Brevetti, anche le grandi inciampano

Facebook, Google, Apple, RIM e altre coinvolte in cause a sfondo brevettuale. Un caso di presunto patent trolling, l'altro no, entrambi per tecnologie mobile
Facebook, Google, Apple, RIM e altre coinvolte in cause a sfondo brevettuale. Un caso di presunto patent trolling, l'altro no, entrambi per tecnologie mobile

Cosa hanno in comune Google, Facebook, RIM, AT&T, Apple, Motorola, Samsung, Sanyo e LG? In questi giorni sono state tutte denunciate per violazione brevettuale per una tecnologia mobile.

Nel caso di Google e Facebook, a dare battaglia è Wireless Ink, sviluppatrice del piccolo social network Winksite , che ha deciso di portare le aziende in tribunale per violazione di un suo brevetto ( ottenuto nell’ottobre 2009) relativo ad una tecnologia per l’autenticazione al social network degli utenti via apparecchi mobile.

La richiesta per il brevetto in questione era stata resa pubblica nel 2004, e da allora – secondo l’accusa – sono passati numerosi anni, fino allo sviluppo di tecnologie assimilabili implementate da Facebook Mobile e Google Buzz. I due colossi avrebbero avuto le risorse e il tempo necessario a scovare la rivendicazione depositata.

Wireless Ink chiede un risarcimento dei danni e un’ingiunzione a non utilizzare la tecnologia. Ma, vista la portata del mercato mobile, è logico pensare che intenda poi licenziare il suo strumento alle due grandi aziende.

A portare davanti a un giudice Apple e RIM, ma anche AT&T, Insight Enterprises, LG Electronics, Motorola, Pantech Wireless, Samsung e Sanyo, invece, è la texana SmartPhone Technologies LLC , che accusa le nove aziende di violare uno o più di sette brevetti relativi a tecnologie adottate da apparecchi mobile e che spaziano dalla connessione bluetooth alla sincronizzazione.

Sei dei sette brevetti erano stati originariamente concessi a PalmSource, piccola spin-off di Palm, il settimo, che risale al 1994, riguarda invece una tecnologia riconosciuta in esclusiva al Bell Communications Research . Questo fatto, e la circostanza per cui la causa sia stata sottoposta alla corte distrettuale del Texas, capitale designata dei casi di violazione brevettuale più disparati, sembrerebbero rivelare una potenziale natura di patent troll del querelante. Che sembrerebbe non avere né un sito Internet né un business attivo.

Claudio Tamburrino

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