La cosa di Azuni

di G. Scorza - Una bozza di un documento per favorire il dibattito sulla governance di Internet. Brunetta invita con urgenza alla partecipazione, ma gli obiettivi sono vaghi. E' solo l'ultima delle quattro "cose" del 2010

Roma – Uno scarno comunicato stampa pubblicato sul sito del Ministero dell’innovazione ha annunciato ieri il lancio, da parte del Ministro Brunetta, dell’operazione “Codice Azuni”, un’iniziativa – si legge nel comunicato – “per favorire un dibattito nazionale ed internazionale sulla governance di internet” utilizzando – prosegue il comunicato – un “metodo non nuovo ma innovativo”.

Il comunicato rimanda quindi ad un sito creato per l’occasione sotto il dominio www.azunicode.it (dominio di cui è titolare l’istituto di informatica e telematica del CNR) sul quale è pubblicato un elenco di buoni propositi circa l’opportunità di avvicinarsi alla regolamentazione della Rete attraverso un approccio “bottom up” e multistakeholder nonché una “versione beta del Codice Azuni”, dal nome del giurista sardo che Napoleone incaricò di redigere il Codice della navigazione marittima.

La lettura di quella che è presentata come la “versione beta del Codice Azuni”, in realtà, non consente di decifrare la natura del documento che, allo stato, certamente, non è la bozza di un Codice, né di comprendere quale sia il reale intendimento del Ministro Brunetta.
Il testo attualmente online si risolve, infatti, in un’introduzione – densa di ovvietà e retorica – di carattere generale sulle origini della Rete e le difficoltà sin qui incontrate nella sua governance, seguita da una serie di considerazioni frutto di un cut&paste , non sempre felice, di posizioni assunte in ambito IGF (Internet Governance Forum) ed in ambito europeo, attraverso le quali si individua un elenco non esaustivo di aspetti che, a detta degli autori del documento, andrebbero tenuti in considerazione nell’occuparsi – non è chiaro attraverso quali strumenti – della governance della Rete.

Un’avvertenza che campeggia nell’area del sito dedicata alla pubblicazione di questa criptica ed ermetica versione beta del codice informa, infine – tanto per confondere definitivamente il lettore circa la natura del documento sul quale è invitato a pronunciarsi – che ” Il contenuto del documento riflette le opinioni dei membri del Tavolo di Lavoro e non rappresenta in alcun modo la posizione ufficiale del Governo italiano “.
Chiunque voglia, attraverso un’apposita pagina del sito, può iscriversi ad una mailing list e, nei prossimi 30 giorni, inviare il proprio contributo “estivo” ai lavori della “Cosa di Azuni” alla quale, a settembre, il Ministro Brunetta intende porre mano.
Sin qui i fatti.

Veniamo ora a qualche considerazione sulla nuova iniziativa del vulcanico Ministro dell’innovazione.
Ritengo, innanzitutto, che ogni volta – e non accade di frequente – che un’Istituzione decide di avviare una consultazione pubblica e raccogliere contributi e spunti di riflessione da cittadini ed esperti prima di agire, meriti il plauso di tutti.
Non fa eccezione a questa regola l’iniziativa estiva del Ministro Brunetta al quale non può pertanto non andare – assieme ai colleghi ed amici che hanno dedicato pare due giorni del loro tempo a lavorare alla bozza della “Cosa di Azuni” – il ringraziamento di quanti si occupano di questioni della Rete o hanno, comunque, a cuore il futuro di Internet.
Egualmente, sono convinto che, a seguito del lancio di una consultazione pubblica ciascuno – in relazione alle proprie competenze e/o interessi nella materia oggetto della consultazione – abbia prima che il diritto, il dovere di parteciparvi. Pena, qualora non lo faccia, di doversi poi astenere dal criticare o contestare il contenuto dei provvedimenti adottati a valle della consultazione.

Metodo, forme e termini dell’iniziativa lanciata dal Ministro dell’Innovazione ieri, tuttavia, non convincono e, anzi, preoccupano.
Cominciamo dal principio. Trenta giorni – questa la durata della consultazione pubblica – in pieno periodo estivo, per raccogliere contributi e spunti di riflessione sulla governance della Rete è una scelta che bolla inesorabilmente l’iniziativa come un’operazione di marketing istituzionale, dettata da finalità auto promozionali o, ancor peggio, dall’intento di poter agire più liberamente a settembre con l’alibi di aver preventivamente ascoltato i cittadini. Non c’è alcuna giustificazione per la scelta del Ministro circa i tempi ed i termini dell’iniziativa: non l’ormai imminente Internet Governance Forum di Vilnius fissato da mesi, né l’urgenza degli argomenti oggetto della consultazione giacché la governance della Rete è un tema vecchio più o meno di quarant’anni e realisticamente destinato a rimanere attuale ed “urgente” – ma non nel senso “estivo” del Ministro – ancora per molto tempo.
In trenta giorni, in piena estate, gli stakeholder – federazioni di imprese, associazioni di consumatori, corporation, ed enti portatori di interessi che pure andrebbero ascoltati e valutati – non sono evidentemente in grado – e questo a Palazzo Vidoni lo sanno benissimo – di formare una posizione su temi tanto articolati e complessi da impegnare, da decenni, l’intera comunità internazionale senza che si sia mai arrivati ad una soluzione.
È un peccato perché tale infelice scelta priva di serietà tutta l’iniziativa anche a prescindere da ogni ulteriore perplessità.

