Italia, rischi globali per i professionisti IT

di Simone Brunozzi - Con una rapidità crescente l'ICT italiano si scontra con le nuove sfide globali: delocalizzazione, outsourcing, migrazione delle competenze. Lo scenario, i rischi, le possibili soluzioni
di Simone Brunozzi - Con una rapidità crescente l'ICT italiano si scontra con le nuove sfide globali: delocalizzazione, outsourcing, migrazione delle competenze. Lo scenario, i rischi, le possibili soluzioni

Il 2007 sarà forse ricordato come “annus horribilis” per l’ICT italiano: nonostante il mercato sia in forte crescita, trainato dall’aumento di utenti a banda larga e dal dilagare di tecnologie VoIP, gravi minacce lo attendono all’orizzonte.

Caratteristiche del mercato ICT italiano
È risaputo che l’Italia sia un caso europeo atipico, per la grande presenza di piccole e medie imprese (PMI) che contribuiscono ad una fetta consistente dei fatturati nazionali, a differenza di quanto avviene negli altri “grandi” paesi europei.
Questa particolarità (chiamiamola “frammentazione”) porta ad una grande effervescenza del mercato ICT di fascia bassa, che da un lato è un punto di forza, poiché molte soluzioni ICT ritagliate sulle esigenze del cliente (spesso a sua volta una PMI) provengono dalle menti e dalle tastiere dei programmatori nostrani; dall’altro lato, tuttavia, rappresenta una grave debolezza, perché non funge da stimolo per fornire soluzioni complesse, dominio incontrastato dei big internazionali, soprattutto statunitensi.

La dipendenza italiana sotto questo punto di vista è fortissima: dai sistemi operativi (Windows), agli antivirus (Symantec e McAfee), ai database (Oracle, DB2, SQL Server), ai sistemi ERP (SAP, Sage, IBM), ai server (Windows, SuSE, Red Hat, Solaris), alle piattaforme di editing e multimediali (Dreamweaver, Photoshop), alle soluzioni di storage (EMC2, Sun), al settore hardware e server (Dell, HP, IBM), fino alla stessa ricerca su internet (Google, Yahoo!, MSN).

La relativa stabilità delle soluzioni è destinata a cambiare: anche le PMI stanno abbandonando la visione “autarchica” dei loro mercati (finora prevalentemente nazionali) per spostarsi sullo scenario internazionale. Alcune eccellenze riescono ad ottenere grandi successi ma le restanti stentano anche a causa di una infrastruttura ICT debole, confusa, poco interfacciabile con le altre, che rappresenta un handicap competitivo non da poco. Più il mercato si globalizza, più questo svantaggio emerge.

In Italia, inoltre, si è in forte ritardo nella adozione di tecnologie e piattaforme aperte, che potrebbero invece essere una grande occasione di innovazione e riposizionamento competitivo: basta citare i due clamorosi esempi europei, Irlanda ed Estonia, che con la loro crescita di PIL degli ultimi anni sono state paragonate alle “tigri asiatiche” degli anni novanta.
I numeri parlano chiaro: la bilancia commerciale del settore ICT ha un passivo di oltre dieci miliardi di euro . Non inganni il lieve miglioramento dell’anno 2005 rispetto al 2004: il merito è dovuto soprattutto al settore “telefonini”.

A volte basta guardarsi indietro, capire gli errori di ieri per poi correggere quelli di domani; non essendoci una storia nostrana che ci possa aiutare, possiamo tuttavia guardare ciò che già sta succedendo in altri paesi, che si trovano in situazioni simili a quelle che vivremo noi nei prossimi anni. L’India, a dispetto delle “voci di corridoio”, è ben lungi dall’essere una seconda Cina; tuttavia, in particolare nel settore ICT, sta diventando il serbatoio a basso costo per tutte quelle attività di servizi divenute ormai troppo costose nei ricchi paesi anglofoni (USA, UK, Australia in testa).
Il GDP (Gross Domestic Product, simile al “PIL” nostrano) indiano sta crescendo a ritmi del 9 per cento annuo , ma il vero motore di questa crescita è proprio il settore ICT, che sta invece crescendo con valori che in alcuni casi superano il 40 per cento.

