Ai tecnici la si fa sotto il naso

di M. Daniele (Chartitalia) - Chi conosce in profondità le nuove tecnologie delega a politici spesso ignoranti della rete tutte le scelte: sulla proprietà intellettuale comandano le major. E i tecnici si girano dall'altra parte
di M. Daniele (Chartitalia) - Chi conosce in profondità le nuove tecnologie delega a politici spesso ignoranti della rete tutte le scelte: sulla proprietà intellettuale comandano le major. E i tecnici si girano dall'altra parte


Roma – “Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile.
Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!” ”

Così scriveva Jean-Jacques Rousseau nel 1755 nel suo “Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza fra gli uomini” , sollecitato dalla Accademia di Digione che nel 1745 aveva posto il tema: “Quale sia l’origine della disuguaglianza fra gli uomini e se sia fondata sulla legge naturale”. Beh, certo, erano temi squisitamente politici, adatti ad un ristretto circolo di intellettuali.

Ai giorni nostri, un dibattito simile sta avvenendo riguardo ad un altro tipo di proprietà, quella intellettuale.

Quotidianamente assistiamo a “recinzioni” di diverso genere: qualcuno prende pezzi di sapere che non sono di nessuno e dice “questo è mio”. Insieme a Rousseau, siamo curiosi di sapere se vi sono ancora persone abbastanza stupide da credergli. Solo per i citare i casi più famosi: brevettazione della barra di scorrimento, dei link ipertestuali, del clic e del doppio clic, e di altre amenità ( qui sono elencate alcune cose curiose che alcune aziende stanno tentando di togliere dal pubblico dominio e di far proprie).

Ma non è solo l’informatica ad essere terra di conquista: a chi appartiene il genoma umano? Di chi è la musica che si sta ascoltando sul proprio player? Di chi è il computer dal quale sto scrivendo? E di chi è quel video trasmesso dalla TV di Stato nel 1954 ed interamente finanziato dai contribuenti?

Beh, certo, sono temi squisitamente politici, adatti ad un ristretto circolo di addetti ai lavori. Solo che le conseguenze degli esiti della discussione intellettuale si traducono in sistemi economici, in leggi, in regole che finiscono per determinare le condizioni esistenziali di chiunque, anche di quelli che non hanno partecipato al dibattito, e forse neanche sanno che un tale dibattito è in atto. Già, perché esiste una vasta corrente di pensiero che continua a ritenere che di politica non occorre occuparsi. E questa corrente di pensiero sembra particolarmente diffusa tra i tecnici informatici che, così facendo, difendono e sono fieri della loro “obiettività”.

L’immediata, curiosa, deduzione che si ricava da un simile atteggiamento è che tali tecnici “apolitici” ritengono del tutto naturale che a normare le cose inerenti alla proprietà intellettuale – inestricabilmente intrise di sofisticati concetti scientifici e tecnologici – debbano essere i “politici”. Inviterei ad una banale riflessione: passate in rassegna tutti i politici di vostra conoscenza e scrivete da qualche parte l’elenco di quanti sono in grado di legiferare con cognizione di causa sui concetti tecnico-scientifici legati alla proprietà intellettuale. Beh, immagino che la superficie di un francobollo sia ampiamente sufficiente.

Temi squisitamente politici, dicevamo. Già, solo che di questi temi squisitamente politici i politici non ne parlano. Provate a cercare qualcosa a riguardo tra i temi in primo piano dei programmi elettorali dei due schieramenti, o in qualcuno delle centinaia di dibattiti politici televisivi. Niente. Il nulla assoluto. Però se andate a scartabellare tra gli atti parlamentari, di provvedimenti sulla proprietà intellettuale ne trovate a centinaia. La famigerata Legge 22 aprile 1941, n. 633 sulla “Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio” è forse la legge che è stata maggiormente emendata di tutta la storia dello Stato italiano. E sempre a senso unico: ampliando i diritti di autori/editori/produttori e restringendo sempre più quelli di cittadini/consumatori.

Ma se i politici non sanno e non si interessano di proprietà intellettuale, chi le scrive le leggi ad essa relative? Sorpresa (ma mica tanto): i tecnocrati legati a precisi interessi di parte.

