Interviste/ FIMI: ecco cos'è la musica online

La battaglia campale contro Napster, l'emergere di un mercato legalizzato, il file-sharing che non muore, la pirateria e il futuro dell'industria musicale in rete nelle parole di Enzo Mazza, direttore generale della FIMI


Roma – La legalizzazione del mercato della musica online, lo scontro vinto in tribunale contro Napster, il file-sharing che, incurante, continua a crescere e diversificarsi, moltiplicando le opportunità di condivisione dei file non solo musicali tra gli utenti. Su tutto questo e qualcosa di più abbiamo intervistato Enzo Mazza, direttore generale della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) , per capire come l’industria discografica, anche in Italia, si stia preparando ad “aggredire” il “mercato internet”.

Punto Informatico: Dopo aver combattuto il file-sharing su Napster, le majors della discografia stanno ora muovendosi rapidamente per realizzare un proprio business di distribuzione di file musicali via Internet. Quali opportunità può offrire Internet alle grandi case?
Enzo Mazza: È interessante osservare come non siano solo le grandi case a sfruttare i risultati di un’accesa battaglia sulla tutela dei diritti che ha avuto il caso Napster come il momento più sanguinoso. A riprova del fatto che aver portato Napster in tribunale sia servito per aprire la strada ad un mercato legale, cito la notizia che proprio nelle scorse ore due delle maggiori associazioni di produttori indipendenti, l’inglese AIM e l’europea Impala, hanno siglato un accordo con Napster per rendere disponibili, tramite il nuovo sistema a pagamento che prenderà il via tra poco, migliaia di brani di centinaia di piccole etichette europee.

Alla fine dunque l’azione giudiziaria che ha imposto a Napster di operare nella legalità non sta generando benefici solo alle major ma a tutto un sistema di distribuzione online che è fatto di innovativi business model e che inevitabilmente modificheranno un mercato che è stato per troppo tempo “ingessato” a schemi tradizionali.
I nuovi modelli non sono ancora così chiari ed è difficile prevedere che cosa prevarrà, sarà forse un mix di vari elementi. È probabile che avranno un forte sviluppo lo streaming on demand, il download a tempo determinato (sul modello dello shareware che scade dopo un certo periodo), il pay per hear, l’integrazione con la telefonia cellulare (prospettiva molto interessante per il nostro Paese), e decine di altre nuove e aggiuntive modalità per sentire e utilizzare la musica. Il file sharing giocherà un ruolo importante.

PI: Napster ha forse il merito di aver “svegliato” le case discografiche sul “fronte Internet”. Non è un caso che i “grandi nemici” di un tempo, come il sito mp3.com o lo stesso Napster, siano oggi alleati di alcune o di tutte le majors. A tuo parere è finita l’epoca delle grandi battaglie legali da parte delle case contro il file-sharing “incontrollato” e le altre forme di distribuzione della musica in rete che non nascano da accordi diretti con i produttori-distributori?
EM: Il formato mp3 e la tecnologia Napster hanno indicato due strade all’industria della musica. Hanno lanciato un messaggio fortissimo che l’industria ora sta raccogliendo (sia pur con i limiti di un settore che si deve modificare con velocità, ma che si basa su schemi predeterminati da anni). Ma il futuro è roseo, avremo più musica e in modo più facile e accessibile rispetto ad oggi.
Le battaglie sono finite? Chi può dirlo? Un anno e mezzo fa nessuno sapeva cosa fosse Napster. La tecnologia ci riserva sorprese ogni giorno. Magari domani mattina nascerà un sistema che consentirà di fare il file sharing con i telefonini.


PI: Da Napster in questi mesi molti utenti sono “transitati” su altri sistemi. Secondo Webnoize stanno aumentando vertiginosamente gli utenti di sistemi legati alla rete di Gnutella, Aimster o affini. Sono alcuni milioni di utenti, possono essere ignorati dalle grandi case? Lo scenario che sembra profilarsi è: da una parte la “musica legale”, dotata di garanzie, servizi aggiuntivi, pubblicizzata e promossa dalle majors; dall’altra la “musica illegale”, più difficilmente accessibile ma del tutto gratuita. Questo scenario può essere “digerito” dalle majors?
EM: L’unica vera garanzia per l’impiego massiccio di internet come veicolo di distribuzione della musica sarà l’integrazione di un meccanismo di protezione tecnologica. Watermarking, encryption o altri sistemi, come ad esempio il fingerprinting. Anche se quest’ultimo sistema non è la soluzione magica per la tutela della proprietà intellettuale, ci si dovrà adattare.

