Una passkey per ascoltarli tutti

Chi compra beni digitali non digerisce i sistemi anticopia attuali. La soluzione proposta da un studio USA concederebbe ai cittadini la libertà di disporre dei contenuti multimediali a proprio piacimento

Roma – Una linea che senz’altro rompe il fronte dei sodali del DRM: l’allergia alla gestione dei diritti digitali è ormai un fattore che accomuna la stragrande maggioranza dei consumatori, urge un’alternativa che non scontenti le major e che nel frattempo sappiare breccia nei portafogli degli utenti. Questa è l’ opinione espressa da Paul Sweazey, autore di uno studio IEEE volto a trovare una soluzione che riavvicini i custodi dei copyright a coloro che fruiscono dei contenuti.

“La maggior parte degli utenti comprende in linea di massima le ragioni di chi detiene i diritti – ha precisato Sweazey – ma non riesce a sopportare il DRM, che viene percepito come un vero e proprio sopruso”. Per Sweazey ciò che pretendono gli utenti è l’adeguamento delle leggi che regolano le proprietà digitali a quelle materiali , tra cui la possibilità che un bene possa essere indebitamente sottratto al proprietario, rubato indipendentemente dalla tipologia del supporto.

L’idea del gruppo di lavoro presieduto da Sweazey ha un nome: Digital personal property (DPP). È l’equivalente del PIN di un bancomat o di una SIM di un telefono cellulare: il bancomat e la SIM possono essere rubati, da cui la interessante definizione di Sweazey del “diritto ad essere derubati”, ma senza il codice di sblocco non sono altro che due inerti pezzi di plastica.

Il DPP si discosta dal DRM proprio in questo senso. Pur essendo i contenuti inseriti in un file criptato, questo può essere copiato da chiunque e, completando la traslazione verso il mondo reale, può anche essere rubato: il file in cui alloggia il contenuto, liberamente copiabile , si associa a una playkey necessaria per accedere all’elemento principale. Quest’ultima, la chiave per far funzionare tutto il proprio archivio digitale, è l’unico elemento davvero personale di questa architettura: quello da tenere al sicuro da occhi e mani indiscrete.

Tutto ruoterebbe intorno a questa “chiave”: essa non può essere copiata in alcun modo ma può essere spostata liberamente su qualunque riproduzione in proprio possesso di un contenuto. Ciò può avvenire anche senza il consenso del proprietario iniziale, e per questo Sweazey parla del diritto all’essere derubati : ma, più semplicemente, per l’utente finale diverrebbe possibile cedere a terzi (gratis o a pagamento) i propri beni che non interessano più. Un mercato dell’usato digitale diverrebbe così una realtà.

Giorgio Pontico

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  • magonirico scrive:
    Illusi...
    Ad ogni topo migliore, una migliore trappola... ad ogni trappola migliore, un miglior topo. E' un cane che si morde la coda, a Berlino est l'avevano capito già nel 1989 che non si può fermare la libera espressione e il libero commercio, che non si può monopolizzare le risorse. E' tutto inutile, siamo nell'epoca del libero scambio e Internet non può essere monopolizzata, prima lo capiscono meglio sarà per tutti.
  • Francesco scrive:
    eh... sti giapponesi...
    Pensa questi giapponesi...Noi non abbiamo ancora l'ADSL via cavo o l'UMTS (per non parlare dell'HSDPA) nei paesi e questi sono già al P2P su telefonino...!Ah..! ho capito! Le compagnie in italia lo fanno per contrastare il P2P: non ti do la linea così non scarichi niente...!...Sagaciii...!
  • Francesco_Holy87 scrive:
    Eh questi giapponesi...
    Sono quelli che fanno meno sesso, ma quelli che fanno più seghe :PMa in effetti non ho capito bene: una volta che il brano è sul cellulare, come fanno ad accorgersene? Non basta passarlo dal PC per aggirare la protezione?
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