Con Passpack le password sono online

Con il rilascio del primo pacchetto commerciale, un'idea nata quasi per caso si trasforma in impresa. Tara Kelly, fondatrice e presidente dell'azienda, racconta cosa significa fare startup in Italia

Roma – La giornata del 4 novembre ha segnato per Passpack , una startup italiana con cuore a stelle e strisce, un giorno importante della sua evoluzione: con il rilascio del primo pacchetto a pagamento che amplia le capacità del servizio oltre quelle già offerte nella versione free, il sistema di archiviazione delle proprie password online è uscito ufficialmente dalla fase beta e si è trasformato – come spiega a Punto Informatico Tara Kelly, founder e presidente della società – in una vera realtà industriale.

Passpack è, in pratica, un archivio online per le proprie credenziali di accesso ai servizi web. Le informazioni sono conservate in formato cifrato, sono dunque inaccessibili a chiunque non possieda la chiave da 1024 bit con la quale vengono lucchettate: neppure i creatori della webapp sono in grado di visualizzare quanto caricato dagli utenti sul sito. Oltre a questo, tramite Passpack ci si può scambiare messaggi riservati (fino a 500 caratteri, anche questi ovviamente protetti da cifratura), e si possono organizzare le proprie login a diversi siti per consentire un accesso rapido senza la necessità di inserire ogni volta la password.

La necessità di conservare le password online, racconta Kelly, è nata quasi per caso nel febbraio del 2003 : “Io e mio marito ( il CTO di Passpack Francesco Sullo, ndR) quando ci siamo conosciuti eravamo entrambi web designer freelance: ci siamo incontrati sul lavoro, ci siamo sposati e poi, una volta andati in luna di miele, ci siamo improvvisamente ritrovati senza le nostre password e con i clienti che continuavano a pressarci per chiederci aggiornamenti ai loro siti e servizi”.

È stato allora, prosegue Kelly, che l’idea di Passpack è stata sviluppata: un progetto nato per scopi privati che, dopo qualche anno, si è trasformato in un servizio per il pubblico . “Il sito l’abbiamo lanciato a dicembre 2006, a LeWeb3 – racconta a Punto Informatico – Per arrivare al prodotto online ci sono voluti mesi di sviluppo, c’è voluto l’arrivo sul mercato di computer più potenti di quelli disponibili nel 2003, c’è voluta l’uscita di Firefox e l’adeguamento di Explorer a certi standard Javascript. E poi è arrivato AJAX, che ha dato la spinta finale anche grazie al rilascio di alcuni algoritmi crittografici con licenza open source”.

Oggi, spiega Tara, da una semplice lista di password Passpack (il nome, ci svela, è stato letteralmente scelto all’ultimo minuto) si è trasformato in “un’applicazione ricca, completa, che sfrutta ad esempio le tag per tenere in ordine le password”. Il lavoro di codifica dei dati avviene direttamente nel browser dell’utente , le password vengono spedite ai server già protette: fino a qualche anno fa sarebbe stato troppo complicato far svolgere a processori meno evoluti di quelli attuali queste azioni in tempo reale.

Il rilascio del primo pacchetto a pagamento, che non sostituisce l’ offerta gratuita di base ma si limita ad ampliarne le caratteristiche, arriva al termine di un percorso complesso: “Come sempre – spiega a Punto Informatico – il tutto è il risultato di una serie di fattori: a maggio abbiamo ottenuto i capitali provenienti da alcuni investimenti privati, e questo ci ha consentito di creare quel supporto legale e infrastrutturale necessario a costruire attorno all’idea di Passpack una vera azienda”. Da due novelli sposi, scherza, si è arrivati ad una struttura che conta più di 10 dipendenti e che conta di assumerne altri nei prossimi mesi.

“Questo passaggio (l’entrata in scena dei venture capital, ndR) ci ha garantito la possibilità di mettere in campo tutto quello che è necessario per garantire ai nostri utenti che siamo qui per restare, che il servizio funzionerà anche tra uno, due, cinque anni: prima di allora – precisa Kelly – anche solo pensare di offrire un pacchetto a pagamento per professionisti sarebbe stato quantomeno irresponsabile”. Le difficoltà in questo cammino, racconta a Punto Informatico , non sono mancate: l’importante, però, “è mantenere vivo il proprio ottimismo, guardare agli ostacoli come opportunità per crescere”.

