiore a quella italica.

Sono queste solo alcune buone ragioni perché l’industria musicale abbia tutto l’interesse a starsene alla larga da Internet. Ne esistono altre, alcune delle quali “di sostanza”, che rimandano ad una affermazione di Esther Dyson di qualche mese fa. Dyson spiegò alle majors che o si trovavano un “nuovo lavoro” legato alla distribuzione via Internet oppure sarebbero diventate “superflue”. Qual è dunque il valore aggiunto che gli “intermediari musicali” creano, nel momento in cui attraverso la rete si riducono le distanze fra artista e ascoltatore? La risposta è ovviamente retorica e mina alle basi l’esistenza stessa della grande industria musicale così come l’abbiamo fino ad oggi conosciuta.

Ma senza arrivare a tanto, chiedersi oggi se lo sbarco in rete di iniziative quali MusicNet e simili, benedette dalle grandi case discografiche che si sono fino ad oggi spartite il mercato mondiale della musica, non sia un fuoco di paglia o una iniziativa con evidenti connotazioni promozionali e nulla più, non sembra una domanda del tutto priva di senso.

Massimo Mantellini

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

Chiudi i commenti