Stupisce, in tutta franchezza, che si possano spendere centinaia di migliaia di caratteri – come avviene sul sito del Codice Azuni – a parlare di approccio bottom up , di volontà di ascoltare le istanze di tutti, di affrontare il problema della governance della Rete in maniera multistakeholder e poi, alla prova dei fatti, cadere nella più tipica e tradizionale delle “ipocrisie di Palazzo”: una consultazione-lampo, per pochi addetti ai lavori magari informati telefonicamente dell’urgenza, lanciata in sordina ed in pieno periodo estivo.
Se il buon giorno si vede dal mattino… l’iniziativa del Ministro Brunetta è, purtroppo, assai meno “innovativa” di quanto non si voglia far credere.
Ma, come anticipato, il problema non sono solo i tempi.

Il documento pubblicato sul sito creato per l’iniziativa ed intitolato “Codice Azuni, versione Beta”, non è lo schema di un Codice in nessuna delle accezioni a me note nelle quali può essere utilizzata l’espressione “codice” e non si capisce né cosa sia né cosa ambisca a divenire: un vero codice normativo, un codice deontologico, un testo unico che raccolga leggi preesistenti, una posizione italiana sui problemi della governance della Rete con la quale presentarsi al prossimo IGF di Vilnius?
La natura e gli obiettivi dell’iniziativa che, a Palazzo Vidoni, probabilmente per scelta di marketing istituzionale, hanno battezzato “Codice Azuni”, non sono secondari ma prioritari se la consultazione pubblica avviata deve rappresentare qualcosa di più di un’ipocrita manifestazione di “vicinanza” alla Rete. Come si può chiedere ad uno stakeholder di inviare un contributo senza chiarire quale ne sia la funzione e quale l’intenzione del Ministero promotore dell’iniziativa?
Appare, sfortunatamente – lo scrivo con sincero rammarico – un altro sintomo importante del dilettantismo o della mancanza di buona fede che anima l’iniziativa.

Temo, d’altra parte, che la realtà sia che, allo stato, nessuno al Ministero può dire con certezza a cosa l’iniziativa estiva, intitolata al grande Domenico Azuni, possa o debba condurre. Non credo, infatti, che il Ministro Brunetta abbia deleghe o autorità sufficienti per dettare – o proporre di dettare – regole nelle tante e complesse materie sulle quali, durante la pausa estiva, ha chiesto agli italiani di dire la loro. Né, francamente, credo che le questioni oggetto della consultazione pubblica appena lanciata possano trovare una soluzione – non importa di quale natura – a livello di regolamentazione nazionale.

E veniamo, infine, alla ragione per la quale l’iniziativa del Ministero dell’innovazione, che pare in linea di principio meritevole di plausi e gratitudine, non convince e, anzi, preoccupa.
Solo nell’ultimo anno, il Ministro Brunetta è il quarto Ministro di questo Governo che istituisce un tavolo tecnico per individuare regole relative alle “cose della Rete”. Il primo fu il Ministro Bondi con l’ormai famoso “Comitato tecnico per la lotta alla pirateria digitale e multimediale” la cui presidenza venne – ed è tutt’ora con scelta di dubbio buon gusto almeno sotto il profilo della terzietà ed indipendenza di pensiero rispetto alle questioni trattate – affidata all’attuale direttore generale della RAI, Mauro Masi. Anche in quel caso il Prof. Masi, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, annunciò l’intenzione di chiudere i lavori del comitato e varare una “cosa” – ieri come oggi di contenuto indefinito – entro 60 giorni attraverso un processo – ieri come oggi – “non nuovo ma innovativo” e “bottom up”: la creazione di un forum per raccogliere i contributi degli stakeholder. Era il 14 gennaio 2009. Ad oltre un anno e mezzo da allora, nulla è accaduto salvo il fatto che, con un colpo di coda – in questo caso pre-estivo – il 10 luglio scorso, il Comitato ha creato, al suo interno, una task force per elaborare – naturalmente in tempi brevi – “una proposta di un codice di autoregolamentazione tra i soggetti operanti in ambito digitale… mirata a contrastare il fenomeno della pirateria”.
Frattanto il forum istituito sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri è alla deriva, abbandonato a sé stesso, senza che vi sia mai stato pubblicato dalla Presidenza alcun documento o studio utile ad orientare la discussione.

