Baidu, la censura è libertà di espressione

Il Primo Emendamento giustifica il controllo dei risultati offerti dal motore di ricerca negli Stati Uniti per motivi politici: anzi, tutela risultati censurati in quanto scelta editoriale

Roma – In una peculiare interpretazione del Primo Emendamento, la Corte distrettuale di New York presieduta dal giudice Jesse Furman ha riconosciuto a Baidu il diritto al controllo dei risultati offerti attraverso il suo servizio di ricerca per motivi politici.

Il giudice si è potuto esprimere sulla censura di alcuni contenuti effettuata dal motore di ricerca cinese operante negli Stati Uniti nel caso sollevato da un gruppo di cittadini newyorkesi (otto scrittori e produttori video) interessati alla lotta per i diritti civili in Cina: secondo l’accusa il motore di ricerca bloccherebbe illegalmente, anche negli Stati Uniti, alcuni risultati che fanno riferimento ad articoli ed informazioni sul “movimento per la democrazia in Cina”.

In un primo momento il giudice aveva respinto l’accusa, ritenendo che non ci fossero le basi per procedere contro Baidu . Tuttavia gli attivisti hanno proseguito la loro battaglia.

In generale la questione giuridica su cui sono infine riusciti a fare luce era legata all’interpretazione del Primo Emendamento che protegge la libertà di espressione e alla sua applicazione ai risultati offerti da un motore di ricerca su Internet.
Secondo la Corte il Primo Emendamento si applica, ma a tutela di Baidu: un motore di ricerca su Internet nell’offrire dei risultati – secondo il giudice – inevitabilmente fa una scelta editoriale ed in quanto tale è tutelato dai principi della libertà d’espressione .

In una sentenza che sembra esaltare i principi della libertà nel loro massimo garantismo, secondo la Corte la decisione di non favorire la circolazione dell’informazione sulla democrazia da parte di Baidu sarebbe protetta dagli ideali democratici della libertà di espressione.

Claudio Tamburrino

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