Uno di questi ostacoli è stato, per l’appunto, individuare le linee di credito necessarie a finanziare il progetto : “In Italia non si erano mai fatti investimenti di questo tipo – racconta – che sono investimenti ad alto rischio e ad alto ritorno: c’erano venture capitalist desiderosi di impegnare le proprie risorse in questo senso, ma che non riuscivano a farlo per via della assenza di una cultura specifica di riferimento. Una sorta di cane che si morde la coda”. Poi, grazie anche alla collaborazione dell’Ambasciata Statunitense, la situazione si è sbloccata: “È stato tutto estremamente difficile, ma per noi si è trasformata in una possibilità: abbiamo avuto l’occasione di parlare con tutti gli investitori interessati, e di scegliere il gruppo che secondo noi era il più adatto al nostro progetto”. Altro passaggio complicato è stato affrontare un’ esperienza nuova per tutti i professionisti coinvolti: “Passare da un lavoro freelance da web designer a una visione strutturata di una azienda non è stato semplice – continua Tara – Nessuno dei nostri collaboratori aveva mai fatto qualcosa di simile: la vediamo come un’opportunità, come qualcosa che dobbiamo fare tutti insieme. È spettacolare, molto difficile ma allo stesso tempo affascinante: è la cosa che preferisco di questa esperienza”.

Anche la scelta stessa dei collaboratori non è stata una passeggiata: “Non basta scegliere i professionisti più qualificati – precisa – Bisogna scegliere le persone giuste per comporre un team: i professionisti davvero validi sono difficili da trovare, ma bisogna anche avere il coraggio di non tirarli a bordo a tutti i costi se, in quel momento, quella figura non è davvero utile ai fini del progetto”. Il risultato è uno strano equilibrio tra sviluppatori e comunicatori , con cinque developer impegnati nella crescita del pacchetto software e altrettanti esperti di comunicazione e customer support che portano avanti una filosofia di apertura verso la rete e le sue richieste.

Se poi, come in questo caso, la composizione della squadra è – se non originale – quantomeno insolita, insolito deve essere anche il metodo utilizzato per selezionarne i componenti : “Abbiamo provato con tutti i canali possibili – ricorda Kelly – Abbiamo messo degli annunci su alcune bacheche gratuite che hanno dato buoni frutti: in un caso cercavo una persona in particolare (non vi dirò mai chi è), e ho adottato una strategia specifica attraverso vari social network per fargli notare Passpack e convincerlo a lavorare con noi”.

Ma perché poi complicarsi la vita e lavorare in Italia e non altrove, magari nella Silicon Valley dove tutto è più semplice per una startup ? “Passpack è nato in Italia – chiarisce a Punto Informatico Kelly – e attorno al progetto è nato un bell’entusiasmo del mondo business”. Senza contare, continua Tara, che nel Belpaese c’è qualcosa che non si sarebbe potuta trovare altrove: “La mia personale opinione, di una statunitense che è qui da 12 anni, è che lo sviluppatore italiano sia molto creativo: il team di Passpack è formato da professionisti di altissimo valore, che non troveremmo così facilmente all’estero”.

Allo stesso modo, la scelta di Roma come base per le operazioni è casuale fino a un certo punto: “I nostri investitori sono tutti distribuiti tra Milano e l’Emilia Romagna. Ma – prosegue – in Italia le distanze sono brevi, stare qui e non altrove non è un problema. In futuro si pensa all’idea di aprire un ufficio nel Regno Unito, per tentare di raccogliere altri capitali, ma le operation di Passpack resteranno a Roma visto che Passpack è e resta un’azienda italiana”. Tanto più, ci spiega, che in altre location in Asia o negli USA dove i finanziamenti non mancherebbero, una piccola realtà come Passpack rischierebbe di non riuscire a far sentire la sua voce.

Dalle parole di Tara traspira, comunque, una certa soddisfazione e una certa euforia per quanto accaduto negli ultimi giorni: “Siamo nel caos, stiamo rilasciando il nostro primo pacchetto commerciale: ho un sacco di gente attorno che corre avanti e indietro per verificare che tutto funzioni a dovere”. Lo sviluppo, racconta, non si è fermato: al momento all’applicazione manca una funzionalità che dovrebbe essere inserita a breve, vale a dire la possibilità di consentire agli utenti di condividere le password e le credenziali di accesso ad un dominio. Una funzionalità giudicata essenziale per completare l’offerta commerciale.

