L’AI indossabile sembra essere la next big thing del mondo tecnologico. I progetti fin qui messi in campo si sono scontrati con una realtà dei fatti piuttosto dura da digerire per startup e investitori: gli utenti non vogliono mettersi addosso un dispositivo intelligente. Oppure non sono ancora pronti a farlo?
I progetti di Apple e OpenAI
La domanda è legittima, considerando le ultime indiscrezioni a proposito della prossima discesa in campo da parte di Apple. Difficilmente la mela morsicata sceglie di lanciare un prodotto senza prima aver colto i segnali concreti di un mercato con buone prospettive. Lo ha fatto ormai quasi vent’anni fa reinventando il telefono cellulare con il primo iPhone, potrebbe cercare di replicare ora convincendoci dei vantaggi derivanti dall’avere una spilla con microfoni e fotocamere. La potenza di fuoco in termini di marketing e l’appeal del marchio di certo non mancano.
Il discorso cambia per OpenAI, anch’essa impegnata con un progetto simile. In questo caso si parla di auricolari wireless con ChatGPT integrato forse in arrivo già entro il 2026. A differenza del gruppo di Cupertino, che andrebbe così ad ampliare il proprio catalogo, per l’organizzazione guidata da Sam Altman si tratterebbe di un esordio assoluto nel territorio dei dispositivi. E sappiamo che lì si gioca tutta un’altra partita rispetto a quella dei chatbot.
L’AI di domani, dal software all’hardware
Fino a oggi abbiamo acquisito confidenza con il concetto di intelligenza artificiale limitatamente alla sua incarnazione software. Qualcuno ritiene che i tempi siano maturi per fare altrettanto con un’interazione che passi dall’hardware.
Ci hanno già provato Humane AI Pin e Rabbit R1, con risultati a dir poco sconfortanti, dimostrando che dietro alla luce accecante dell’hype si può nascondere un disastroso fallimento commerciale. Non bastano una promessa o un design inedito, servono vantaggi concreti per convincere gli utenti a cambiare le abitudini quotidiane.