D’altra parte bisogna ammettere che il file sharing è oggi una realtà e dovremo convivere con essa, nel bene e nel male. Un sistema di protezione definitivo non è facile da sviluppare ma l’industria della tecnologia software di protezione ci sta lavorando. Ciò non significa, come dicevo, che la duplicazione illegale sarà eliminata, in media si avrà sempre un 5-10 % di pirateria, ma sarà più facile controllare le veicolazioni. Ed in più, lascerà liberi gli artisti e le etichette di fare una scelta consapevole.

Chi vorrà, utilizzerà un sistema di protezione, e chi vorrà promuovere la musica come “freeware” sarà in grado di farlo, magari sfruttando al massimo le potenzialità del file sharing. L’importante a questo punto è cominciare ad avere un alternativa legale. Fino ad oggi il ritardo dell’industria discografica nell’utilizzare i nuovi sistemi di distribuzione ha solo offerto lo spazio allo scambio di brani illegali.
In ogni caso la “musica illegale”, come “fenomeno sociale” non ha futuro semplicemente perché senza qualcosa per mangiare e vivere è difficile che un artista possa lavorare come un professionista. Si potrà avere musica gratis perchè qualcuno pagherà gli artisti e le etichette al posto del consumatore, questo sì. Magari comprerò un frigorifero e riceverò una scheda per andare su un sito e scaricare fino a 50 mila lire di musica. Però alla casa discografica i soldi li pagherà l’azienda di elettrodomestici.

PI: Il commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, ha recentemente annunciato l’apertura di una inchiesta sulle iniziative “Musicnet” e “Duet”, iniziative entrambe legate alle majors del settore. Come valuti l’intervento di Monti?
EM: L’industria discografica, per utilizzare una frase cara alle autorità antitrust, è un mercato ad alta concentrazione e pertanto ogni cooperazione tra le cinque major è vista con sospetto. Questa è una realtà (che peraltro vale sempre di più, ad esempio, anche per l’industria delle telecomunicazioni) con la quale si deve convivere.
L’importante è che le aziende discografiche operino sempre con il vaglio delle autorità garanti, notificando le intese, fornendo la massima cooperazione. Non si può pensare che progetti importanti, che condizioneranno il futuro del settore, non siano sempre sotto l’occhio vigile della Commissione o delle autorità locali.
E’ un sistema di garanzie che deve essere accettato nell’economia moderna e utilizzato per far sì che qualsiasi intesa possa solo migliorare l’accesso ai servizi da parte dei consumatori. Se un progetto di concentrazione supera il vaglio di una verifica antitrust allora si può dire che abbia raggiunto un risultato importante e che porterà il mercato a beneficiarne.


PI: A tuo parere esiste un “rischio monopolio” nella “distribuzione legale” di musica in rete? C’è spazio per operatori che non siano legati o controllati dalle grandi case?
EM: Il grande ostacolo di internet, come è noto, sono i costi di promozione. In realtà oggi la barriera all’ingresso nel business della musica online è inesistente. Chiunque può mettere in piedi un sito e vendere (o regalare) la propria musica. Ma per ottenere la visibilità necessaria per trasformare un artista sconosciuto in una star mondiale ci vuole ben altro. Significa fare investimenti che non sono alla portata di tutti e di conseguenza sono avvantaggiati i grandi portali e le concentrazioni di imprese, è inevitabile.
L’importante, come dicevo con riferimento all’antitrust, è il fatto che qualsiasi concentrazione sia approvata degli organi di controllo del mercato. Allora vorrà dire che tutti gli operatori saranno garantiti, grandi e piccoli.

