Scenari/ Cyberterror: paranoia o minaccia?

I rischi e le risposte della società al fantasma del terrorismo informatico, un quadro nel quale sacrificare le libertà sull'altare della sicurezza è un rischio concreto, per alcuni una realtà di fatto


Roma – Tutti noi intuiamo che nei prossimi secoli potrebbe realizzarsi uno scenario da fantascienza: una società totalmente informatizzata, innervata fino alle viscere da Internet, o qualsiasi altro nome avrà la rete di comunicazione globale. Ultimamente, molti dei paesi in lotta contro il terrorismo stanno tentando di imbrigliare la rete con rigidi controlli e restrizioni, mossi dal duplice intento di tutelare la proprietà intellettuale ed evitare che gli infosistemi vengano travolti dai pericoli della nuova minaccia: il ciberterrorismo . Un termine che evoca isterie collettive ben più grandi di quelle causate dal Millenium Bug .

I pilastri della moderna società occidentale sono tre: comunicazione globale, informatizzazione del lavoro e dei servizi, corrente elettrica. Se uno qualsiasi di questi tre elementi interdipendenti sparisse, assisteremmo all’apocalisse: intere metropoli al buio, mercati azionari in subbuglio ed istituzioni congelate.

Dan Verton , autore di Ghiaccio sporco: la minaccia invisibile del ciberterrorismo (edito in Italia da McGrawHill), afferma che “non esiste più separazione tra mondo reale e realtà cibernetica” e che i computer controllano aspetti fondamentali della nostra vita, come “l’elettricità, l’acqua potabile e le transazioni finanziarie”.

Se ciò che dice Verton è vero, qualsiasi malintenzionato – non necessariamente animato da finalità politiche – potrebbe in futuro utilizzare “armi” informatiche per attaccare i gangli della nostra civiltà. E non si sta parlando di pratiche di hacktivism come i netstrike più volte criminalizzati , si parla di attacchi finalizzati col preciso intento di spargere il terrore. Basti pensare a quanto potrebbero fare gli autori di trojan come Phatbot dopo aver infettato milioni di computer.

Nel novembre del 2001, Vitek Boden commise un grave reato contro l’ambiente: deturpò orribilmente le coste del Queensland, in Australia, con gli scarichi di un deposito d’acque sporche. Ci riuscì sabotando il sistema di controllo dell’acquedotto locale, grazie ad un computer ed una interfaccia di controllo remota: ecco a quali tragedie può portare un assalto informatico.

Così come la recente strage madrilena ha dimostrato l’incombenza di possibili attacchi terroristici “tradizionali”, è assodato che la sicurezza informatica diventerà nel futuro un settore sempre più importante per evitare che si verifichino nuovi generi di catastrofi, come ipotizzato da tanti, tra i quali il senatore USA Jon Kyl durante un’intervista al “The Washington Times”.

Con ciberterrorismo , dunque, si allude all’effettiva possibilità che chiunque voglia destabilizzare seriamente un paese possa farlo “battendo pochi tasti sulla tastiera”. Così lo ha definito ultimamente Lamar Smith, senatore repubblicano degli Stati Uniti.

Finora non ci sono stati episodi di attacchi informatici con esiti letali per la popolazione. Così, sono i fenomeni di netstrike e “cracking” a prestarsi alla scomoda etichetta di vergogna: lo spettro del ciberterrorismo sembra essere il cavallo di troia per abolire la libertà in rete. Infatti alcuni politici, in tutto il mondo, stanno utilizzando – spesso in modo palesemente propagandistico – il termine “ciberterrorismo” per creare soluzioni drastiche al problema: il controllo totale degli accessi ad Internet – con grande sgomento degli utenti – sembra essere l’unico modo possibile per tenere sotto controllo la minaccia.

La tutela della privacy e dell’individualità sembra scivolare sempre più lontano dal centro della società futura. Quali dunque le reazioni individuate?


A seguito di un trattato internazionale firmato nel 2001, i paesi di tutto il mondo investono sempre di più nella sicurezza dei propri sistemi informatici: il motivo ufficiale risiede nella convinzione che, lasciando scoperti questi delicatissimi punti nevralgici, si offrirebbe ai terroristi il nostro tallone d’Achille.

