Apple vs FBI, secondo round per la strage in Texas

Per velocizzare i tempi legali necessari allo sblocco dell'iPhone al centro del folle sterminio compiuto negli Stati Uniti, e memore dell'affaire San Bernardino, Cupertino ha immediatamente contattato le autorità che hanno però preferito agire di proprio conto ma senza successo

Roma – FBI ed Apple sono alle prese con un nuovo scontro per l’accesso ai dati di un dispositivo di proprietà dell’autore di una strage : anche Devin Patrick Kelley, autore della sparatoria nella Chiesa di Sutherland Springs, Texas, aveva un iPhone la cui crittografia sta fermando le indagini delle autorità portando allo scontro legale e di comunicazione con Cupertino.

Il tutto ruota intorno al fatto che l’FBI non sembra avere gli strumenti adeguati a forzare le protezioni disposte da Apple : sulla base dell’ All Writs Act , una normativa del 1789 che dà ai tribunali il potere di emettere ordini per rendere esecutivi decisioni di altre autorità, era stata formulata un’ingiunzione con la quale si imponeva a Cupertino di collaborare per sviluppare del codice che consentisse agli inquirenti di craccare l’iPhone 5C di uno dei responsabili della strage di San Bernardino e favorire così le indagini sulle sue intenzioni terroristiche. Apple aveva puntato i piedi respingendo la richiesta come illecita e il conseguente caso giudiziario si era poi chiuso con il ritiro della denuncia da parte dell’FBI, arrivata nel frattempo per conto suo a trovare una soluzione tecnica per violare il dispositivo del killer di San Bernardino.

Il tutto aveva naturalmente avuto degli strascichi: sia dal punto di vista delle tempistiche delle indagini (allungate notevolmente dalla necessità di procedere in giudizio nei confronti di Cupertino), sia di quello economico, dal momento che, a seguito della resistenza di Cupertino e della necessità di andare avanti con le indagini, infatti, le autorità avevano alla fine pagato un hacker grey hat (o a un collettivo) per ottenere i dettagli dell’agognato exploit in grado di forzare la memoria dell’apparecchio.

Da allora i rapporti FBI-Apple non si sono normalizzati, anzi gli agenti del Bureau già in un’altra occasione erano ricorsi alla pubblicità della stampa per fare pressione su Cupertino (per esempio quando l’agenzia era in possesso dell’iPhone del responsabile dell’accoltellamento di 10 persone avvenuto a settembre in un centro commerciale del Minnesora). In quel caso, tuttavia, la questione – senza un diretto indizio di possibile legame con il terrorismo islamico la questione sembra essere finita lì.

Per il caso del Texas, dove le vittime sono 26 , l’FBI ha di nuovo espresso pubblicamente le difficoltà che sta avendo nello sbloccare il dispositivo dell’autore della strage e la conseguente perdita di tempo prezioso nel corso delle indagini: tuttavia – secondo fonti informate sui fatti – nelle fondamentali 48 ore immediatamente successive ai fatti le autorità non avrebbero contattato Apple per richiedere aiuto nello sblocco dell’iPhone dell’autore della strage. In quel tempo il dispositivo è stato inviato negli uffici federali di Quantico, Virginia, dove i tecnici non sono comunque riusciti ad accedere ai contenuti protetti da crittografia o agli account online del soggetto incriminato.

Proprio per evitare lungaggini e accuse di mancanza di collaborazione, peraltro, stavolta la stessa Apple ha provveduto a contattare le autorità, offrendo la propria disponibilità al fine di accorciare i tempi legali necessari : Cupertino si è infatti detta immediatamente disponibile ad ottemperare a eventuali richieste tramite ingiunzioni preliminari.


Nel caso avesse avuto un iPhone di ultima generazione, per esempio, sarebbe bastato utilizzare la mano del morto per procedere allo sblocco del device tramite riconoscimento delle impronte digitali, una possibilità ora esclusa dal momento che gli iPhone richiedono una password oltre all’impronta digitale dopo 48 ore di non utilizzo.

Claudio Tamburrino

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