Internet come opportunità. Eppure secondo alcuni esperti, la distribuzione di musica via Internet nasconde un possibile grande rischio per le etichette “tradizionali”. Internet, infatti, tende ad abbattere l’intermediazione, e verrebbe da pensare che gli artisti sempre più avranno la possibilità di rivolgersi direttamente al proprio pubblico. Come vedi questo scenario? Esiste un rischio “disintermediazione” per le case produttrici?
EM: La disintermediazione è un falso problema. Al limite ne risentirà quella parte delle aziende più legata alla distribuzione, non certo l’area di ricerca e sviluppo e della promozione.
I grandi artisti potrebbero in teoria anche fare a meno (e già lo fanno in alcuni casi nel mercato offline) della casa discografica, creando però proprie etichette, ma anche questi non hanno una produzione tale da garantire costantemente un flusso di denaro che copra i costi.
Poi vale il discorso della ricerca e degli investimenti in artisti emergenti. Questo lavoro lo può fare solo un’etichetta discografica: ovvero selezionare i talenti, dare loro delle advance royalty che spesso sono a fondo perduto, in poche parole: rischiare.

La casa discografica è da sempre una sorta di venture capitalist che rischia il proprio denaro, e tanto (in media il 10-12% del proprio fatturato) su vari progetti creativi. Alcuni (sempre meno) arrivano a break even, altri sono dei flop. Meno del 10 % dei dischi lanciati ogni anno produce profitti. Come potrebbe allora un artista, che ritiene di avere le potenzialità per sfondare sul mercato, fare tutto in proprio?
Le autoproduzioni esistono da sempre ma sono appunto autoproduzioni che rimangono inevitabilmente circoscritte ad una realtà fortemente localizzata. E gli altri? C’è qualcuno che non sia una casa discografica che oggi investe in ricerca di nuovi artisti? Non certo le telecom, o i music provider o Napster.

Facciamo proprio l’esempio di Napster. Napster Inc, non dimentichiamolo, è una società, orientata al profitto, con dietro importanti investitori. Cosa ha pensato di fare per lanciare il suo software di distribuzione? Non è certo andata dagli artisti e li ha portati via alle case discografiche proponendo loro nuovi e interessanti contratti. Ha semplicemente detto: la tecnologia è cambiata, il copyright è morto e io raggiungo il successo sulla pelle di un altro settore industriale, offrendo a tutti gratis ciò che altri offrono a pagamento.


EM: Peccato che così ha preso un muro in faccia perchè ciò che offriva non era suo… Non è stata la battaglia di Robin Hood contro gli sgherri dello sceriffo come si è voluto più volte far intendere. E’ stato uno scontro epocale tra un certo modo di intendere la nuova economia e la old economy.
Business contro business.
Solo che la nuova economia si può portare avanti, e molte aziende lo stanno dimostrando, rispettando le leggi. Ho letto che Napster, per i navigatori di internet, era come Linux. E’ una cavolata che non sta in piedi. Linux propone un’alternativa, non favorisce la distribuzione di software copiato. Napster di suo ha solo un codice sorgente, il resto del business pensava di crearlo consentendo agli utenti di scambiare gratis brani musicali che appartenevano ad altri. Ma come può funzionare un business così? Chi paga gli artisti, chi paga gli autori e le etichette discografiche?

PI: La possibilità di recuperare facilmente e gratuitamente file musicali su Internet è oggi sfruttata da decine di milioni di utenti in tutto il mondo. Molti utilizzano sistemi di condivisione per “assaggiare” la musica che poi, se piace, decideranno eventualmente di comprare. Altri, invece, “scaricano e basta”. E’ lecito pensare che questo provochi un rallentamento delle vendite di CD musicali? Non si può attribuire, invece, il calo nelle vendite che si è notato su molti mercati al costo spesso elevatissimo del CD? Molti utenti hanno l’impressione che quello che è cambiato è solo che oggi si può ascoltare molta più musica di prima senza dissanguarsi.
EM: I dati sono discordanti su questo punto e variano da Paese a Paese e dalle diverse classi sociali.
In Italia ad esempio, a subire la più pesante flessione in coincidenza con l’incremento dell’uso di Napster è stato il segmento dei singoli, che era cresciuto nel 1999 del 64 %, anche perchè consentiva ad una fetta di consumatori, ai giovani, guarda caso i più presenti su Napster, di acquistare un prodotto a basso costo. E dunque ha subito risentito del file sharing che, come è logico, si fonda su singoli brani.

