Copyright, lettere scandalose

Gli avvoltoi del copyright colpiscono ancora: minacciano di esporre al pubblico ludibrio chi si è trastullato con il porno dei propri assistiti, ospitato in streaming su piattaforme terze. A meno che...

Roma – La produttrice svizzera di contenuti a luci rosse Abmahner ha presentato il conto ai tedeschi che si sono intrattenuti con le sue opere attraverso la piattaforma di video sharing Redtube.

L’azienda svizzera, peraltro, è decisamente hardcore nella sua richiesta: 250 euro per ogni clip visualizzata oppure affrontare la trafila giudiziaria. Una richiesta che ha il sapore inequivocabile del ricatto.

I business legati alla tutela del copyright a luci rosse, d’altronde, spesso sono al limite della legalità . Negli Stati Uniti lo stesso schema minaccia-richiesta di pagamento è stato adottato dai produttori Corbin Fisher e Malibu Media. Quest’ultimo, in particolare, in 11 casi si è spinto fino a citare nell’atto di accusa contenuti non propri caricati sull’indirizzo IP accusato e caratterizzati da titoli decisamente scandalosi: una pratica per imbarazzare (e di fatto minacciare) il destinatario della denuncia, che però è stata ritenuta illegale dal giudice che l’ha per questo condannata a pagare 200 dollari a caso.

In Germania, poi, la società legale Urmann and Colleagues (U+C) aveva già chiesto nel 2012 a centinaia di downloader il pagamento di 650 euro per evitare la pubblicazione dei propri dati associati ai contenuti pornografici .

Come ogni avvoltoio del copyright che si rispetti, dunque, anche il piano di Abmahner è quello di spingere i malcapitati a pagare per evitare la trafila processuale e la gogna pubblica legata alla divulgazione del loro passatempo amatoriale .

Ad essere stata incaricata di portare avanti l’accusa è ancora una volta U+C : sembra aver già ottenuto il via libera dalla Corte regionale di Colonia per chiedere agli Internet Service Provider i nominativi corrispondenti agli indirizzi IP incriminati e per inviare decine di migliaia di lettere con le richieste di pagamento . In questo modo aggirerebbe il problema non da poco del collegamento legale ed inequivocabile tra un indirizzo IP ed una persona fisica: vero ostacolo alla rivendicazione di qualsivoglia diritto di proprietà intellettuale consumato online o all’individuazione di eventuali responsabilità in caso di violazioni.

L’altro problema per l’accusa è che per la normativa tedesca c’è una bella differenza tra visione in streaming di un contenuto e la sua condivisione : il primo comportamento non connoterebbe la violazione del diritto d’autore in quanto gli utenti non sono in grado di individuare la proprietà del copyright in discussione.

Infine, gli indirizzi IP dei destinatari delle richieste potrebbero essere stati ottenuti attraverso malware: un’altra questione che molto probabilmente non otterrebbe il favore di un giudice.

A difesa degli utenti minacciati, peraltro, si è già schierato un altro studio legale tedesco, Wendermann, che ha già sentito più di mille persone preoccupate e sembra pronto a preparare una causa di gruppo, cui invita a partecipare chiunque abbia ricevuto una lettera da Abmahner.

Claudio Tamburrino

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