Videogiochi: la violenza non paga più

Videogiochi: la violenza non paga più

Sembra progressivamente scemare l'interesse delle nuove generazioni verso i videogiochi più violenti a favore dei giochi "new age"
Sembra progressivamente scemare l'interesse delle nuove generazioni verso i videogiochi più violenti a favore dei giochi "new age"


Los Angeles (USA) – Fucili a pompa, mazze chiodate, auto tritapedoni, duelli sanguinari: tutti simboli di una violenza sempre più spinta e spesso gratuita che ha contraddistinto tanta parte della produzione videoludica, ma non soltanto, degli ultimi anni.

Qualcosa sembra però in procinto di cambiare. Dagli Stati Uniti le statistiche sembrano infatti indicare che le nuove generazioni di videogiocatori stanno spostando i loro gusti dai classici “picchiaduro”, o dai giochi violenti in genere, a quelli un pO’ più meditati, come gli strategici e gli RPG, o quelli del tipo di Pokemon , il nuovo best seller in stile manga piovuto dal Giappone.

Secondo un sondaggio realizzato da NPD Group e pubblicato su Internet da Interactive Digital Software Association , i videogiochi bollati dalla critica come “destinati ad un pubblico maturo” sono passati dai 2,6 milioni di unità vendute nel 1998 ai 1,2 milioni di unità nello scorso anno: un bel salto all’indietro.

Tutti sono concordi nel riconoscere parte del merito a Pokemon, un gioco che in Giappone e negli Stati Uniti ha spopolato superando persino il successo del Tamagochi, ma l’associazione Mothers Against Violence in America ritiene che il risultato sia stato ottenuto anche dalla buona affermazione della classificazione dei videogiochi a cui l’industria del settore ha dato volontariamente vita qualche anno fa.

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Pubblicato il
21 gen 2000
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