Apple e Google, altre accuse di evasione fiscale

Tim Cook si difende davanti a una commissione del Senato USA. Niente di illegale a Cupertino, dice, ma una riforma del sistema di tassazione è auspicabile. Mountain View, nel frattempo, è al centro delle polemiche nel Regno Unito
Tim Cook si difende davanti a una commissione del Senato USA. Niente di illegale a Cupertino, dice, ma una riforma del sistema di tassazione è auspicabile. Mountain View, nel frattempo, è al centro delle polemiche nel Regno Unito

L’accusa di evasione fiscale (tecnicamente legale) rivolta contro Apple è stata ufficializzata con la pubblicazione di un rapporto del Senato USA, documento che inchioderebbe Cupertino a pratiche finanziarie e aziendali a dir poco furbe e che avrebbero permesso all’azienda di evitare il pagamento di tasse su 44 miliardi di dollari in ricavi raccolti al di fuori degli Stati Uniti.

La faccenda è seria, le accuse non potrebbero essere più pesanti e arrivano da senatori sia democratici che repubblicani: Apple non era soddisfatta con il semplice trasferimento dei suoi profitti in un paradiso fiscale con bassa tassazione, ha detto il democratico Carl Levin, per questo ha cercato di raggiungere il “Santo Graal” della fiscalità creativa creando “entità off-shore contenenti decine di miliardi di dollari, sostenendo nel mentre di non avere alcun tipo di residenza fiscale in nessuna parte del mondo”.

Il riferimento esplicito è ad Apple Operations International (AOI), società che secondo il rapporto del Senato USA sarebbe una scatola vuota con sede nella città irlandese di Cork, una corporation nata 30 anni fa senza nessun impiegato o “presenza fisica”, controllata al di fuori degli Stati Uniti e con 30 dollari di profitti Apple in pancia fra il 2009 e il 2011 su cui non è stato pagato un solo centesimo di tasse negli ultimi 5 anni. Il motivo? AOI non ha alcuna residenza fiscale dichiarata.

Chiamato a testimoniare al Senato sulla faccenda, il CEO di Apple Tim Cook ha naturalmente difeso a spada tratta il comportamento della sua azienda: Cupertino si muove in maniera perfettamente legale, dice la testimonianza di Cook , ha pagato un mucchio di tasse negli USA (6 miliardi nel 2012 e 7 miliardi già previsti nel 2013) dando lavoro a 600mila statunitensi – 50mila dei quali impiegati in maniera diretta – non ha sedi o conti in nessun paradiso fiscale e ha una presenza storica in Irlanda sin dal 1980. Per quanto riguarda AOI, poi, la società è “costituita in Irlanda” e quindi, per la legge USA, non ha residenza fiscale negli Stati Uniti. Ma AOI non è nemmeno fiscalmente residente in Irlanda perchè la società “non ha i requisiti specifici previsti dalla legge irlandese”.

Cook allunga una mano ai senatori parlando della necessità di una corposa riforma della tassazione, una posizione che non a caso il CEO di Apple condivide con il presidente esecutivo di Google Eric Schmidt. Il chairman invoca a gran voce un cambiamento radicale nella tassazione internazionale – che dovrebbe riguardare i profitti e non i ricavi complessivi – e a quanti non guardano di buon occhio i mega-profitti delle mega-corporation della nuova economia digitale risponde citando gli enormi vantaggi derivanti dal reinvestimento in ricerca&sviluppo, la creazione di nuovi posti di lavoro e quindi la crescita delle tasse versate allo stato.

Schmidt si incontrerà con il primo ministro britannico Cameron come membro del Business Advisory Group , e il tema della tassazione dovrebbe essere appunto uno dei punti trattati dal consesso. Non è chiara la volontà di Cameron di porre con forza all’attenzione di Schmidt la questione del pagamento delle tasse da parte delle aziende come Google anche nelle nazioni in cui opera (Regno Unito come l’Italia ecc), mentre a essere cristallina è la prospettiva che le accuse di evasione fiscale (o sarebbe meglio dire aggiramento?) rivolte contro Google non faranno che accrescersi.

Nuovi guai sono infatti all’orizzonte con l’operazione verità messa in atto da Barney Jones, manager impiegato presso Google dal 2002 al 2006 che ha intenzione di spifferare tutta la verità sulle tattiche usate dall’AZIENDA per evitare il pagamento delle tasse: 100mila documenti ed email dovrebbero corroborare le accuse di Jones e dovranno provare che Mountain View ha fatto la spola tra Irlanda e Londra per trarne un notevole vantaggio fiscale sui contratti pubblicitari.

Alfonso Maruccia

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21 05 2013
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