Cinque anni al cybergiornalista

Pechino ritiene che la recensione di alcune canzoni punk-rock giustifichino la pesantissima sentenza con cui Lin Zhang ha visto la propria vita cambiare da un giorno all'altro
Pechino ritiene che la recensione di alcune canzoni punk-rock giustifichino la pesantissima sentenza con cui Lin Zhang ha visto la propria vita cambiare da un giorno all'altro


Pechino – Un 40enne appartenente alle “nuove leve” del timido giornalismo online cinese è stato condannato a cinque anni di reclusione dalla corte di Bengbu, nella provincia di Anhui. I giudici cinesi hanno stabilito che Lin Zhang, attivista democratico durante le agitazioni studentesche del 1989, avrebbe utilizzato un’ampia gamma di strumenti online per diffondere idee sovversive, antinazionali e contrarie ai dettami del sistema socialista.

La condanna è arrivata dopo otto mesi di detenzione cautelare: “L’accusato ha usato radio, giornali online e forum per disseminare Internet di informazioni che denigrano l’autorità nazionale ed incitano ad assumere posizioni reazionarie”, tuonano i giudici. Le prove utilizzate dalla pubblica accusa sono un intervento radio, un po’ di articoli e qualche post su gruppi di discussione – tutti rigorosamente digitali: in quel periodo Zhang scriveva sul quotidiano Epoch Times , censurato dal governo di Pechino perché vicino alla causa democratica. Il giornalista sapeva, ormai da anni, di essere nel mirino delle autorità: la sua condanna non era inattesa e fonti locali parlano di Zhang come di un “eroe della libertà d’espressione online”.

Ma l’associazione Diritti Umani in Cina ed il Commettee to Protect Journalist sottolineano che Zhang ha oltrepassato il limite di sopportazione delle autorità solo quando ha deciso di pubblicare alcune frasi del testo di una canzone punk-rock: un articolo online che parla dei Pangu, una delle band più ostili al sistema e meno gradite ai poteri forti della RPC – giovani armati di chitarre che inneggiano all’indipendenza di Taiwan ed al crollo della dittatura cinese. I portavoce del Commetee to Protect Journalist sono convinti che sia stata proprio questa ultima recensione a mettere definitivamente nei guai Lin Zhang.

“Il fiume Giallo deve seccarsi, il sistema esplodere” – frasi di questo tipo, semplicemente citate da un giornalista online, sono dunque abbastanza per garantire una durissima condanna a qualsiasi utente della Internet cinese: un universo tanto in espansione, con oltre cento milioni di abitanti, quanto chiuso . Uno strumento che Pechino non intende assolutamente lasciare nelle mani del “popolo”. I burocrati socialisti tengono Internet sotto assedio già da anni e mirano a depredarne completamente gli aspetti fondamentali per trasformarla in un mezzo di comunicazione monolitico al servizio dell’ideologia maoista.

“E’ assurdo, non si può mettere in prigione qualcuno per citare semplicemente una canzone”, commentano i portavoce di Reporters Sans Frontières . “I giudici cinesi non hanno ascoltato le spiegazioni di Zhang”, continua RSF. Il presidente di Human Rights in China, Qing Liu, è allibito e lancia un allarme : “Il fatto che un tribunale cinese abbia utilizzato una recensione di un gruppo punk-rock per accusare di attività sovversiva un giornalista è importante: mostra la vera natura delle autorità cinesi quando si trovano di fronte ad Internet”.

Il numero dei cosiddetti cyberdissidenti rinchiusi nelle carceri cinesi continua ad essere sconcertante: 35 persone negli ultimi tre anni. Le eccezionali misure antisovversive varate dalla Repubblica Popolare per contenere l’esplosione di Internet non hanno eguali in alcun altro paese.

Tommaso Lombardi

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03 08 2005
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