Cina: vietato giocare

Cina: vietato giocare

La censura governativa si abbatte su un titolo uscito nel 2002. Copie confiscate e rivenditori nel mirino. Il gioco è accusato di revisionismo storico e distorsione della realtà
La censura governativa si abbatte su un titolo uscito nel 2002. Copie confiscate e rivenditori nel mirino. Il gioco è accusato di revisionismo storico e distorsione della realtà


Roma – Si chiama “Hearts of Iron” ed è la prima vittima ufficiale della nuova politica cinese sui contenuti videoludici. Il Ministero della Cultura tenta di eradicare la diffusione del videogioco incriminato, bloccandone la distribuzione ed il commercio: un provvedimento drastico che sottintende un vicinissimo potenziamento dell’industria informatica nazionale, a discapito della dipendenza totale dal mercato occidentale.

L’accusa è insolita, per una “innocua” simulazione strategica: secondo il Ministro della Cultura, Hearts of Iron “corrode pericolosamente l’eredità storica e la sovranità della Cina”. Una grave violazione del regolamento cinese sui contenuti digitali: “il gioco va immediatamente proibito” , afferma il Ministro.

Nella ricostruzione storica proposta da Hearts of Iron, ambientato nella seconda guerra mondiale, il Tibet, la Manciuria e lo Xinjiang occidentale appaiono come stati indipendenti e sovrani. All’interno del videogioco l’isola di Taiwan figura addirittura come colonia giapponese: un affronto troppo grande. Uno smacco insostenibile per le autorità di questo paese, ormai sulla rotta dell’ autarchia digitale .

L’Amministrazione Statale per la Stampa e le Pubblicazioni, che comprende un apposito Comitato per i Videogiochi, è incaricata dell’analisi di ogni singolo titolo d’importazione: qualora non vengano rispettati i rigidi criteri di ammissione, scatta la censura. Hearts of Iron, nonostante sia in circolazione dal 2002, non ha passato il test governativo. Il verdetto è pesantissimo ed incredibile, per una semplice simulazione di realtà immaginaria , lontana da pretese di verosimiglianza totale: il videogioco è illegale.

Tutti i siti web che pubblicizzano o distribuiscono il gioco sono passibili di sanzioni. I videogiocatori colti in flagranza rischiano multe pesanti . Gli Internet-cafe che permettono l’installazione del programma rischiano grosso: chiusura definitiva e pioggia di ammende. La paura del governo di Pechino è che molti videogiochi possano destabilizzare la formazione dei giovanissimi (nelle mani dello stato e caratterizzata da un marcato indottrinamento nazionalistico).

Si annunciano tempi sempre più duri per i videogiocatori cinesi. La Commissione Centrale per il Progresso Etico e Culturale, organo istituzionale che sorveglia attentamente l’informazione per innalzare gli standard ideologici e morali della popolazione, rincara la dose: i videogiochi, soprattutto se occidentali, mettono a repentaglio la vita dei più giovani. Agli inizi di maggio, gli organi stampa ufficiali rintracciarono la causa del suicidio di due ragazzi proprio nell’abuso di giochi occidentali online.

La discutibile linea adottata dal governo Cinese è finalizzata alla tutela morale dei più giovani, così come accade nei paesi con forti ingerenze religiose. I dati ufficiali parlano di oltre 300 milioni di giovani videogiocatori: menti malleabili da preservare dalla pericolosa e dilagante “ideologia occidentale”. Una cultura evidentemente poco gradita alle autorità cinesi, nonostante porti ricchezza e prosperità: il commercio videoludico frutta ben 110 milioni di dollari all’anno e gli analisti di mercato prevedono un’ulteriore esplosione del settore.

Per evitare che i “cavalli di troia” della cultura occidentale creino gravi dissonanze cognitive nella mente dei Cinesi, indottrinati da un rigidissimo sistema d’istruzione pubblica, entro settembte tutti i videogiochi d’importazione dovranno essere approvati e certificati. La stessa regola sarà successivamente applicata ai programmi televisivi ed alla produzione cinematografica.
(Tommaso Lombardi)

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Pubblicato il
1 giu 2004
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