D-Wave, più qubit per tutti

Il nuovo modello raddoppia il numero di registri e migliora le capacità del sistema. Sul quale permane qualche dubbio: ma è l'unico in vendita

Milano – Il D-Wave 2000Q dell’omonima azienda canadese è ormai la quarta generazione di elaboratori quantistici prodotti da questa compagine d’Oltreoceano: con 2.000 qubit a disposizione e una migliore interconnesione interna tra i registri è di fatto l’unico prodotto di questo tipo in commercio . Ci sono ancora molti scettici sulle qualità di questo prodotto, ma resta valido anche un altro assunto: a oggi sono in pochi ad avere le idee chiare su quale sarà il ruolo che il computer quantico svolgerà nel futuro dell’informatica.

A tutti gli effetti D-Wave lavora come un pioniere in un settore inesplorato: tra gli utenti dei suoi elaboratori ci sono università, centri di ricerca, aziende private che lavorano a questioni legate alla sicurezza e al calcolo della complessità, persino la NASA . A tutti loro è destinato questo nuovo modello che raddoppia di fatto il numero di qubit contenuti nell’unità centrale e amplia in modo significativo l’interfaccia d’utilizzo e dunque gli impieghi possibili della tecnologia.

La ricerca nel campo è ancora ai primordi, tanto è vero che D-Wave ha già ribadito di stare lavorando alla prossima generazione che ospiterà il doppio dei qubit e modificherà in modo significativo l’architettura di interconnesione interna tra gli stessi. Una sfida che richiederà almeno altri due anni di tempo per esser portata a termine , ma che dovrebbe ampliare ulteriormente i campi di utilizzo di questo tipo di tecnologia: che fino a oggi ha ricevuto molte critiche, soprattutto per quanto attiene l’affidabilità degli stati quantici dei singoli qubit e dell’approccio tenuto da D-Wave per la loro analisi e gestione.

Il vero punto da considerare, quando si valuta la portata dell’elaborazione quantistica, è l’effettivo campo di applicazione: sbaglierebbe chi pensasse che un 2000Q di D-Wave faccia somme e sottrazioni come un comune PC da scrivania, o persino un mainframe ospitato in un datacenter. Gli elaboratori in questione lavorano a problemi di ottimizzazione e semplificazione , configurando i qubit in una determinata condizione di partenza e osservando l’evoluzione dei loro stati quantici fino alla stabilizzazione: un metodo che può risultare estremamente più rapido dei normali algoritmi, ma che per la sua complessità impone un numero di variabili limitate poiché possono essere necessari parecchi qubit per definire ciascuna di esse. In taluni casi , è questo il succo della critica, i vantaggi della quantistica vengono vanificati dai limiti dell’architettura: annullando il vantaggio in termini di tempo di calcolo necessario a risolvere un problema in un tempo inferiore a un computer binario.

I limiti dei prodotti D-Wave, dettati soprattutto dalla scarsa esperienza della comunità scientifica in materia , sono principalmente legati alle interconnessioni tra un numero crescente di qubit: ciascuno di essi può “dialogare” al massimo con altri sei suoi pari, ma la richiesta che arriva da più parti è di ampliare queste interconnessioni per ampliare di pari passo le capacità della macchina. D-Wave ci lavora assieme ai suoi partner e clienti, in attesa di comprendere assieme a loro e alla comunità scientifica l’effettiva portata della tecnologia quantica, i suoi vantaggi e i campi di applicazione olte a quelli più volti paventati relativi a crittografia e attività analoghe.

Luca Annunziata

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