Il magico mondo delle suonerie

Il magico mondo delle suonerie

di Lorenzo Campani - E' tutto un trillare al ritmo dei pezzi più in voga del momento. Dietro c'è un mercato colossale e un parco utenti che aumenta di ora in ora. E loro lo sanno
di Lorenzo Campani - E' tutto un trillare al ritmo dei pezzi più in voga del momento. Dietro c'è un mercato colossale e un parco utenti che aumenta di ora in ora. E loro lo sanno

Roma – No. Se potete, non fatevi domande banali. Spesso le risposte non lo sono affatto. Quindi, per fare un esempio, non chiedetevi mai e poi mai perché il vostro vicino di sedile – quarantenne di belle speranze e di non definito lavoro dirigenziale – ritenga molto cool il fatto che ogni volta che ufficio-moglie-amicone compongano il suo numero di cellulare, tutto il mondo debba ballare al ritmo di Shakira.

La risposta, oltre a dover forse scomodare Sigmund Freud in persona, vi costerebbe un viaggio più o meno approfondito nello strano mondo delle suonerie per cellulari. Se pensate anche solo lontanamente che sia roba da bambocci, ricredetevi.

Vi basti una cifra: 600 milioni di dollari.
È la stima del mercato americano delle suonerie per il 2006. Nel 2005 erano 500 milioni, 245 nel 2004, nel 2003 appena 68. Quello che si dice un bel tasso di crescita.

L’associazione dei discografici americani (RIAA) ha istituito quest’anno premi equivalenti ai classici dischi di platino ed oro anche per la categoria suonerie. Oro per la canzone che supera i 500.000 download, platino per quelle sopra il milione, multi-platinum quando si passano i 2 milioni. In quest’ultima fascia sono finite solo quattro canzoni, ma sono 40 in quella platinum e ben 84 in quella gold.

Del resto se uno come Rupert Murdoch a settembre ha sborsato 188 milioni di dollari per comprarsi Jamba, multinazionale del settore, un po’ di carne intorno all’osso ci deve essere. Anche in Italia.
Siamo o non siamo un paese in cui il rapporto telefonini-esseri viventi è uno dei più alti dell’universo conosciuto? Potevamo fallire nel mercato delle suonerie? In effetti no.

In penisola il 2005 si è chiuso con 280 milioni di incasso, appena 10 milioni sotto le vendite dei cd. Alla fine del 2006 il sorpasso pare assicurato. Rapportate poi il fatto che gli americani sono 300 milioni, mentre noi neanche 60, e avrete le giuste proporzioni del mercato italiano dello squillo personalizzato.
Le pubblicità del settore del resto sbucano dappertutto, anche nelle fasce orarie più costose della tv commerciale nazionale. E anche noi abbiamo i nostri riconoscimenti. La Siae assegnerà a fine novembre a “Come Stai” di Vasco Rossi il premio per la suoneria più scaricata degli ultimi 12 mesi. Chissà se sono orgogliosi a Zocca.

Monofoniche, polifoniche, truetone, realtone, risponderie, nomerie, regionerie. Chi più ne ha, più ne mette.
Termini tecnici, maledetti neologismi, ma sullo sfondo la verità di un mercato florido, su cui parecchi si sono fiondati e in cui gli attori coinvolti sono molti e tutti a caccia della fetta più grossa. Fetta che a volte scatena guerre inaspettate, di quelle che non diresti.

Negli Stati Uniti a metà ottobre lo U.S. Copyright Register ha deciso che per le suonerie non servono nuovi tipi di licenze, bastano quelle attuali. Sia che siano monofoniche, polifoniche o veri e propri estratti audio originali. In soldoni vuol dire che, d’ora in poi, gli autori dei brani da cui viene creata una suoneria per
cellulare porteranno a casa 9 centesimi su un prezzo medio al pubblico di 4 dollari.

A volerlo fortemente sono state proprie le major del disco della RIAA, con il sentito disappunto – se volete chiamarlo così – delle associazioni degli autori che nel loro piatto ora si ritroveranno solo le briciole di quei famosi 600 milioni di dollari.

Se oltreoceano a farsi dispetti sono autori e case discografiche, qui da noi le scaramucce per mettersi in vetta alla catena alimentare del mercato delle suonerie hanno altri protagonisti. E come spesso accade in Italia se tratti di musica e soldi, prima o poi finisci a parlare di quell’acronimo di quattro lettere che va sotto il nome di Società Italiana degli Autori ed Editori.
È infatti la Siae il perno di tutto il mercato.
È la Siae che rilascia le licenze multimediali. È la Siae che intasca i soldi dai venditori. È la Siae che li distribuisce agli autori.

