HADOPI all'italiana: AGCOM e il coraggio dell'indipendenza

di G. Scorza - La palla di regolamentare la tutela del diritto d'autore passa all'AGCOM. Cosa è accaduto, costa sta accadendo, cosa potrebbe accadere. E cosa si dovrebbe scongiurare

Roma – Negli ultimi giorni, in Rete, sono circolate indiscrezioni trapelate dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni secondo le quali quest’ultima starebbe lavorando ad una disciplina sull’ enforcement dei diritti d’autore ispirata alla famigerata HADOPI francese.
Vale, pertanto, la pena di provare a fare il punto di quanto accaduto, quanto potrebbe accadere e quanto, invece, non è né costituzionalmente, né socialmente sostenibile accada davvero.

Cominciamo dai fatti certi e da quelli meno certi.
Non c’è nessun dubbio che l’Autorità, in questi giorni, stia lavorando alla bozza – se non addirittura ad un testo definitivo – di regolamento per l’ enforcement dei diritti d’autore nelle attività di fornitura di servizi media audiovisivi.
Tanto, infatti, le impone l’art. 6 del Decreto Romani ( D.Lgs. 15 marzo 2010 n. 44 ).
Non c’è tuttavia alcun modo – data la mancata reazione dell’Autorità – dinanzi alle indiscrezioni sin qui trapelate, per dire in che termini il documento i cui stralci sono stati pubblicati online rifletta l’orientamento definitivo degli uffici del Presidente Calabrò.
Sul punto torneremo, però, più avanti.

Non credo, invece, che vi sia alcun pactum sceleris tra internet service provider ed AGCOM, in forza del quale i primi si sarebbero dichiarati disponibili ad agire quali “braccio armato” della seconda nell’attività di contrasto alla pirateria online, come ipotizzato nei giorni scorsi su queste stesse pagine.
La posizione dei provider italiani, infatti, al riguardo è sempre stata diametralmente contraria all’idea di lasciarsi trasformare in sceriffi della Rete e l’esperienza francese, nella quale proprio i provider sono oggi i principali nemici della HADOPI per i costi che l’attuazione di tale legge impone loro di sostenere, dovrebbe, da sola, valere a fugare ogni dubbio in questa direzione.
Sin qui su quanto accaduto negli ultimi giorni.

Veniamo ora a quanto, forse, sta per accadere ed a quanto occorre scongiurare il rischio che accada.
Nel febbraio del 2010, solo un mese prima che l’attuale Ministro Paolo Romani sganciasse sulla Rete il suo Decreto contro internet, minacciando di trasformarla in una grande TV, l’Autorità Garante aveva pubblicato un’ indagine conoscitiva proprio sul “diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica”.
Nello Studio – indubbiamente equilibrato, ponderato e frutto di un’attenta riflessione – l’Autorità ha rappresentato alcuni principi che non può ora né ritrattare né tradire senza correre il rischio di apparire “tirata per la giacchetta” dai titolari dei diritti.

Cominciamo dal primo di tali principi. L’Autorità, nel proprio Studio, dà atto, con grande onestà intellettuale, che non esistono, allo stato, dati affidabili né circa le conseguenze della cosiddetta pirateria online, né circa l’entità del fenomeno, né in relazione alle conseguenze della progressiva diffusione di risorse di connettività a banda larga sul fenomeno stesso.
Al riguardo, anzi, gli uffici di Calabrò ipotizzano addirittura che “la diffusione della banda larga in Italia, dando impulso allo sviluppo del mercato legale dei contenuti digitali audiovisivi, potrebbe anche agire da deterrente rispetto al P2P”.
Si tratta di dati ed informazioni imprescindibili per l’elaborazione ed il varo di qualsiasi misura di contrasto alla pirateria audiovisiva.
In assenza di questi dati ogni iniziativa dell’Autorità sarebbe incoerente con quanto emerso nell’ambito della citata indagine conoscitiva e risulterebbe pertanto ingiustificata.

Sul punto occorre essere estremamente chiari: la materia del diritto d’autore in Rete investe – come peraltro riconosciuto dalla stessa Autorità – troppi interessi costituzionalmente rilevanti perché la sua disciplina possa essere dettata sulla base del “sentito dire” o del “dedotto” da parte dei soliti noti dell’industria audiovisiva e della SIAE.
Servono studi, ricerche, monitoraggi seri ed imparziali e solo dopo potrà ipotizzarsi – ove risulti effettivamente necessario – di introdurre nell’Ordinamento ulteriori e più efficaci misure di contrasto alla pirateria.
In difetto l’Autorità correrebbe il rischio di coprirsi di ridicolo come già accaduto al Prof. Masi che, nel settembre del 2008 annunciò al mondo, in una solenne conferenza stampa a Palazzo Chigi che, in due mesi, il suo neo-istituito Comitato contro la pirateria audiovisiva avrebbe elaborato un pacchetto di misure idonee a contrastare un fenomeno che produceva all’industria danni per oltre 2 miliardi di euro l’anno.
La storia racconta che, ad oltre due anni da allora, il Prof. Masi ed i suoi uomini non siano stati, sin qui, in grado né di confermare i numeri stratosferici sul preteso danno da pirateria né di elaborare alcuna possibile soluzione.