So di dare una delusione ai tecnici apolitici, ma le leggi, cui anche loro devono sottostare, in realtà vengono scritte da tecnici apolitici, e per di più di parte. Attraverso un meccanismo tanto diabolico quanto perfetto. Quello che passa attraverso i trattati sovranazionali. I processi di globalizzazione in atto hanno fatto sì che l’intera tematica legata alla proprietà intellettuale sia disciplinata da organismi quali il WIPO (World Intellectual Property Organization), noto anche come OMPI (Organizzazione Mondiale Proprietà Intellettuale, in italiano). Tutto ciò che viene deciso all’interno di tali organismi, dovrà essere prima o poi recepito nella legislazione nazionale. L’atipicità di tale meccanismo è che i funzionari di questi organismi non hanno alcuna investitura rappresentativa: insomma, vengono nominati e non eletti. Va da sé che la pressione delle varie lobby con interessi da difendere si concentri a livello di WIPO, prima ancora che a livello di singolo parlamento nazionale.

L’effetto combinato di politici tecnicamente ignoranti, oltre che distratti, e di tecnici distratti, oltre che politicamente ignoranti, è devastante. Ecco un piccolo florilegio delle mostruosità prodotte dalla nostra legislazione in materia di tecnologia:

– l’art. 615/ter del Codice Penale punisce “chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da adeguate misure di sicurezza, ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni” . Ma cos’è la volontà “tacita”? E cosa sono le misure “adeguate”?

– l’art. 616 punisce “chiunque prenda cognizione del contenuto di corrispondenza chiusa a lui non diretta “. Una e-mail non cripata è chiusa?

– il decreto 7 febbraio 2006/4249/GIOCHI/UD grazie a cui sono stati censurati i siti di scommesse online, che implica l’affermazione del principio che “è tutto vietato tranne ciò che è ammesso”;

– il decreto Pisanu (Pacchetto sulla sicurezza), in nome della lotta al terrorismo, obbliga i fornitori di connettività alla conservazione obbligatoria dei dati di “traffico telematico”, mettendoci tutti sotto sorveglianza;

La citata legge 633 è una miniera di mostruosità:
– tassa sui supporti vergini per poter effettuare la copia privata, impedita di fatto dai dispositivi DRM che ne impediscono la copia; tale tassa va comunque pagata anche se su CD e DVD vengono depositate le foto delle vacanze;
– le modifiche introdotte dal decreto Urbani che equiparano lo scambio di file via internet alla pirateria commerciale;
– vessazioni e pene pecuniarie spropositate anche solo per aver scaricato un frammento di un’opera protetta da copyright;
– rischi per i webmaster per la semplice esposizione di link ad opere protette da copyright, con la conseguente uccisione dello strumento primario su cui si fonda il web;
– la Legge 15 aprile 2004, n.106 obbliga tutti i titolari di siti a depositarne una copia presso le Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze: mostruosità tecnologica che, se attuata, farebbe soccombere i due istituti;
e via farneticando: l’elenco delle leggi con riflessi sulla tecnologia è lunghissimo e ben noto ai lettori di queste pagine.

Come si diceva, quello che sta succedendo è sì colpa della ignavia e della scarsa competenza tecnica dei legislatori, ma anche dalla scarsa voglia dei tecnici di “occuparsi di politica” in senso ampio (che non vuol dire tifare per questo o quello). Voi che leggete queste pagine siete i tecnici. E siete corresponsabili di quanto sta succedendo. Perché non ve ne interessate. Perché non fate pressione. Perché siete incapaci di fare lobby per difendere i vostri interessi. Perché non parlate presso i vostri rappresentanti politici e non fate loro capire il problema. Perché non avete rappresentanti politici. Ed infine perché, sebbene esperti di network, siete incapaci di fare networking. Cioè di utilizzare la rete per aggregarvi, per organizzarvi e difendere i vostri interessi. Sarebbe ora iniziare di a farlo. A partire dalle prossime elezioni politiche.

Michele Daniele
Chartitalia
chartitalia.blogspot.com

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13 03 2006
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