Orkut, Google responsabile dei suoi utenti

Dopo il caso Vividown in Italia, Mountain View si trova costretta ad affrontare una nuova causa legale circa la responsabilità degli intermediari in Brasile. E i giudici le danno di nuovo torto

Roma – L’ennesimo guaio legale di Google fa meno clamore di quello riconducibile all’oramai notorio caso Vividown nel Belpaese, ma le conseguenze fattuali sono sostanzialmente le stesse: un giudice brasiliano ha deciso che la colpa della pubblicazione online di contenuti offensivi dentro il social network Orkut è e rimane di Google, è Google che deve incaricarsi della rimozione di tali contenuti e che infine deve assicurarsi che non venga mai più postato niente del genere in futuro .

La nuova querelle tra Mountain View e autorità giudiziarie coinvolge appunto Orkut , social network che in Brasile gode di particolare popolarità e che in passato è già stato al centro di contrasti tra la società nordamericana e il paese sudamericano. Due teenager si sono sentiti “offesi” da scherzi pesanti pubblicati su alcune pagine del network, e la giustizia brasiliana si è attivata sino a ribadire, con la decisione del Superior Tribunal de Justica (la massima autorità giudiziaria locale) la responsabilità diretta di Google.

La colpa della distribuzione di quei contenuti offensivi è di Mountain View e non degli utenti che hanno usato Orkut per la loro pubblicazione, e la Corte Superiore chiama in causa la pratica di censura messa in atto in Cina sino a qualche giorno fa (a sua volta terreno di confronto-scontro tra Google e Pechino) come ulteriore riprova del fatto che, se vuole, BigG è perfettamente in grado di censurare, filtrare e controllare con una certa precisione ciò che i suoi utenti immettono online attraverso i suoi servizi.

Ancora una volta, dunque, a Google viene riconosciuto una responsabilità di controllo sulla pubblicazione degli user generated contents (UGC) che il gigante statunitense non era abituato a gestire in madrepatria. E, ancora una volta, le imposizioni giudiziarie provengono da un paese in cui non esiste nessun corrispettivo del “safe harbor” che negli USA regolamenta la questione, fornendo un meccanismo protettivo ai provider di contenuti.

Alfonso Maruccia

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

Chiudi i commenti