L’Autorità Garante, nella sua indagine conoscitiva, ha fissato inoltre un altro importante principio del quale, oggi, non ci si può dimenticare: sul terreno della disciplina del diritto d’autore vengono in rilievo una pluralità di interessi contrapposti, tutti egualmente meritevoli di tutela.
Accanto a quelli ovvi e mai dimenticati dei titolari dei diritti, si collocano infatti – e gli uffici del Presidente Calabrò dimostrano di esserne consapevoli – quelli di tutti i cittadini alla libertà di espressione, all’accesso alla cultura, all’accesso ad Internet ed alla privacy.
Si tratta di una constatazione inconfutabile e dalla quale l’eventuale futura regolamentazione della materia non potrà prescindere.
Ogni eventuale ulteriore misura antipirateria, per essere costituzionalmente sostenibile, deve risultare dal bilanciamento dei citati contrapposti interessi.
Nessuna compressione della libertà di manifestazione del pensiero, del diritto alla privacy o di quello ad accedere alla cultura – fine ultimo, troppo spesso dimenticato e tradito, della legge sul diritto d’autore – è ammissibile in assenza della prova che si tratti di un sacrificio indispensabile per la tutela di un interesse collettivo valutabile come superiore e preponderante. In questa prospettiva non può mai essere dimenticato che, in genere, quando si parla di enforcement dei diritti d’autore, si parla di diritti patrimoniali di pochi che si contrappongono a diritti fondamentali di molti.
Soluzioni che contemplino monitoraggi o tracciamenti diffusi delle comunicazioni elettroniche e/o schedature di massa degli utenti così come oscuramenti di siti internet o filtraggi di contenuti sono, pertanto, sempre da ritenersi privi di cittadinanza nel nostro Ordinamento.
La nostra costituzione non tollera che un cittadino onesto si veda compresso l’esercizio di proprie libertà fondamentali nel tentativo – peraltro spesso vano – di sanzionare un cittadino disonesto, né che un bit di informazione lecita sia resa inaccessibile per precludere l’accesso ad un bit di informazione illecita.
Trovare una soluzione costituzionalmente sostenibile è la sfida che l’Autorità Garante si trova ora a dover affrontare ed alla quale non può e non deve sottrarsi.

Nella propria indagine conoscitiva del febbraio scorso, l’AGCOM fissava un altro principio che oggi non può né dimenticare né tradire.
La SIAE – nonostante l’ipertrofia dei profili pubblicistici dei quali lo Stato ha lasciato si ammalasse – è un ente rappresentativo di interessi privati e di parte e, dunque, in ogni dinamica e procedimento di contrasto alla pirateria, non può essere chiamata né autorizzata a svolgere funzioni di diversa natura, né possono esserle attribuiti poteri maggiori di quelli riconosciuti ad ogni altro soggetto portatore di interessi privati.
In particolare, la SIAE, non è – come spesso sembra ritenere e ritenersi – soggetto super partes, né “garante” della cultura nel nostro Paese in ambito digitale come, d’altra parte, in ambito analogico.
Ogni eventuale nuova regolamentazione di contrasto alla pirateria audiovisiva, pertanto, dovrà tener conto di tali circostanze e non attribuire alla SIAE nessun compito diverso dal segnalare ipotesi di violazione di diritti d’autore delle quali, peraltro, quest’ultima, dovrà venire a conoscenza senza poter contare su alcun “potere ispettivo” speciale.
L’accertamento dell’effettiva violazione e, a maggior ragione, l’irrogazione di eventuali sanzioni dovrà, sempre, essere compito esclusivo di un’Autorità terza e non portatrice di alcun interesse di parte.
Ma c’è di più.

