Phorm spiava gli utenti già nel 2006

British Telecom avrebbe sperimentato all'insaputa dei propri clienti l'invasivo sistema per vendere i tracciati delle loro navigazioni agli inserzionisti. Phorm, peraltro, già tenta anche gli ISP italiani

Roma – Si sono frapposti tra i netizen e le loro abitudini di rete, hanno registrato preferenze e le hanno convertite in profili da vendere agli inserzionisti. Nessuno era stato informato: in questo modo British Telecom ha effettuato i test del discusso sistema Phorm e ne ha sperimentato le potenzialità prima che si potessero scatenare quei dibattiti che stanno infuocando la rete britannica.

A sostenere l’inappropriatezza della condotta del provider del Regno Unito è un documento trapelato su Wikileaks, un documento circolato fra i dipendenti di British Telecom nel quale si dava conto della prima sperimentazione di 121Media, il sistema di behavioral advertising ora noto come Phorm . Nessuno dei 18mila utenti sotto controllo 24 ore su 24 era consapevole delle intercettazioni di traffico, nessuno imputava alle pratiche di British Telecom l’improvvisa coerenza degli annunci pubblicitari con le proprie passioni. Solo pochi degli utenti coinvolti nella sperimentazione avevano riscontrato con sospetto il cambiamento: “per assicurare il 100 per cento di trasparenza”, spiegavano da BT, si sarebbero messi in campo degli accorgimenti per evitare che il browser rilevasse la presenza del sistema e ci si sarebbe assicurati che esso, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista mediatico, venisse guardato come ad uno sviluppo positivo per il web e non venisse interpretato come malware, spyware o quant’altro.

Ma rendere trasparente un sistema di behavioral advertising non tutela ISP e piattaforme dalle critiche e dalle preoccupate reazioni degli utenti: benché assicurino l’anonimizzazione dei dati relativi ai netizen, gli indirizzi IP sono il fulcro della mietitura delle informazioni, indirizzi IP che i tutori della privacy tendono a considerare dato personale a tutti gli effetti.

Un’implementazione a pieno regime del sistema per vendere agli inserzionisti stralci della vita online degli utenti, ammettono però da BT, richiederebbe che ciascuno degli utenti fosse informato e consapevole del fatto che la propria esistenza in rete è monitorata. Una consapevolezza che potrebbe guidare gli utenti nella procedura di opt-out, per tornare a navigare senza nessuno che vigili su di loro . Ma sono tutte cose, si scriveva nel 2006, alle quali si penserà quando il sistema di monitoraggio entrerà di diritto a far parte dell’offerta di BT. Poco importa dunque che l’opt-out fosse ancora tutto da studiare, poco importa che l’opt-out fosse tutto in un semplice cookie che sarebbe bastato cancellare perché il monitoraggio riprendesse.

A parere di BT, la fase di sperimentazione si è conclusa con successo: per ottenere risultati più significativi, si legge nel documento, sarebbe stato necessario estendere la prova a 350mila persone. L’ISP ha confermato l’autenticità del documento e ha recentemente invitato gli utenti a sperimentare il servizio che in molti non hanno esitato a definire una piattaforma per condurre intercettazioni.

Alla luce del documento rinvenuto su Wikileaks, sono numerosi coloro che si scagliano contro l’operatore del Regno Unito: in prima linea c’è Richard Clayton , docente presso l’Università di Cambridge. “Nel documento si mostra chiaramente che nel 2006 BT ha illecitamente intercettato il traffico web dei propri utenti e ha illecitamente trattato i loro dati personali” denuncia Clayton, che ritiene che i cittadini si debbano aspettare che l’operatore venga trascinato in tribunale.

Ma non è solo nel Regno Unito che fermentano le reazioni nei confronti di provider che vendono i propri utenti agli inserzionisti: anche in Italia Punto Informatico sta raccogliendo da alcuni dei maggiori player del mercato un chiarissimo interesse verso questa ipotesi di business. Proprio nei giorni scorsi, peraltro, Telecom Italia nel corso del convegno sulle TLC organizzato dall’ Economist non ha nascosto la sua attenzione per tutto ciò che circonda il behavioral marketing e la targetizzazione della pubblicità sulla base dei comportamenti e quindi degli interessi degli utenti.

Negli States, invece, il tentativo di Charter di sperimentare negli States un sistema del tutto analogo a Phorm è stato bloccato , mentre 15 associazioni a tutela della privacy dei cittadini si sono rivolte al Congresso degli Stati Uniti per chiedere di prendere in esame i sempre più numerosi casi dei provider che pongono sotto controllo i flussi di click dei propri utenti per rimpinzarli di annunci pubblicitari tagliati su misura. In gioco, dicono in molti, c’è il futuro dei rapporti tra provider e utenti, come a dire il futuro della rete.

Gaia Bottà

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