Se mai vi passasse per la testa di mettervi in affari sappiate che vi servono subito 3.000 euro da dare in cauzione per la vostra licenza. Poi ogni 3 mesi tirare fuori 500 euro per il preascolto delle suonerie e il 12% sull’incasso di ogni download. E per incasso si intendono sia voci dirette (come la vendita pura e semplice) che indirette (eventuali pubblicità).
Proprio sull’ultima cifra del 12% nasce lo scontro tra la Siae e gli autori da una parte, e i distributori dall’altra. Percentuale troppo onerosa secondo chi vende le suonerie, molto più alta (il 370%) degli altri paesi europei. E questo solo per monofoniche e polifoniche. Se, come sempre più spesso accade, si utilizzano veri e propri spezzoni di brani di successo, bisogna passare anche dalla cassa delle case discografiche, per i cosiddetti “diritti connessi”.

Sarà anche per questo che molti produttori hanno spostato l’offerta su suonerie che ti chiamano per nome, su squilli che rilanciano pseudotormentoni nazional-popolari o su improbabili accenti regionali: tutta roba extra diritto d’autore che taglia fuori dal gioco autori e discografici.

Ma alla fine della giostra, per quanto sia complicata la struttura del “settore suonerie”, come sempre si deve far di conto con l’attore principale di ogni mercato: il consumatore, ovvero il tuo vicino di sedile.
Lui, il quarantenne di Shakira, ha tre o quattro modi diversi di far finire la suoneria che più gli garba sul proprio cellulare. Ma sia che la prenda dal portale mobile del proprio operatore, sia che la scarichi dal web, sia che telefoni ad numero breve “48 e qualcosa”, si ritroverà a pagare una cifra che mediamente varia tra i 2,4 e i 5 euro.

Una piccola follia consumistica e quasi inspiegabile, visto che canzoni intere si possono scaricare legalmente da sistemi come iTunes al costo di 99 centesimi e trasportarle poi comodamente sulle sempre più capienti memorie dei cellulari di ultima generazione. Ma così va il mondo o forse potremmo dire che così andava. Eh sì, perchè in effetti il consumatore può essere anche folle, ma non totalmente. E soprattutto non per sempre. Dategli un buon motivo per rinsavire (almeno un po’) e scommetteteci, lo farà. Sopratutto se quel motivo sono i soldi.

È quasi inevitabile che in mercati drogati dal marketing, regolati da una dose massiccia di norme e con filiere economiche lunghe uno sproposito, arrivi prima o poi qualcuno che spariglia il gioco e fa saltare il banco.
Forse, per trovare questo qualcuno, oggi è necessario andare in fondo alla baia di San Francisco, là dove l’acqua finisce e comincia un posto che si chiama Sunnyvale.

Lì in California, in mezzo ai quartier generali di grandi multinazionali dell’hi-tech, c’è anche la piccola Phonezoo Communications che a metà ottobre ha fatto partire l’immancabile beta di un servizio in cui si riconoscono tutte le tracce di quello che chiamano il Web 2.0: contenuti creati dagli utenti, condivisione, gratuità. Qui però quello che viene creato, condiviso, votato, catalogato e distribuito non sono video o immagini, ma suonerie.

Ognuno può creare online la propria, con suoni suoi o caricando dal proprio hard disk la canzone preferita. Si può lavorare di taglia e cuci sul brano e scegliere se catalogarlo come protetto da copyright oppure di pubblico dominio. In quest’ultimo caso tutti potranno scaricarselo (o inviarlo gratis al proprio numero di cellulare) mentre nel primo, solo chi ha fatto l’upload del brano potrà personalizzare i propri squilli.

La scelta tra “protetto dal diritto d’autore” e libera circolazione è lasciata alla coscienza dell’utente e passa attraverso un solo click. Com’è facile immaginare, in casi come questi, la coscienza è poco propensa a mettersi nei panni di discografici e autori. Del resto basta dare un’occhiata veloce alla liste delle suonerie già caricate e condivise liberamente su Phonezoo: sigle di serie famose, colonne sonore di film, spezzoni di canzoni di successo. Tutta roba marcata con molta spensieratezza con il bollino verde del pubblico dominio.

È anche per questo che, nonostante le rassicurazioni di Phonezoo, è abbastanza facile intuire chi sarà il prossimo bersaglio degli avvocati della RIAA e del resto della compagnia.

Ma anche se Phonezoo dovesse essere riportato a più miti consigli, o fallire, o essere comprato proprio dai suoi prossimi nemici, è probabile che la strada sia tracciata. In fondo è un copione già visto. Da Napster in giù. Alla fine, il mondo un po’ folle delle suonerie per cellulari troverà il proprio equilibrio e forse qualche fetta di torta in meno.

Ma non rallegratevi troppo. Il vostro vicino lì accanto vi farà sempre ballare al ritmo di Shakira.
Soltanto che l’avrà pagata un po’ meno.

Lorenzo Campani
Lorenzoc

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20 11 2006
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