iPad, Apple e Time ai ferri corti

Oggetto del contendere, Sports illustrated: l'editore vorrebbe un'applicazione unica, Cupertino una per ogni numero

Roma – Le riviste si basano sul modello degli abbonamenti: il 90 per cento delle vendite del settore arriva proprio da questi. Per questo quello dell’abbonamento è il sistema che gli editori vorrebbero mutuare anche su iPad, il tablet di Apple che fin dall’inizio ha cercato e incassato il loro supporto. Ma, dopo un inizio di rapporti idilliaci tra le parti, i primi attriti rischiano di minare la solidità della collaborazione finora esistita.

Proprio per riproporre il modello degli abbonamenti Time, editore di varie testate tra cui il magazine Sports Illustrated , ha pensato di fornire una sola applicazione da cui scaricare automaticamente i nuovi contenuti. Il meccanismo, d’altronde, è già stato adottato sulla tavoletta con la mela da altre applicazioni, come quella di Amazon e quella del Wall Street Journal , per questo l’editore pensava di non avere problemi con il controllo e l’approvazione di Cupertino necessari ad accedere ad App Store. La certezza, d’altra parte, non sarebbe mai incrollabile dal momento che Apple non ha rilasciato regole precise per determinare chi può entrare nel suo negozio e chi no.

Time, così, aveva sviluppato un’applicazione (rilasciata gratuitamente) che permetteva agli utenti di scaricare i nuovi numeri (sia automaticamente con la sottoscrizione di un abbonamento, sia scegliendo un numero singolo) della rivista Sports Illustrated direttamente da iTunes remunerando direttamente l’editore.

L’applicazione è stata invece bloccata nelle maglie di App store (non ha ricevuto, infatti, l’approvazione di Cupertino) costringendo per il momento Time a vendere copie singole utilizzando esclusivamente iTunes come intermediario. La decisione di Apple è arrivata un po’ a sorpresa, soprattutto per i dirigenti Time: sia visti i buoni rapporti tra le parti (l’editore era stato uno dei primi ad essere informati delle possibilità aperte con iPad) sia perché il processo di sviluppo aveva visto se non la collaborazione quando meno il dialogo tra i due e Cupertino (apparentemente) sembrava approvare la strada intrapresa.

Pur essendo possibile proporre un abbonamento interno ad una applicazione (in questo modo è, per esempio, organizzata quella del Wall Street Journal ), per le riviste Apple sembrerebbe voler imporre un modello diverso che, secondo alcuni , corrisponderebbe al modello di iTunes (e non, dunque, a quello degli abbonamenti): un nuovo download per ogni numero, con una nuova transazione economica da far passare attraverso l’intermediario di Cupertino.

La situazione, quindi, sembra momentaneamente in stallo, con Time indecisa tra lo scendere a compromessi, il contrattare una diversa soluzione o il forzare la mano di Apple, magari minacciando di lasciare la piattaforma.

Il problema non dovrebbe peraltro riguardare semplicemente il fatto che con un pagamento diretto Apple perde la sua percentuale: esistono già altre app che hanno un rapporto di pagamento diretto con gli utenti (come Amazon e il Wall Steeet Journal ).
Il problema, per Apple, potrebbe essere invece rappresentato dal fatto che l’applicazione sviluppata per Sports Illustrated avrebbe un sistema di pagamento e mercato interno ad essa, da cui sarebbe possibile acquistare i singoli numeri o abbonarsi alla rivista. Per altri versi la storia sembra ripercorrere quanto già successo con iTunes e le diatribe che hanno visto contrapposti Apple e le etichette discografiche circa il controllo delle modalità e dei prezzi di distribuzione.

Claudio Tamburrino

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

  • Lucciano Pih scrive:
    tutelare i blogger?
    Non capisco tutto sto impegno per tutelare i poveri blogger e blogstar, mentre nessuno si è filato il famigerato decreto Romani, che di fatto ammazza qualsiasi iniziativa imprenditoriale di VideoOnDemand.Alla faccia della libertà di impresa, lo Stato si permette di scegliere chi può e chi non può distribuire video in modalità non lineare. Ad esempio, se vieni condannato a 6 mesi di galera per aver fatto una linguaggia al tuo vicino di casa, puoi scordarti di avere la licenza dell'Agcom.Non puoi distribuire video vietati ai minori di 14 anni prima delle 22.30 (infatti appena l'Agcom o la GDF scoprirà il sito popcorn.tv saranno azzi amari per il titolare...)
  • marco scrive:
    Se non lo capisci ...
    ......Non dello stesso avviso l'onorevole Amedeo Ciccanti (UDC): "Non capisco perché nel nuovo testo della legge sulle intercettazioni i blogger debbano avere una zona franca penale ....Se non lo capisci e' un problema tuo !!!!
    • Andrea scrive:
      Re: Se non lo capisci ...
      Spiegategli, all'Onorevole, che l'obbligo di rettifica non c'entra in alcun modo con il reato penale di diffamazione.Se scrivo sul mio blog che l'Onorevole Pincopallino è un drogato e mafioso, quando questi non lo è, sono passibile di denuncia, appunto, per diffamazione, già ora senza tale legge.Poi ci stupiamo se scrivono leggi idiote...
Chiudi i commenti