Australia: a noi Big Brother piace

Una nuova legge consente all'intelligence di entrare nei computer di chiunque e rimuovere o cambiare i dati che vi risiedono


Sydney (Australia) – Pare ineluttabile la deriva australiana verso scenari di orwelliana memoria. Non contento di disporre delle leggi più ferocemente censorie contro contenuti “offensivi”, il Parlamento ha passato una norma che consente all’intelligence di entrare a proprio piacimento nei computer di chiunque, di inserire software di monitoraggio e sorveglianza, di modificare i contenuti laddove sia necessario “per motivi di sicurezza nazionale”.

La legge entrerà in vigore con la firma del Governatore, attesa nei prossimi giorni, e consentirà al procuratore generale del paese di autorizzare interventi di questo genere. Interventi che possono essere mirati a inserire un software che controlli le attività informatiche di un utente con programmi per nascondere la presenza sul computer del software stesso. Oppure interventi per ottenere chiavi di crittazione per decodificare i messaggi protetti inviati dall’utente o, ancora, per modificare o rimuovere dati. Infine la legge autorizza qualsiasi operazione che sia “ragionevolmente dovuta” nel momento dell’azione e ritenuta tale da chi agisce. Una definizione vaghissima, questa, contro cui si scagliano i numerosi ma insufficienti oppositori della legge.

La nuova legge, che si sostanzia in un aggiornamento dello statuto della Australian Security Intelligence Organization (ASIO), ovvero i servizi segreti che costituiranno anche la “mano” con cui le “indagini” verranno condotte.

Tra i vari problemi evidenziati, anche quelli legati all?attacco alle tecnologie di crittazione e la fiducia che gli utenti avranno per questi sistemi, vista la possibilità per l’intelligence di arrivare direttamente alla “fonte” della crittazione. Ma anche le conseguenze giudiziarie potranno creare problemi perché nel portare una prova informatica in un procedimento, l’accusa dovrà dimostrare la liceità dell’intercettazione dei materiali prelevati in segreto dal computer dell’accusato. Non solo, per contestare l’intercettazione si deve chiedere l’intervento proprio del procuratore generale che la dispone, di fatto rendendo improponibile un giudizio equo.


C’è qualcosa che ci sfugge della società australiana. La nuova legge che consente di entrare nei computer di chiunque e farne più o meno quel che si vuole offre alla polizia di quel paese nuovi mezzi decisamente invasivi. Ma è una legge che arriva dopo alcuni anni in cui il paese si è distinto per aver promosso normative censorie delle libertà dei cittadini.

E ‘ passato un anno circa da quando l’Australia fece passare una legge contro la pornografia in rete, del tutto unica tra i paesi più avanzati. Una legge che mira non solo a proteggere i minori dalla pornografia ma che impedisce a chiunque, anche se adulto, di avere contatti con questi materiali. Il tutto attraverso complicati e centralizzati sistemi di filtro sui contenuti della rete e sanzioni severe per i trasgressori.

Questa nuova “estensione” delle possibilità di indagine non è, in fondo, che una conferma di una concezione paternalistica dello Stato che altrove, e forse persino qui da noi, sarebbe inaccettabile. Come ha detto uno dei pochi deputati che si sono alzati nel Parlamento australiano per contestare la nuova legge: “in nessun altro paese la gente avrebbe accettato una norma del genere così passivamente”. E si sprecano, per una volta con assoluta congruenza, le considerazioni di memoria orwelliana.

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