“Entro la fine dell’anno puntiamo a integrare lo sharing nel primo pacchetto – racconta a Punto Informatico – A seguire, contiamo di rilasciare gli altri pacchetti commerciali entro due e quattro mesi”. Nei suoi progetti, rivela Kelly, c’è anche l’intenzione di allargare la squadra di Passpack: “In un mondo ideale, avremmo bisogno di altre due persone che si occupino dello sviluppo e due che si occupino della comunicazione”. Il tutto senza affrettare i tempi: “Il codice della nostra applicazione è talmente critico che non ci si possono permettere errori. Il team di sviluppo – conclude – deve essere molto compatto e coerente”. Per crescere ci sarà sempre tempo.

a cura di Luca Annunziata

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  • Wolf01 scrive:
    Non capisco...
    Se sono i lettori che dovranno avere questo bollino per dire di essere compatibili con i brani mp3 specialmente se protetti da drm e magari solo con quelli così se uno si fa gli mp3 in casa si attacca -
    "come sigillo di garanzia che, una volta acquistato, il prodotto non avrà alcun tipo di problema con i file scaricati (legalmente) dal web." Oppure se il bollino verrà mostrato nel sito da cui si scaricano gli mp3 per dimostrare che sono legali e protetti da drm e quindi la gente avrà una certezza in più per evitare come la peste questi servizi
  • 200 OK scrive:
    Non è ora di....
    ...passare ad Ogg Vorbis?Siamo troppo dipendenti da un formato non libero e tra l'altro decisamente vecchio :o
    • Zap811 scrive:
      Re: Non è ora di....
      - Scritto da: 200 OK
      ...passare ad Ogg Vorbis?

      Siamo troppo dipendenti da un formato non libero
      e tra l'altro decisamente vecchio
      :oBravo.
      • XYZ scrive:
        Re: Non è ora di....
        - Scritto da: Zap811
        - Scritto da: 200 OK

        ...passare ad Ogg Vorbis?



        Siamo troppo dipendenti da un formato non libero

        e tra l'altro decisamente vecchio

        :o

        Bravo.Perchè passare da uno standard che fà schifo a uno standard che fà paritamente schifo?Quando lo "standard" si assesterà su una compressione "loseless" (intrigante la .ape :D ) a 48khz, allora potrò degnarmi di iniziare a pensare alla musica in digitale..Per ora, Vinile Vinile Vinile.
        • 200 OK scrive:
          Re: Non è ora di....
          Ogg a massima qualità ;) dai, non è affatto da buttare.48khz mi sembra una cavolata. I cd viaggiano a 44.1, e se veramente si vuole passare ad una buona qualità, andiamo subito al 96. Algoritmi di dithering efficenti poi potranno ritrasformare questa musica su CD se uno volesse...Un conto è l'archiviazione dei contenuti, ma se mi dici che un OGG ad alta qualità lo riesci a distinguere dal vero, non ci crederò mai :D (intendo con le orecchie, non con strumenti di analisi spettrale (rotfl)).Ps. esiste anche FLAC. Quindi ci sarebbe da discutere su quale formato lossless sarebbe migliore.IHMO il lossless vale la pena per archiviare, niente più.Chi ascolta musica senza veramente godersela, userà ancora gli mp3 a 128kbps. Io di mio salvo le tracce in Ogg da CD alla massima qualità vbr, una via di mezzo insomma.-----------------------------------------------------------Modificato dall' autore il 05 novembre 2008 11.47-----------------------------------------------------------
          • James Kirk scrive:
            Re: Non è ora di....
            A costo di riaprire una ormai arcaica discussione :- Il Vinile suona meglio, salvo il problema del fruscio (assente nel CD) ma occorrono impianti hi-fi di fascia alta per apprezzarli.- Per i dispositivi portatili di bassa potenza com i lettori MP3 od i walkman i file MP3 ben encodati da 192k in su vanno benissimo salvo che per la musica sinfonica od operistica dove la compressione tipo MP3 va in crisi.- Il CD sta in mezzo ai due e per molti versi è megli del vinile.In ogni caso, data la capacità ormai enorme della memoria dei lettori MP3 sarebbe desiderabile che i nuovi lettori implementassero il formato FLAC, che è lossless e permette una compressione del 50% rispetto al CD.
        • unaDuraLezione scrive:
          Re: Non è ora di....
          contenuto non disponibile
        • Energy drink scrive:
          Re: Non è ora di....


          Perchè passare da uno standard che fà schifo a
          uno standard che fà paritamente
          schifo?
          hai mai fatto un blind test?
    • CCC scrive:
      Re: Non è ora di....
      - Scritto da: 200 OK
      ...passare ad Ogg Vorbis?

      Siamo troppo dipendenti da un formato non libero
      e tra l'altro decisamente vecchio
      :ogia fatto!!!!:-)
  • Funz scrive:
    Quanto costa il bollino?
    Si, perché non penserete mica che glielo lascino mettere gratis?
  • kattle87 scrive:
    Perchè la musica è meglio senza DRM
    http://xkcd.com/488/;)
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