Tutti i servizi immateriali per i paesi anglofoni possono essere forniti da indiani con un perfetto accento inglese (bastano solo quattro mesi di training), con competenze spesso superiori a quelle dei loro “colleghi” ricchi, ad una frazione del costo.
Fiutato ormai l’affare, le grandi compagnie ICT statunitensi stanno delocalizzando in India a colpi di miliardi.
Sono nati dei villaggi ICT come New Oroville, in cui schiere di tecnici vivono e lavorano con gli strumenti adatti ma con una frazione dello stipendio che percepirebbero in California.

Ora vi stupisco con un elenco dei servizi “generali” che sono già stati delocalizzati: call center di ogni tipo; operazioni di contabilità; supporto didattico (correzione esami,preparazione test); marketing telefonico; consulenze e azioni legali; progetti architettonici; progetti ingegneristici; progetti abitativi.

Ecco invece i servizi già delocalizzati che riguardano il settore ICT: creazione di software; assistenza remota su PC utenti; interventi sistemistici su reti, server, database; migrazione dati; inserimento dati (i cartacei vengono trasferiti fisicamente e poi restituiti) e scansione dati; consulenze per la privacy; gestione documentale; studi statistici su dati acquisiti; operazioni multimediali (montaggi video, elaborazioni fotografiche, montaggi audio). I nomi coinvolti sono DELL, Oracle, IBM, Microsoft, Sun, Intel, AMD, SAP, HP… e migliaia di altri. Già dal 2003 esiste la figura del “delocalization engineer”.

Lascio alla vostra immaginazione quanti altri servizi saranno delocalizzati nei prossimi anni.

E l’Italia? La nostra “difesa” è stata finora la scarsa diffusione della lingua italiana, ma ormai ci attendono alla “frontiera” migliaia di tecnici competenti e “affamati” di stipendi per noi ridicoli.
Nei balcani e nel baltico stanno spuntando come funghi scuole di lingua per i tecnici locali (spesso per il tedesco e il francese), che vogliono migliori guadagni ma preferiscono rimanere in patria. Queste operazioni sono spesso supportate dalle grandi aziende, che cavalcano i nuovi entrati nella famiglia dell’Euro e i fondi comunitari destinati a progetti del genere.

Già alcuni call center vengono oggi delocalizzati in Albania (dove la TV italiana ha portato la nostra lingua tra i più giovani) e presto nella ex-Jugoslavia. Nei prossimi anni un numero sempre crescente di stranieri (soprattutto est-europei) sostituirà la manodopera italiana ad ogni livello. L’unica cosa sulla quale si può discutere non è se , ma quando .

La nuova guerra delle competenze umane
Lo scenario “apocalittico” purtroppo non si ferma qui: il problema non è soltanto la “migrazione” dei servizi all’estero ma soprattutto il futuro di quei professionisti che, in patria, si ritrovano senza un lavoro. Negli Stati Uniti, colpiti massicciamente da questa delocalizzazione, i tecnici locali stanno spendendo energie e denaro per specializzarsi sempre di più, riuscendo spesso a reintegrarsi in maniera proficua nel mercato del lavoro.

L’atteggiamento è sano: non potendo evitare la concorrenza agguerrita delle “teste” straniere, si cerca di sfruttare il vantaggio accumulato per elevare la propria competenza e tornare ad essere competitivi nel mercato del lavoro. Non è un caso che siti web di recruiting specializzato nel settore ICT come www.dice.com e www.linkedin.com (mi trovate qui ) stiano riscontrando un enorme successo, segno che i protagonisti del settore ICT si affannano per rimanere al passo coi tempi.

In Italia, invece, si assiste ad un fenomeno di stagnazione davvero deprimente: l’unica vera reazione di cui sono capaci, loro malgrado, i professionisti nostrani, è la fuga verso paesi in grado di apprezzare economicamente le loro competenze. Il risultato, nel medio e lungo termine, sarà un graduale impoverimento delle elevate professionalità residenti in Italia. Le conseguenze dovrebbero essere nefaste per l’intera economia. Un’altra minaccia si cela dietro un aspetto tecnico molto specifico: la virtualizzazione. A partire dalle corporation produttrici di hardware (Intel in testa) fino alle grandi aziende di software, tutti stanno fortemente puntando sulla virtualizzazione di… tutto. Il primo passo consiste nello spostare la potenza di calcolo e la capacità di storage dai terminali degli utenti verso i server centrali dell’azienda, incrementando al contempo la banda (e fin qui, nessun pericolo).