A seguito del lancio dell’ormai celebre statuina contro il Premier Silvio Berlusconi e del costituirsi su Facebook di una serie di gruppi pro ed anti vittima ed aggressore, fu poi la volta del Ministro Maroni che il 23 dicembre 2009 – anche in questo caso in tutta fretta ed a qualche ora dalla vigilia di Natale – convocò gli stakeholder – o la più parte di essi – attorno ad un tavolo per scrivere, a più mani, la bozza di un codice di autoregolamentazione per evitare che certe condotte in Rete rimanessero impunite e garantire una più elastica governance di certe dinamiche telematiche rispetto a quella assicurata dalle leggi dello Stato.
Anche in quel caso, tanto rumore per nulla. Alla convocazione del tavolo ed all’indicazione del Ministro di voler concludere i lavori in tempi brevissimi seguì – per fortuna – un lungo silenzio ed un periodo di assoluta inattività giacché il Palazzo si lasciò, come di consueto, assorbire dalle consultazioni elettorali di primavera.

Superata la pausa elettorale, quindi, toccò al Ministro Romani, raccogliere l’eredità del Ministro Maroni e convocare, nuovamente – questa volta era il 12 maggio 2010 – tutti gli stakeholder, per discutere, in questo caso, addirittura una bozza di codice di autoregolamentazione – benché scritto nelle segrete stanze del Ministero delle comunicazioni – relativo alla tutela della dignità della persona sulla Rete Internet. Anche in quel caso, l’imperativo categorico, fu quello di inviare osservazioni e indicazioni di modifica sulla bozza nello spazio di qualche settimana ma, anche in quel caso – per fortuna – il Palazzo venne poi distratto da questioni ritenute “più serie” – ovvero dal tormentato iter del DDL intercettazioni – rispetto alle “cose della Rete” ed il tutto si concluse con un nulla di fatto.

Ora è la volta del Ministro Brunetta che, come nelle più tradizionali storie italiane, scommette e rilancia di dettare – non è chiaro come – le regole per la governance della Rete. E non già solamente per un singolo aspetto, all’esito di una consultazione pubblica di appena 30 giorni ed in piena estate.
Quattro ministri, quattro “cose” per regolamentare la Rete o singoli aspetti della convivenza in Rete, quattro tavoli o commissioni tecniche, quattro consultazioni e, sempre, una costante: la fretta, l’emergenza e poi, inesorabilmente, il silenzio.
A lasciare di stucco è la totale assenza di coordinamento tra Ministeri fisicamente distanti qualche centinaio di metri l’uno dall’altro, la mancanza assoluta di una politica dell’innovazione del Governo (nel pubblicare la “non” versione beta del Codice Azuni, il Ministro Brunetta ha avvertito l’esigenza di imputare il contenuto della stessa al tavolo tecnico da lui istituito piuttosto che al Governo!) e, soprattutto, l’incoerenza tra i buoni propositi manifestati in queste occasioni circa l’opportunità di avvicinarsi alle cose della Rete con un approccio multistakeholder e la sconsiderata e continua produzione di leggi, leggine e regolamenti anti-Rete.

È per questo che, pur continuando a plaudire ad ogni Ministro che ritenga di ascoltare la Rete prima di dettare regole sulla Rete, sono convinto che forse sia giunta l’ora – come peraltro sta accadendo in tutti gli altri Grandi Paesi – di smettere di ricordarsi della Rete solo sull’onda di emozioni ed emergenze o, piuttosto, per scopi promozionali e, iniziare, un percorso – forse meno ambizioso rispetto al Codice che Napoleone chiese ad Azuni di redigere – che consenta al Paese di disporre, finalmente, di una politica dell’innovazione che individui in modo puntuale le priorità ed il metodo attraverso il quale istituzioni e stakeholder potranno dettare, caso per caso – solo laddove strettamente necessario e possibile a livello nazionale – regole, protocolli e best practice.
La governance della Rete è una cosa seria, è un problema che va necessariamente affrontato a livello globale e che non può e non deve essere ridotto ad un spot pre-elettorale di mezza estate.
Buon lavoro, comunque, ai novelli Azuni ai quali continuo a ritenere vada dato – nonostante l’estate e la voglia di riposo che incombe – tutto il supporto possibile, partecipando alla consultazione pubblica nonostante la genericità e complessità dei quesiti sui quali la stessa è stata promossa.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

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