Microsoft: vogliono aprire Windows agli hacker

Questa la tesi del vicepresidente dell'azienda Jim Allchin, che ha presentato la sua testimonianza al procedimento antitrust contro l'azienda. Si avvia alla chiusura il balletto delle deposizioni pro-Microsoft
Questa la tesi del vicepresidente dell'azienda Jim Allchin, che ha presentato la sua testimonianza al procedimento antitrust contro l'azienda. Si avvia alla chiusura il balletto delle deposizioni pro-Microsoft


Washington (USA) – Fare quello che propongono gli stati che sostengono l’accusa contro Microsoft significherebbe rendere Windows più vulnerabile agli attacchi di hacker, cracker ed affini. Questa è la tesi con cui il vicepresidente Microsoft Jim Allchin ha voluto opporsi alle tesi degli stati nella deposizione scritta rilasciata ieri al tribunale che si occupa del procedimento antitrust contro il big di Redmond.

Allchin si riferisce alla proposta degli stati di fornire ai competitor di Microsoft tutte le informazioni necessarie a realizzare applicativi per Windows a condizioni paritarie rispetto a quelle dell’azienda di Bill Gates. “Fornire quelle informazioni – ha affermato Allchin – rende più facile compromettere i meccanismi di sicurezza di Windows e la posta per i nostri clienti è troppo alta, Microsoft non può assumersi un tale rischio”.

“Ritengo – ha insistito il manager – che fornire certe informazioni come richiesto dagli stati renderebbe più semplice agli hacker entrare nelle reti informatiche, ad individui o organizzazioni criminali diffondere virus informatici distruttivi e a persone senza etica piratare il sistema operativo Windows e porzioni importante dei contenuti prodotti da terze parti”.

Secondo Allchin è necessario che i rimedi eventualmente definiti dal tribunale sulla scorta della condanna per abuso di posizione dominante lascino comunque la possibilità a Microsoft di tenere per sé alcune porzioni di codice. Un elemento, questo, che fa esplicitamente parte dell’accordo-quadro con cui Microsoft ha definito nei mesi scorsi le accuse portate avanti da una parte degli stati che si erano schierati contro l’azienda e dal ministero della Giustizia.

Allchin ritiene che questo elemento “consente a Microsoft di salvaguardare le installazioni informatiche dei nostri clienti senza negare ai competitor le informazioni che possono voler utilizzare”.

Quella di Allchin è una delle ultime deposizioni che Microsoft intende presentare al giudice Coleen Kollar-Kotelly nei giorni in cui le è stato concesso di farlo. E quella di Allchin è infatti una deposizione che sembra “chiudere il cerchio” delle argomentazioni che in queste settimane sono state proposte dall’azienda.

Vediamo cosa è stato detto dagli altri testimoni, tra cui lo stesso Bill Gates.


WJ Sanders, chairman del chipmaker AMD, aveva dichiarato : “Qualsiasi soluzione pensata per frammentare la piattaforma Windows e dunque impedirne i benefici di una ampia compatibilità forniti da tale piattaforma, porterebbero l’industria indietro di almeno 20 anni, il tutto ad un costo tremendo per i consumatori e l’economia nazionale”.

Con una sfumatura diversa gli aveva fatto eco il professore del MIT Stuart Madnick, secondo cui imporre una revisione di Windows a Microsoft significherebbe puntare sulla riduzione delle funzionalità della piattaforma a svantaggio dei consumatori e ad esclusivo vantaggio dei competitor di Microsoft.

Ma in questo round di testimonianze è intervenuto anche lo stesso Bill Gates. Il chairman Microsoft ha parlato del rischio distruzione per Windows, sostenendo che invece la piattaforma va tutelata per il ruolo che svolge sul mercato. E ha attaccato le soluzioni proposte dall’accusa.

“Da come capisco la cosa – ha affermato – uno degli obiettivi principali sarebbe fornire la tecnologia Microsoft ai concorrenti dell’azienda così che questi possano costruire software funzionalmente equivalenti ai nostri prodotti subito e possano raggiungere tutte le nostre future innovazioni nei prossimi dieci anni”. “Io so – aveva concluso Gates – che Microsoft non avrebbe mai sviluppato Windows95, uno dei software che hanno avuto più successo nella storia, se queste richieste (quelle degli stati, NdR) fossero emerse negli anni ’90”.

A favorire la posizione di Microsoft, infine, erano giunte anche le dichiarazioni di Kevin Murphy, docente di economia all’Università di Chicago, secondo cui Netscape non ha mai rappresentato per Microsoft un problema tale da rappresentare una minaccia, come è invece emerso nel corso del processo. La deposizione di Murphy è però stata ampiamente contestata dall’accusa che ha ottenuto l’ammissione da parte del docente che questi ha iniziato a scrivere di software, e dunque ad occuparsi in modo specifico di problemi come quello del processo, soltanto dopo essere stato assunto come consulente dalla stessa Microsoft.

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07 05 2002
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