La musica dance italiana, che guarda caso è quasi esclusivamente prodotta da indipendenti, è poi tra i generi che ha subito di più la distribuzione illegale. Non sono solo le major ad essere colpite dal fenomeno.
E’ difficile poi pensare quale sia il prezzo giusto quando l’alternativa è sempre e comunque qualcosa che è gratis. Sicuramente le campagne tipo “nice price” con prezzi molto bassi, realizzate da diverse case discografiche e la concorrenza tra le catene sulle novità con prezzi più bassi quando il disco è in promozione sembrano oggi offrire alternative interessanti. Certo che anche il consumatore deve entrare nell’ottica che per il disco, come per molti altri prodotti, deve confrontare i prezzi e poi scegliere in quale negozio acquistare.

Io sento spesso consumatori dire che hanno cercato il cd novità presso il negozio sotto casa e gli veniva offerto a 40 mila, poi scopro che lo stesso titolo si trovava in un altro punto vendita della stessa città a 31900 o meno. Ricordiamo poi che sul prezzo del cd pesa anche un IVA del 20 %, che i margini del commerciante variano tra il 30 il 40 % e che agli autori ed editori va il 9 % del prezzo.

In più, la maggior parte dei dischi non porta profitti e finisce nel nulla. Ho letto che qualcuno ha sostenuto che fare un cd costa meno di mille lire e poi questo viene venduto a 40 mila, ergo la casa discografica incassa 39 mila lire. Se consideriamo il costo industriale, ovvero la plastica, il cd costa anche meno di mille lire. Ma è ovvio che il costo industriale non è il costo del disco. Vi sono costi di registrazione, la promozione (videoclip, radio, stampa), le royalty agli artisti (che non c’entrano con il diritto d’autore sia ben chiaro), che possono variate sensibilmente nel caso un artista sia affermato o meno, i costi di distribuzione, ecc. La promozione oramai ha raggiunto costi devastanti e i successi si contano sulle dita di una mano.


PI: Sulle pagine di Punto Informatico, di recente un commerciante italiano ha lamentato il fatto che i CD nuovi si vendono poco, pochissimo, mentre “vanno a ruba” quelli usati, che vengono venduti spesso a metà prezzo. Che spunti di riflessione offre una tendenza di questo tipo?
EM: Da sempre il mercato dell’usato esiste e vi sono realtà consolidate con una forte clientela. Solo che in passato questa pratica subiva il confronto con il noleggio illegale che oggi ha subito invece una forte flessione, offrendo più spazi ai “veri” negozi di usato. Il negoziante che ha scritto dovrebbe ringraziare l’antipirateria che gli ha tolto dalle scatole i negozi di noleggio.

PI: Un artista italiano che si rivolge direttamente al proprio pubblico via internet può creare un proprio “business” senza avere a che fare con la SIAE? Spesso la SIAE viene percepita più come una “piovra sparabollini” piuttosto che come organo di garanzia. Che ne pensi? Internet corre più veloce della SIAE?
EM: In Italia la situazione è un po ‘ particolare perché, sulla base dell’art.180 della legge sul diritto d’autore, la SIAE ha l’esclusiva sull’intermediazione del diritto d’autore e pertanto tutti gli autori dovrebbero passare tramite la società degli autori ed editori per poter essere tutelati.

In realtà anche un recente studio della Commissione Europea ha evidenziato come i monopoli ex lege delle società come SIAE debbano essere rimossi dando la possibilità ad artisti ed autori di scegliere l’organizzazione che meglio li tutela o paradossalmente di “rappresentarsi da soli”.
Per il resto posso solo dire che come “clienti” di SIAE, visto che, come dicevo, l’industria discografica versa il 9 % del prezzo di un disco alla società degli autori ed editori, non siamo molto soddisfatti della gestione. Però va detto che, in generale, le società di tutela del diritto d’autore svolgono un ruolo importante che ovviamente deve essere salvaguardato anche se rivisto alla luce delle innovazioni tecnologiche.