Il passo successivo (già in atto negli Stati Uniti e UK in maniera massiccia) è quello di spostare i server e i dati direttamente in remoto, permettendo una riduzione dei costi e una migliore affidabilità. È facile indovinare quali saranno i luoghi privilegiati che ospiteranno queste “service farm”: luoghi con manodopera a basso costo, energia a basso costo, terreni a basso costo, banda larga economica ed affidabile, legislazione semplice. In poche parole: non in Italia. Tanto per dare una cifra: in India si stendono già 15 volte le fibre ottiche che si stendono qui da noi.

La stessa Italia, da questo punto di vista, verrà bastonata due volte: primo, perché le aziende nostrane adotteranno con notevoli ritardi la “virtualizzazione” dei servizi informatici (anche per colpa della stessa legislazione), perdendo in competitività rispetto alle concorrenti internazionali; secondo, perché quando verranno virtualizzati i servizi, il settore ICT risentirà pesantemente delle perdite in termini di impieghi lavorativi e salari corrispondenti.

In un certo senso, quindi, le prime a subire saranno le aziende in generale, i secondi saranno gli stessi professionisti dell’ICT.

Le possibili soluzioni
Non ho certo le capacità o i dati per fare una previsione ragionevole, ma di certo mi sento di dire che gli scenari da me dipinti diverranno realtà entro i prossimi anni.

Il singolo professionista, o la piccola azienda, può difendersi da queste minacce investendo molto nella propria formazione, nella specializzazione, nel rendere le proprie attività non solo remunerative, ma anche il più possibile professionalizzanti.

Nel valutare un possibile impiego ho sempre considerato discriminante lo stipendio (ovviamente), ma anche il “ritorno” specialistico che ne deriva. In parole povere, un impiego deve pagarmi, ma deve anche farmi crescere professionalmente, altrimenti sono destinato a “soccombere” prima o poi alle competenze di qualcun altro, italiano o straniero che sia.

Facendo invece un discorso più globale, credo che una vera svolta potrebbe essere data dal governo, che per decenni ha dato un ingiusto assistenzialismo a Fiat, Alitalia, e recentemente alle squadre di calcio, dimenticandosi di favorire in maniera corretta le punte di diamante della nostra economia. Esistevano Olivetti, Finsiel, e molte altre “eccellenze” nel panorama informatico passato, di cui oggi rimangono solo le ombre.

Non serve chissà quale fantasia per prendere spunto dalle “ricette” estere: in molti casi bastano dei semplici stimoli per far decollare un settore economico dove esistono già grandi competenze. La stessa disponibilità di banda larga, tanto per fare un esempio, è uno dei fertilizzanti migliori, assieme al potenziamento dell’istruzione pubblica.

Il settore ICT è invece oggi relegato in ruoli di secondo piano: tanto per dare un esempio, il fantomatico portale per il turismo italiano lanciato dal Ministro Stanca è tuttora in fase di realizzazione, e nel frattempo la Cina ci ha superato come meta turistica internazionale.

Non sono certo queste le risposte alle sfide globali dell’ICT. Mi auguro che si possa presto vedere qualcosa di più concreto.

In alternativa, quella parte di aziende che sarà capace di delocalizzare con successo alcune sue attività all’estero, potrà continuare a mantenere un livello competitivo adeguato… a discapito, ovviamente, dei lavoratori italiani.

Simone Brunozzi

BIBLIOGRAFIA e WEBOGRAFIA
G. Attardi. “Comunicazioni alla Commissione Open Source”, Marzo 2003
F. Rampini, “L’impero di Cindia”, 2006
A. Saith, M. Vijayabaskar, “ICTs and Indian Economic Development: Economy, Work, Regulation”, 2005
MIT – Indagine conoscitiva sul software open source

Questo articolo è rilasciato sotto licenza “Creative Commons Attribuzione-StessaLicenza 2.5 Italy License” da Simone Brunozzi
( www.ubuntu.it www.simpler.it – simone.brunozzi aT gmail.com)

I precedenti approfondimenti di S.B. sono disponibili a questo indirizzo

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18 07 2006
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