IT, la vita del programmatore assunto

Ne parla uno sviluppatore che ha un contratto a tempo indeterminato ma che si vede costretto in orari di lavoro troppo lunghi e straordinari non pagati. Che si chiede cosa accadrà se metterà su famiglia

Roma – Salve a tutta la redazione, anche io sto seguendo con molto interesse le vari argomentazioni sul mondo dell’IT in Italia e ho deciso di dare anche il mio parere (e chissà, contributo). Anzitutto sono MOLTO felice che finalmente ci sia un luogo (seppur e forse anche giustamente) virtuale accreditato dove parlare del problema.
Io ho ormai raggiunto i 29 anni, sono fidanzato e credo che nel giro di un anno convolerò a nozze e spero di poter vivere una vita felice, dedicare tempo a mia moglie, i figli e tempo anche alla mia passione di sempre: lo sport. Da sempre appassionato di tecnologia (ma chi me lo ha fatto fare, ora mi domando) alla fine, quasi naturalmente, mi sono messo a fare il programmatore.

Lavoro da due anni presso una azienda informatica con contratto a tempo indeterminato. Eh sì!! Bella fortuna diranno molti dato che il contratto a tempo indeterminato è per molti una chimera. Purtroppo non si può dire che sia tutte rose e fiori e ora vi dico perché.

Non posso che confermare la mala condizione manifestata dai miei colleghi che già hanno scritto sulle vostre pagine. Potrei raccontarvene tante…. orari assurdi, straordinari non pagati, il capo sempre più esigente per il quale devi produrre subito e bene a ritmi incessanti, la tua dignità e la tua vita messa sotto i piedi, etc.
Alla fine ho capito che io l’informatica preferirei molto di più “usarla” che “farla” magari divertendomi col mio iPod o guardandomi un bel film frutto delle moderne tecniche di computer graphics.

L’Italia è un paese dove si decanta tanto il valore della famiglia (valore importantissimo per me) ma alla fine cosa ci dà il nostro paese per “viverla” questa famiglia?? Otto ore lavorative al giorno sono tantissime.. ma quando se ne renderanno conto?

Queste otto ore sono portate poi a nove se si pensa che tutte le aziende obbligano a un’ora di pausa pranzo (vorrei sapere poi chi è che non riesce a mangiare un panino mentre lavora e dove sta scritto che devo mangiare per forza mentre potrei decidere di lavorare e uscire un’ora prima per poi mangiare a casa).

Se poi facciamo una media sul tempo impiegato nel raggiungere il luogo di lavoro credo che facilmente arriveremmo a calcolare almeno (mediamente) tre quarti d’ora per l’andata e per il ritorno (un’ora e mezza = 90 minuti). In totale stiamo fuori casa ALMENO 10 ore e 1/2(!!!).
Otto ore in genere per dormire le vogliamo fare? E stiamo a 18 ore e 1/2.
Rimangono finalmente da “vivere” per noi circa 5 ore e 1/2 (!!!!).

Già facendo questi due calcolini ci si rende conto di quanto il lavoro incida profondamente sulla nostra vita… Al punto tale che dopo 10 ore e 1/2 che stiamo fuori casa (davanti a un computer e con tutti i pesi e gli stress del carico lavorativo) non sia una sciocchezza dire che, a casa, serve una buona mezz’ora-un’ora per “riprendersi”. Poi dobbiamo cenare? (almeno 20 minuti) Rimangono circa quattro ore (!!!) ma vorrei far notare che comunque essendo ore serali di fine giornata la stanchezza (soprattutto intellettiva e mentale) assopisce e rende inattivi i più al punto tale che (e credo molti mi confermeranno) non si riesce a fare più nulla e se lo si fa, lo si fa male.

Questa sarebbe la situazione “normale” con le attuali leggi in vigore. Ora apriamo tutti gli occhi e se vogliamo essere ancora più realistici diciamo pure che molti di noi tornano a casa per rimettersi a lavorare.

Il capo ci tiene il fiato sul collo, il lavoro deve essere pronto per la settimana prossima (come sempre viene venduta la pelle dell’orso prima che questo venga preso…) e noi abbiamo quella funzione che ancora non funziona.

Vorremmo fare altro ma la tensione e il peso della responsabilità (e del “capo”) non ci fanno stare per niente tranquilli e quindi accendiamo il nostro computer, scarichiamo dalla nostra pendrive i file (ma poi come mai nella nostra pendrive ci sono i file sorgenti della nostra applicazione?) e lì si ricomincia fino a notte tarda (e a farsi benedire vanno le otto ore di sonno che i medici ci consigliano, il tempo per la famiglia e tutto il resto).

Ora che non ho famiglia può anche andare nel senso che è un sacrificio che faccio e ricade su me stesso ma un giorno quando “avrò una famiglia?”. Mi chiedo: possibile che non possiamo anche goderci un po’ la nostra vita? (credo sia cosa legittima).

Tanto pubblicizzati gli slogan del tipo “più tempo per tutti… fa tutto il programma” oppure “il nuovo programma che ti permette di risparmiare tempo e andare via prima dall’ufficio”, macché. Tutte favole dato che se il programma ti fa risparmiare x tempo, il capo te lo fa “recuperare” subito in altra maniera. Credo che l’orario di otto ore al giorno debba essere abbassato a 6 ore con la possibilità di RIFIUTARE l’ora pranzo. Rifacendo i calcoli con questa nuova situazione e ipotizzando l’ingresso a lavoro alle 9:00 usciremmo alle 15.00 e massimo (mediamente) alle 16.00 saremmo a casa (contrariamente che le 19.00).

Dovrebbero essere fatti poi maggiori controlli nelle aziende per assicurasi che siano spese giornate di progettazione e che ESISTA un team di progettazione senza il quale una software house, secondo me, non potrebbe manco aprire bottega.

In Italia già in genere scarseggia ma al sud è completamente inesistente.

Non si pianifica: tutti i lavori vengono iniziati contemporaneamente, si pensa così di finirli prima. Non si sa trattare col cliente per paura di perderlo (niente “caro cliente faremo un’analisi e ti diremo i tempi di consegna”). Non si progetta quello che si dovrebbe fare con la conseguenza che i prodotti “forse” usciranno prima ma saranno qualitativamente scadenti e soggetti a bug e a manutenzione a partire dalla settimana se non il giorno dopo la consegna. Mancanza di progettazione significa inoltre far letteralmente impazzire gli sviluppatori e fargli fare orari assurdi anche a casa.

Potrei davvero dilungarmi in maniera eccessiva dato che in “appena” due anni di lavoro ho purtroppo già un ricco bagaglio di lavoro estenuante e snervante che spesso mi fa passare anche la voglia di sorridere (ma vedete a che ci si riduce). Per cambiare le cose si deve capire che dare valore alla famiglia e alla persona significa anche migliorare il lavoro, cercando innanzitutto di procuralo è vero, ma una volta procurato non far rimpiangere quando non si lavorava.

Saluti e speriamo in un futuro (vicino) migliore.

Lettera firmata

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