Per quanto riguarda internet e più in generale la tecnologia, esse corrono più forte di qualsiasi cosa e su questo, come industria discografica, abbiamo le nostre colpe. Ciò non significa che non si debba applicare qualche regola.

PI: Hai mai scaricato musica da Internet?
EM: Amo prevalentemente la musica classica, anche se volessi farlo ci vorrebbe troppo tempo per scaricare un’intera sinfonia e poi la qualità di un mp3, per questo tipo di genere musicale, è quella che è.
In ogni caso ho utilizzato più volte i vari sistemi di file sharing e concordo sul fatto che sicuramente hanno introdotto un sistema innovativo per accedere facilmente alla musica preferita. Sicuramente avranno uno sviluppo notevole. Ma in generale la cosa che più mi affascina della rete è l’interattività. Non siamo più schiacciati da media a senso unico come la televisione o la radio.
La partecipazione, potenzialmente anche ai processi creativi, tramite chat con gli artisti e le case discografiche (ho visto etichette far scegliere i brani di una compilation ai navigatori del sito), la creazione di cd on demand o, con lo streaming, la pianificazione di playlist determinate dall’utente sono una grande novità e faranno solo bene alla musica.

PI: Chi scarica musica protetta da diritto d’autore e lo fa senza pagare è un delinquente?
EM: Chi scarica musica illegale, potrebbe al limite, ai sensi della recente normativa sul diritto d’autore, rischiare la sanzione amministrativa di 300 mila lire, qualora fosse individuato. Però bisogna anche dire che non è chi scarica musica da internet il vero nemico.
Noi abbiamo instaurato una lotta senza quartiere contro realtà economiche rilevanti e prevalentemente ancora nel mondo off-linem dove grandi organizzazioni criminali distribuiscono milioni di pezzi in tutto il pianeta fatturando ingenti profitti.
La maggior parte del fenomeno riguarda oggi la contraffazione di cd, i cui proventi vanno a gang criminali che reinvestono tali proventi in attività delittuose anche più gravi, questo è il primo e principale obiettivo della lotta alla pirateria.

Intervista a cura di Paolo De Andreis

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  • Anonimo scrive:
    E se...
    e se fosse stato il dipendente infedele a reinstallare un software con un codice di registrazione diverso?Immaginate questa possibilità, Pippo (infedele prezzolato) va a lavorare per la PIRIPORI S.p.A. e in momenti di tranquillità reinstalla o modifica il codice di registrazione di alcuni software su diversi pc, quindi il le matricole dei codici risultano diverse da quelle effettivamente pagate e magari fanno parte di una partita rubata (o sotto denuncia di furto), nessuno verifica tutti i giorni le matricole di tutti i software di tutti i pc della ditta quindi pippo si licenzia ma fa una spiata mirata dopo una verifica risulta che i pc ovviamente contengono dei software "pirata" anche se la società ha un quantitativo di licenze compatibili con i pc.Risultato... software pirata indebitamente usato e di provenienza furtiva/illecita. ELIMINATO IL CONCORRENTE SCOMODO!!!Della serie se non posso eliminarti in modo lecito gioco uso biechi sistemi e ti faccio eliminare dal "sistema".
  • Anonimo scrive:
    ai dipendenti interessa vendicarsi!
    se non hai modo di far arrivare il tuo sdegno per azioni ingiuste quotidiane, puoi sempre fare così... non sarà giusto... ma quanto giusto è quello che molti subiscono?piccole meschinità ... tutti i giorni!
  • Anonimo scrive:
    ma ai dipendenti cosa interessa!!! W l'open source
    con i costi spropositati delle licenze, nella nostra azienda siamo costretti ad usare solo software gratuiti, peraltro con soddisfazione (staroffice, inoculate)Io mi domando le amministrazioni pubbliche come intendono affrontare il problema delle licenze: si dissangueranno dando tutte le nostre tasse alla microzozz, oppure adotteranno software gratuito come fanno gli onesti cittadini che alla fine del mese devono far quadrare i costi?
    • Anonimo scrive:
      Re: ma ai dipendenti cosa interessa!!! W l'open source

