Beccato dal boss su Facebook?

Chiede un giorno di malattia e spiffera di stare benone sul social network. Svelato l'inganno ora rischia un provvedimento disciplinare. Succede in Australia, dicono
Chiede un giorno di malattia e spiffera di stare benone sul social network. Svelato l'inganno ora rischia un provvedimento disciplinare. Succede in Australia, dicono

Ha chiesto un giorno di malattia, forse per riprendersi dalla nottata in bianco o per il semplice desiderio di un giorno di vacanza. Poi ha raccontato sul Facebook, aggiornando il suo “status”, di aver gabbato il suo capo: peccato che fosse nella sua lista di amici, il suo capo. E che, quindi, abbia scoperto in tempo reale l’inganno . O almeno così riportano le cronache a cui non tutti credono , e qualcuno già parla di bufala.

Succede in Australia, ad un dipendente della compagnia telefonica AAPT . Kyle Doyle ha 21 anni, lavora al call center, e dopo aver chiamato in ufficio per annunciare la sua indisposizione avrebbe pensato bene di scrivere sul proprio profilo: “Kyle Doyle non andrà al lavoro… Sono ancora devastato. VIVA LA MALATTIA!”. Per sua sfortuna, il suo capo avrebbe letto questa frase nel minifeed presente nella propria pagina personale, e dunque deciso di provare a vedere il suo bluff.

Parte un’email con la richiesta di un certificato medico che dimostri lo stato di infermità, come da richiesta del suo superiore: nessuna menzione per Facebook, solo un escamotage per tentare di svelare l’inganno o magari consentire al giovane di salvarsi in corner. La risposta, tuttavia, non sembra lasciare spiragli: “Sto a casa per motivi di salute, quindi non mi può essere negato il permesso a discrezione del manager: bisogna seguire la procedura”.

A questo punto viene svelato l’inganno, negato il permesso, e a Doyle non resta che ammettere: “HAHAHA LMAO fallimento epico. Non c’è problema amico!”. Evidentemente Doyle deve essere andato a lavorare quel giorno, ma la storia non è comunque finita: lo scambio di email è divenuto pubblico , e l’azienda non ha potuto fare altro che avviare una indagine interna per valutare se ci siano gli estremi per un provvedimento disciplinare.

Resta da chiarire se sia tutto vero o tutta un’invenzione, magari creata ad arte da qualche collega o da Doyle stesso. La telco australiana non sembra disposta a chiarire completamente i contorni della vicenda, pur smentendo l’esistenza dello scambio di email che ha fatto il giro del mondo, forse in attesa di chiarire eventuali responsabilità e possibili danni d’immagine. Di certo nella vicenda due cose appaiono chiare: che il capo possa leggere cosa fanno i dipendenti su Facebook è ritenuta cosa credibile, ma che questo accada sul serio per il momento resta tutto da dimostrare.

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27 10 2008
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