Filtri P2P, parte l'inchiesta negli States

Comcast sui carboni ardenti: le mazzate alla connessione degli utenti non passano inosservate. L'Autorità TLC USA annuncia l'inchiesta. E in Italia?

Roma – Dopo tanto clamore mediatico, minacce, utenti imbufaliti e lettere di avvocati intenzionati a fare terra bruciata attorno a Comcast , il provider che negli USA è accusato di filtrare il P2P, finalmente qualcosa si muove anche nei palazzi del potere federale: l’organizzazione di garanzia sulle telecomunicazioni Federal Communications Commission si prenderà la briga di indagare negli affari della società , alla ricerca di eventuali comportamenti discriminatori nei confronti dei bit scambiati dagli utenti in rete.

Lo ha annunciato il presidente del Garante TLC statunitense Kevin Martin, che ha fatto capire di voler far chiarezza su quanto sta accadendo: “Sicuramente, investigheremo per assicurarci che la connessione di nessun consumatore venga bloccata – ha dichiarato Martin alla Associated Press – Sono norme di networking ragionevoli? Se sono tali, Comcast dovrebbe renderle note e comunicarle al pubblico”.

La telenovela del provider che interferisce con gli scambi su rete BitTorrent e Gnutella fino al punto di bloccarli – interferenze accertate da indagini indipendenti dalla Electronic Frontier Foundation e dalla stessa Associated Press – arriva dunque ad un punto cruciale, occasione propizia per testare la reale consistenza delle regole in difesa della net neutrality stabilite dai regolamenti emanati dall’Authority.

La FCC prevede infatti che i provider possano adottare pratiche di networking definite “ragionevoli” per la salvaguardia della banda e per offrire una esperienza di rete adeguata a tutti i consumatori. Quello che la FCC non prevede, è il blocco totale di taluni tipi di comunicazioni telematiche, come il P2P, filtri che Comcast utilizzerebbe senza risparmi.

La posizione del provider la esprime il dirigente David L. Cohen, che così risponde all’indagine federale: “Crediamo che le nostre pratiche siano svolte in totale accordo con le regole dettate da FCC su Internet, in cui la Commissione riconosce chiaramente che un management di rete ragionevole è necessario per il bene di tutti i consumatori”. Cohen dichiara la disponibilità della sua società a collaborare con la Commissione per “portare maggiore trasparenza” riguardo le pratiche di network management nei confronti dei consumatori.

Nei fatti, però, Comcast ha finora cercato in tutti in modi di camuffare le proprie reali attività , minimizzando il filtering del traffico P2P, inviando istruzioni precise di comportamento omertoso ai propri dipendenti e rispondendo con iniziative legali alle critiche degli utenti del file sharing.

Un comportamento niente affatto “trasparente” insomma, che getta ombre sulle reali possibilità di una collaborazione da parte del provider. E, come se non bastasse, la stessa FCC si è spinta nell’ affaire Comcast solo dopo che consumatori e paladini della net neutrality avevano dato vita ad iniziative di protesta, condite persino da un’ azione legale collettiva .

Ed è proprio la neutralità della rete, l’uguaglianza dei bit, che appare come il reale motivo del contendere oltre il caso contingente delle pratiche di Comcast: i difensori della net neutrality sono convinti dell’inadeguatezza della attuali norme della FCC a difesa di una vera esperienza di rete uguale per tutti, mentre molti altri sostengono che le norme siano sufficienti a regolare il mercato, e che ulteriori regolamentazioni interferirebbero con le suddette pratiche “ragionevoli” per aggiustare il traffico in relazione allo stato generale del network.

Il parere della FCC servirà dunque da spartiacque, stabilendo la reale portata del concetto di net neutrality all’interno della attuale legislazione statunitense e l’eventuale posizione di controllo dei provider nel presente e nel futuro di Internet. Almeno negli USA, al contrario che in Italia , se ne discute.

Alfonso Maruccia

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