Come non essere certi che gli USA siano tra i massimi sostenitori di una decisa politica anti-ciberterrorismo? La società e l’economia statunitense sono dipendenti più di qualunque altro paese dall’informatica. Viste le circostanze storiche, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale nato dopo l’11 settembre è attivissimo nel contrastare ogni possibilità che i cosiddetti “nemici della democrazia” possano avvalersi di armi informatiche.

Nel mese scorso è stata approvata definitivamente la revisione di una legge che colma ogni vuoto legislativo attorno al problema e prevede rigide pene per i “cracker”. Si tratta del Cyber Security Enhancement Act ed è particolarmente rigida: ergastolo per chi mette a repentaglio la vita altrui attraverso sabotaggi informatici. L’FBI rincara la dose richiedendo ora facile accesso a pressoché ogni forma di telecomunicazione .

Nelle Filippine, gli USA hanno stanziato circa un milione di dollari per la creazione di un solido avamposto asiatico anti-ciberterroristi , costituito da 19 tecnici appositamente addestrati in America.

In Giappone negli ultimi tre anni è stata creata una task-force alle dipendenze del Seiatsuko, l’Agenzia di Polizia Nazionale nipponica. Tutto ciò dopo ripetuti attacchi provenienti dalla Korea contro i siti internet degli ex colonizzatori. Nonostante le richieste americane, il paese del Sol Levante non intende investire troppi soldi nel settore.

La situazione in Europa rimane di allerta, senza però le onerose pretese di normative americane come il Patriot Act (legge straordinaria che stringe in una morsa la privacy dei cittadini). La UE sta da tempo cercando di stringere il cerchio attorno ai crimini informatici.

E’ stata creata una agenzia europea per la sicurezza informatica, ENISA , che ha il compito di facilitare e coordinare l’operato dei “cybercop” europei nella lotta contro i crimini informatici.

In Italia il ministro dell’Interno Pisanu ha richiesto ben 125 milioni di euro da destinare alla lotta contro il terrorismo. Nel 2003 il Parlamento propose di equiparare la pratica del “netstrike” al terrorismo informatico: per l’ennesima volta, la prevenzione dei crimini informatici collide con la libertà del cittadino. Fortunatamente la proposta non ebbe seguito, nonostante la chiusura preventiva di siti come NetStrike.it .

A Londra si è svolto a Febbraio un importante meeting sull’argomento, con la presenza di personaggi di spicco del panorama informatico e politico: l’ordine del giorno era “rendere il Regno Unito il paese più sicuro dove svolgere tranquillamente ogni attività online”.


Le tecnologie elettroniche ed informatiche progrediscono costantemente: aumenta così la produttività dei soggetti in gioco – istituzioni, imprese e semplici cittadini – nonchè l’efficienza dei servizi disponibili. Ma il prezzo da pagare sembra destinato a crescere nel tempo.

Ciò si deve all’aumentata dipendenza dall’universo digitale ed informatico.

Ogni aspetto della “modernità liquida”, termine coniato dal sociologo Zygmunt Bauman , si regge perciò sull’apporto degli strumenti informatici, rendendoci dei giganti dai piedi d’argilla. La regola vuole che più il tempo passa, più il computer acquisisca un ruolo centrale nella vita di ciascuno di noi, anche indirettamente. Il presente ma soprattutto il futuro persino della nostra stessa identità anagrafica è ormai legato alla digitalizzazione delle informazioni personali su supporti e database informatici.

Quale futuro per Internet? I rischi di un pericoloso “maccartismo” antiterrorista, strisciante nell’opinione pubblica mondiale, può dar luogo alla più grande caccia alle streghe telematica di tutti i tempi. Il tempo ci dirà se le previsioni della convergenza tra mondo reale e mondo informatico presenteranno davvero rischi per i cittadini.

Si può pagare la sicurezza con la certezza di essere continuamente osservati e controllati? Un futuro senza privacy è inquietante. Ma lo è anche un futuro senza sicurezza.
(Tommaso Lombardi)

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  • vb scrive:
    Precisazione su Internet Society China
    ...non è il chapter locale della Internet Society e non è affiliato a ISOC in alcun modo (a differenza ad esempio di Società Internet, il chapter italiano). Per il momento, in comune ha solo il nome.
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