Computer a caccia di ecologia

di Alberigo Massucci - Si moltiplicano le iniziative dei costruttori di computer per rendere più eco-friendly i loro prodotti. Uno sforzo che si trasforma in guadagni di immagine. Ma a cambiare dev'essere anche l'utente
di Alberigo Massucci - Si moltiplicano le iniziative dei costruttori di computer per rendere più eco-friendly i loro prodotti. Uno sforzo che si trasforma in guadagni di immagine. Ma a cambiare dev'essere anche l'utente


Roma – Iniziò Hewlett-Packard qualche anno fa ad offrire ai propri clienti la possibilità di dar dentro la “macchina vecchia” con l’acquisto di quella nuova. Una soluzione semplice che consente al produttore di avviare lo smaltimento di un vecchio computer ormai inservibile nel migliore dei modi, con il recupero dei materiali utilizzabili e la distruzione degli altri nei modi opportuni.

Ma HP non era sola e nel tempo a molte e diversificate iniziative di smaltimento si sono aggiunti un po’ tutti i colossi del settore. Tra questi anche IBM , tra i più attivi nel tirar fuori nuove soluzioni “eco-friendly”. Già, perché l’immagine aziendale è legata anche alla sensibilità sui temi ambientali. Ci sono anche vere e proprie certificazioni, come quella di TCO Development , che si occupano non solo di verificare come un computer, per esempio, viene costruito (dai materiali utilizzati al grado di smaltimento “ecologico” possibile) ma anche dell’inquinamento che producono nel funzionare (elettrosmog, consumo energetico e via dicendo). Una certificazione selettiva che nel mondo dei notebook proprio in questi giorni per la prima volta è stata affidata ad un produttore, ASUS (ASUSTek Computer), insignito della prestigiosa TCO’99. Non c’è dubbio che ora gli correranno dietro altri vendor che vorranno dimostrarsi sensibili alle tematiche ambientali.

Sono temi così importanti da iniziare a trovare qualche risposta anche nelle normative comunitarie europee, sebbene si sia ben lontani dal rendere accettabile l’impatto ambientale dello smaltimento degli apparati tecnologici (cellulari, computer e monitor in primis). C’è anche da considerare in tutto questo gli enormi danni provocati da una dissennata politica di smaltimento che per decenni ha spesso trasferito sui paesi meno sviluppati i costi ambientali della distruzione dei materiali, moltiplicati nella maggiorparte dei casi dall’assenza in quei luoghi delle tecnologie necessarie a ridurre l’impatto ambientale dello smaltimento stesso.

In questo quadro l’utente non può stare a guardare. Per rimanere in Italia, basta farsi un giro in qualsiasi grande città per notare un certo numero di vecchi televisori, computer, monitor e altri rifiuti tecnologici inquinanti abbandonati presso cassonetti e altri luoghi di raccolta. In molti riciclano la carta e i contenitori di vetro ma sono moltissimi coloro che non sanno come liberarsi correttamente di un proprio computer e fanno sì che questo finisca in una discarica, ove è destinato a rilasciare componenti, come il piombo, che inevitabilmente si traducono in maggiore inquinamento.

Il discorso è lungo e purtroppo interessa poco persino gli heavy user della tecnologia, quelli che acquistano dispositivi hi-tech di ogni genere, ma l’unico modo per innestare un ciclo virtuoso dello smaltimento dei rifiuti dell’alta tecnologia è una strategia di consumo che dovrebbe riguardare tutti coloro che acquistano questi dispositivi, affinché vengano privilegiati quelli che vengono prodotti con un occhio allo smaltimento e al riciclaggio. Per una volta, dunque, viva le certificazioni.

Alberigo Massucci

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25 02 2003
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