      Io mi domando le amministrazioni pubbliche
      come intendono affrontare il problema delle
      licenze: si dissangueranno dando tutte le
      nostre tasse alla microzozz, oppure
      adotteranno software gratuito come fanno gli
      onesti cittadini che alla fine del mese
      devono far quadrare i costi?La prima che hai detto. Tanto che gli frega, non hanno i soldi? aumentano le tasse.
  • Anonimo scrive:
    Licenziamento
    Chiaramente il dipendente che denuncia il datore di lavoro va licenziato in tronco e la liquindazione va trattenuta come risarcimento danni
  • Anonimo scrive:
    non c'e' limite alle delazioni...
    francamente sta bsa ha proprio rotto i maroni
  • Anonimo scrive:
    Persi 2,6 mld USD?
    Ma ci rendiamo conto? Hanno "perso" 2,6 mld... Diciamo piuttosto che hanno avuto "mancati introiti" per 2,6 mld... eppure le case di software gozzovigliano! Significa che con quanto sono riusciti ad incassare comunque hanno gadagnato una marea di soldi!VERGOGNA! Una perdita in bilancio si ha quando si perde un cespite, quando si sbaglia un'operazione finanziaria, non quando non si introita qualcosa... E' come se la FIAT considerasse perdita lo sconto che fa ai concessionari quando vende le auto!
  • Anonimo scrive:
    Mi rifiuto
    Non me ne frega se il mio datore di lavoro abbia copiato o no.Sono stufo dei metodi da pretoriani della BSA...Volete abbattere la pirateria? tagliate i prezzi di almeno tre quarti...
  • Anonimo scrive:
    Divide et impera
    come da subject....
  • Anonimo scrive:
    ECCO LA RISPOSTA DI Alien AGLI UTONTI DELLA BSA...
    ALIAS PREZZOLATI DAL DRAGA E DALLLA SUA MARMAGLIA:SPIA SPIA NON E' FIGLIO DI MARIA, NON E' FIGLIO DI GESU', QUANDO MUORE VA LAGGIU', VA LAGGIU' DA QUELL' OMETTO CHE SI CHIAMA DIAVOLETTO.QUELLA GENTE LI' DELLA BSA NON SI GUARDANO MAI ALLO SPECCHIO.
    • Anonimo scrive:
      Re: ECCO LA RISPOSTA DI Alien AGLI UTONTI DELLA BSA...
      Si fa in fretta a criticare gli spioni, ma anche a masterizzarsi il Kylix o il JBuilder... per non parlare di Oracle8.Della serie: "Non tutti i pretoriani comprano i CD vergini".Saluti.- Scritto da: Alien
      ALIAS PREZZOLATI DAL DRAGA E DALLLA SUA
      MARMAGLIA:

      SPIA SPIA NON E' FIGLIO DI MARIA, NON E'
      FIGLIO DI GESU', QUANDO MUORE VA LAGGIU', VA
      LAGGIU' DA QUELL' OMETTO CHE SI CHIAMA
      DIAVOLETTO.



      QUELLA GENTE LI' DELLA BSA NON SI GUARDANO
      MAI ALLO SPECCHIO.
  • Anonimo scrive:
    E brava la biesseà!
    Un mese per acquistare il software installato sui Pc... e per licenziare il dipendente spione.
    • Anonimo scrive:
      Re: E brava la biesseà!
      - Scritto da: Eric Cartman
      Un mese per acquistare il software
      installato sui Pc... e per licenziare il
      dipendente spione.E quanto vuoi che freghi alla BSE (o BSA ?) se il dipendente viene licenziato ? L'importante che l'azienda acquisti il sw.Ho un'altra idea: il dipendente consiglia al datore di lavoro di ricorrere a sw open source.Il datore di lavoro e' contento perche' risparmia ed e' in regola.Il dipendente e' contento perche' fa bella figura e non viene licenziato.La BSA/BSE invece si fotte.
      • Anonimo scrive:
        Re: E brava la biesseà!
        Seee bravo TeX ma in che mondo vivi... software OpenSource se se proprio... come no.Infatti si trovano software Open Source di alta qualità come i prodotti commerciali di grafica (e non sparare su Gimp che NON vale quanto Photo Shop) di musica, di programmazione... solo ora si iniziano a vedere prodotti come Kylix (non aggratiss) di qualità su linux.Mi sa che il caro dipendente vieni licenziato lo stesso... dopo che il datore ha perso un mucchio di tempo per cercare un software open source valido e con un minimo di garanzia.Ma non lo avete capito che nelle aziende serve sicurezza e non le ideologie campate per aria come il tanto rinomato Open Source???MacMad
        • Anonimo scrive:
          Re: E brava la biesseà!
          - Scritto da: MacMad
          Seee bravo TeX ma in che mondo vivi...
          software OpenSource se se proprio... come
          no.