Nel proprio studio del febbraio scorso, infatti, l’AGCOM riconosceva come fosse da “escludere, de iure condito, la possibilità per l’Autorità di intervenire a infliggere una sanzione amministrativa in capo all’autore dell’accertata violazione”.
Le sanzioni a carico degli utenti, pertanto, non possono che restare appannaggio esclusivo dell’Autorità Giudiziaria non essendovi, peraltro, nessuna buona ragione per la quale, in materia di diritto d’autore, dovrebbe derogarsi alle regole generali che sovrintendono l’accertamento e l’irrogazione delle sanzioni in ogni altro ambito.
Nessun regime né potere speciale.
Non può competere ad un’Autorità Amministrativa semi-indipendente – spiace doverlo sottolineare ma si tratta di circostanza che sfortunatamente trova conferme tanto nel meccanismo di nomina dei commissari che in taluni gravissimi episodi di cronaca – la gestione di un procedimento di accertamento di un illecito e quello di irrogazione di sanzioni che hanno per oggetto o per effetto l’inibitoria all’accesso di taluni contenuti, poco importa come ottenuta sotto un profilo tecnico.

Tale genere di provvedimenti, infatti – come correttamente riconosciuto dalla stessa AGCOM nella propria indagine conoscitiva – è legato a doppio filo a questioni connesse all’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e, dunque, ad un tema ben più sensibile politicamente di quanto non sia il diritto d’autore. Un ordinamento democratico non può affidare ad un soggetto di nomina politica il potere di decidere di rendere inaccessibili a tutti i cittadini taluni contenuti.
E se domani l’AGCOM si trovasse ad ordinare ai nostri ISP di inibire l’accesso alle pagine del Times online, giornale – lo si dice solo per ipotesi – con una linea editoriale avversa alla maggioranza di governo? Chi o cosa potrebbero sottrarre l’AGCOM al comprensibile sospetto che con la scusa della tutela del diritto d’autore si sia, in realtà, perseguito o protetto un interesse politico?
Sono scenari dei quali occorre preoccuparsi oggi e che devono essere scongiurati.

La parola ora spetta all’AGCOM, dalla quale cittadini ed utenti – tutti onesti sino a prova contraria – si attendono un comportamento ponderato, responsabile, imparziale ed indipendente.
L’Autorità, per non deludere tali aspettative, dovrebbe avviare uno studio attento del fenomeno della circolazione dei contenuti audiovisivi leciti ed illeciti sulle Reti di comunicazione elettronica allo scopo di verificare tanto lo sviluppo ed i limiti del mercato che l’entità del pregiudizio eventualmente ad esso arrecato dalla cosiddetta pirateria audiovisiva.

Nell’ambito dello stesso studio, inoltre, l’Autorità potrebbe e dovrebbe indagare l’esistenza di nuovi modelli di business, eventualmente, da promuovere ed incentivare.

Solo a valle dell’acquisizione dei risultati di tali ricerche e, in relazione a quanto eventualmente emerso si potrebbe poi pensare ad una massiccia campagna educativa sul “valore dei bit e della creatività”, stimolare lo sviluppo da parte dell’industria – quella cinematografica in particolare – di un’offerta lecita e multicanale online, sin qui completamente mancata, e eventualmente promuovere best practice trasparenti ed equilibrate tra utenti ed internet service provider per l’uso della Rete.
Sono queste le carte che un’Autorità indipendente e moderna si giocherebbe.

L’AGCOM ne avrà il coraggio o preferirà ripiegare sul facile approdo di far contenti i soliti noti, immolando i diritti degli utenti e consumatori?
Non resta che stare a vedere ed augurarci che prevalga il buon senso e, per una volta, esca sconfitta la tracotanza e l’egocentrismo di certi titolari dei diritti (generalizzare è sempre sbagliato) che sin qui hanno preteso di dettare le regole di un gioco che per loro vale solo qualche decina di milioni di euro in più o in meno, mentre per milioni di utenti e cittadini onesti significa la possibilità o l’impossibilità di esercitare diritti e libertà fondamentali di incommensurabile valore economico.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

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  • banca scrive:
    n550
    con l'atom dual core questo netbook non credo avrà grande autonomia.
    • nome e cognome scrive:
      Re: n550
      - Scritto da: banca
      con l'atom dual core questo netbook non credo
      avrà grande
      autonomia.Non c'è problema, con linux non arriverà neanche sugli scaffali.
      • mcguolo scrive:
        Re: n550
        - Scritto da: nome e cognome
        - Scritto da: banca

        con l'atom dual core questo netbook non credo

        avrà grande

        autonomia.

        Non c'è problema, con linux non arriverà neanche
        sugli
        scaffali.Qua il problema non è linux, ma l'architettura... possibile che un cortex a9 ad 1ghz decodifichi i filmati in fullhd, e un atom a 1,5ghz arrivi appena agli hd a 720p?
        • Funz scrive:
          Re: n550
          - Scritto da: mcguolo
          Qua il problema non è linux, ma l'architettura...
          possibile che un cortex a9 ad 1ghz decodifichi i
          filmati in fullhd, e un atom a 1,5ghz arrivi
          appena agli hd a
          720p?Quoto. Esistono netbook con ARM?
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