Il cherosene e lo smart working: una lezione che non abbiamo imparato

Il cherosene e lo smart working: una lezione che non abbiamo imparato

Rieccolo, il jolly dello smart working: scommettiamo che tornerà in auge solo come misura utile per ridurre il consumo di energia?
Il cherosene e lo smart working: una lezione che non abbiamo imparato
Rieccolo, il jolly dello smart working: scommettiamo che tornerà in auge solo come misura utile per ridurre il consumo di energia?

Gli striscioni con lo slogan Andrà tutto bene dell’era COVID non ci sono più sui balconi e anche di quell’auspicio non è rimasto molto, così come della lezione che ci hanno impartito mesi e mesi di isolamento forzato. Passata la paura, archiviato l’impegno. Ed eccoci qui, in pieno 2026, alle prese con un’altra emergenza: non più la pandemia, ma una guerra che sembra più vicina di altre. Vuoi per ragioni geografiche, vuoi perché infila le mani nei nostri portafogli. Ed ecco tornare lo spauracchio di nuove restrizioni.

La guerra in Iran, la crisi, il cherosene

Lo abbiamo anticipato nei giorni scorsi, poi è arrivata la conferma. L’Europa ha chiesto agli Stati membri di ridurre la domanda di petrolio, preparandosi a intervenire con misure tempestive. E uno degli ambiti che inevitabilmente ne risentiranno è quello dei trasporti. Chissà se gli italiani si troveranno ancora alle prese con le domeniche a piedi, come più di cinquant’anni fa.

Qualcuno nella stanza dei bottoni decide di bombardare un altro paese e tu ti trovi impossibilitato a fare il pieno senza spendere una fortuna, forse anche a prenotare la meritata vacanza che bramavi dallo scorso anno. E occhio che l’ultimo carico di cherosene partirà per l’Europa il 9 aprile. Poi basta, perché il rubinetto dello Stretto di Hormuz è chiuso. Nessuno passa e il tuo volo estivo rischia di rimanere a terra.

Come ci muoviamo, dunque? Chiediamo ai cittadini di rinunciare all’auto? Abbassiamo i limiti di velocità per ridurre i consumi? L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha consigliato entrambe le cose dopo l’esplosione della guerra in Ucraina e le crescenti tensioni con la Russia, ma non siamo certi che su base volontaria possa esserci una grande adesione.

Il jolly dello smart working, chi si rivede

Eccolo, allora, l’asso nella manica. Il jolly dello smart working. Tirare fuori dal cilindro il lavoro da remoto in concomitanza con un’emergenza, di nuovo, è la dimostrazione concreta del fatto che la lezione non è stata imparata, dello stigma che ancora accompagna questa modalità di collaborazione, spolpata quando necessario e cestinata appena è stato il momento di fare uno sforzo in più per renderla strutturale.

Durante la pandemia è diventata prima un obbligo, poi una consuetudine, infine un’opportunità per chi ha avuto la lungimiranza di integrarlo nel proprio modello operativo, superando il pregiudizio del a casa si fa meno. Chi lo ha provato, approcciandolo in modo serio, sa bene che semmai è proprio il contrario: non ci sono le distrazioni tipiche di un ufficio a interrompere il flusso, nessun collega con cui fermarsi alla macchina del caffè. E le aziende (non tutte) hanno capito che far ricadere alcune spese sulle spalle altrui è vantaggioso anche economicamente. I dispositivi e la bolletta della luce non si pagano da soli.

Dai, che la sfanghiamo anche questa volta

Staremo a vedere se e come il governo deciderà di dar seguito alle indicazioni dell’Europa, per ridurre i consumi energetici. Certo, si troverebbe a farlo in un momento critico per questioni prettamente nazionali, dopo lo schiaffo incassato al referendum e con evidenti tensioni interne all’esecutivo. E con l’appuntamento elettorale che ormai inizia a intravedersi all’orizzonte, dubitiamo possa scegliere di entrare a gamba tesa sulla nostra quotidianità, con obblighi e divieti che si tradurrebbero prevedibilmente in consenso bruciato, in un assist per le opposizioni.

Ed ecco allora che rispolverare il jolly dello smart working come soluzione a tutti i mali ci sembra la mossa più ovvia. Che poi magari nel frattempo la crisi passa, ma il danno d’immagine resta. Vogliamo scommettere?

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Pubblicato il
2 apr 2026
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