          Infatti si trovano software Open Source di
          alta qualità come i prodotti commerciali di
          grafica (e non sparare su Gimp che NON vale
          quanto Photo Shop) di musica, di
          programmazione... solo ora si iniziano a
          vedere prodotti come Kylix (non aggratiss)
          di qualità su linux.

          Mi sa che il caro dipendente vieni
          licenziato lo stesso... dopo che il datore
          ha perso un mucchio di tempo per cercare un
          software open source valido e con un minimo
          di garanzia.

          Ma non lo avete capito che nelle aziende
          serve sicurezza e non le ideologie campate
          per aria come il tanto rinomato Open
          Source???


          MacMadSi....Forse hai ragione....Ho deciso: e' meglio farsi i cazzi propri.Il datore di lavoro e' contento perche' continua ad usare sw illegale aggratis.Il dipendente e' contento perche' non viene licenziato.La BSE si fotte.Ed infine l'anonimato e' ancora di piu' garantito.
    • Anonimo scrive:
      Re: E brava la biesseà!
      - Scritto da: Eric Cartman
      Un mese per acquistare il software
      installato sui Pc... e per licenziare il
      dipendente spione.E la BSA cosa da in cambio al dipendente? 30 Dollari? Un po' pochino per un dipendente che rischia il posto.In Italia avrebbe più garanzie ma in america....
    • Anonimo scrive:
      Re: E brava la biesseà!
      Se guardate sul sito della BSA è possibile rimanere anonimi...Poi una azienda dove ci sono 200/300 dipendenti che possibilità c'è che ti scoprano se rimani anonimo?MacMad
      • Anonimo scrive:
        Re: E brava la biesseà!

        Poi una azienda dove ci sono 200/300
        dipendenti che possibilità c'è che ti
        scoprano se rimani anonimo?Mi spieghi come invece fa a sapere il dipendente che il Sw non ha regolare licenza?Anzi... in Italia, nella mia ditta, il PC te lo danno con "quei" softeare preinstallati... se da un controllo ne trovano altri, sono cazzi del dipendente che usava quel PC, e non della ditta, perchè il PC è ad uso di quel dipendente....O meglio, sono cazzi della ditta, a cui non frega nulla perchè si può rivalere sul dipendente....E quei Sw presenti sul server, non sono a conoscenza dell'utente comune... quindi chi denuncia, sarà soltanto l'amministratore di sistema.....
        • Anonimo scrive:
          Re: E brava la biesseà!
          Ma no... se è il dipendente a dover amministrare la propria macchina tanto vale che se la porti pure a casa la sera... se per caso un collega vuole fare uno scherzo ed installa alla sera software illegale sulle macchine?MacMad
      • Anonimo scrive:
        Re: E brava la biesseà!

        Poi una azienda dove ci sono 200/300
        dipendenti che possibilità c'è che ti
        scoprano se rimani anonimo?In un'azienda con 1-5 dipendenti ti scoprono, non è difficile, specie se c'è qualcuno antipatico da silurare;In quelle con 200-300 dipendenti ci sono delatori fedeli al "boss": come a scuola, in una classe di 20 studenti c'è sempre lo st****o che fa la spia per avere l'otto o per salvarsi dalla bocciatura. Nelle aziende, specie quelle in cui si crea un clima di forte competitività tra dipendenti, c'è sempre chi vuol far carriera a gomitate. Comunque, se queste aziende poi devono far fronte alle spese per il software, non è escluso che facciano tagli al personale.
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