Contrappunti/ Google, verdure e bambù

di Massimo Mantellini - Nessun problema per le autorità pechinesi: indicano quali sono le censure da fare, et voilà, i giganti occidentali le eseguono senza nemmeno chinare la testa. Naso e denaro li distraggono
di Massimo Mantellini - Nessun problema per le autorità pechinesi: indicano quali sono le censure da fare, et voilà, i giganti occidentali le eseguono senza nemmeno chinare la testa. Naso e denaro li distraggono


Roma – Esistono due posizioni più o meno argomentate ed entrambe in qualche misura condivisibili, riguardo alla notizia dei giorni scorsi dell’accordo fra governo cinese e Google per l’apertura di un motore di ricerca opportunamente depurato da una serie di chiavi di ricerca scomode per il regime di Pechino. La prima è quella che potremmo riassumere con lo slogan “gli affari sono affari”. Secondo tale punto di vista, bene avrebbe fatto Google a mettere un piede dentro al business della ricerca on line del grande paese asiatico, forte delle sue straordinarie competenze in materia e della qualità dei servizi offerti. I sostenitori di tale punto di vista si affrettano ad informarci di come, al di là di un certo innegabile machiavellismo economico, si tratti solo di un primo passo. L’idea è quella che Google possa agire dall’interno in un progetto di rinnovamento democratico che molti attendono come veloce e relativamente indolore. In altre parole: meglio un servizio di circolazione delle informazioni limitato piuttosto che “nessun servizio”.

L’altro punto di vista è quello dei “duri e puri” che dissentono nettamente dalle scelte possibiliste che Google ha deciso di assumere. Secondo molti commentatori, scendere a patti con il governo di Pechino va considerata una scelta comunque deplorevole, presa in ossequio ai superiori interessi commerciali (ed in assoluta opposizione alla mission stessa di Google il cui scopo societario resta quello di diffondere l’accesso informativo nel pianeta) e parente stretta di logiche commerciali imposte dalla recente quotazione in borsa.

Come è evidente, entrambi i punti di vista hanno solidi argomenti e non è un caso che gli scarni commenti ufficiali di Google, come quello di Sergey Brin rilasciato a Davos qualche giorno fa, siano stati tutti improntati all’insegna di una moderazione e di una comprensione anche delle critiche più estreme. “Capisco benissimo che la gente sia arrabbiata per una scelta che io credo sia un punto di vista ragionevole” ha detto Brin riferendosi alle prevedibili polemiche che hanno seguito la decisione di Google di tagliare dal proprio database tutta un serie di link verso siti non graditi alle autorità di Pechino. Quasi a dire: immaginavamo che vi sareste arrabbiati.

Pochi dubbi ci sono invece sulla opportunità di Google di non fornire alla utenza cinese l’accesso a Gmail ed a servizi di publishing come Blogger. Molti commentatori anche italiani, ansiosi di sottolineare la codardia di Google, hanno equivocato le ragioni di questa scelta, che appaiono invece, per una volta, sacrosante. Nessuno a Google se l’è sentita di fare la fine di Yahoo, costretta da un “gentleman’s agreement” (si fa per dire) col regime cinese a fornire i dati che hanno consentito l’arresto e l’incarcerazione di Shi Tao, giornalista cinese condannato a 10 anni di carcere per aver divulgato risibili segreti di stato attraverso alcun email inviate in USA. Google, memore della lezione, ha semplicemente deciso di non essere ricattabile, evitando di fornire servizi che avrebbero potuto consentire episodi analoghi di obbligatoria collaborazione.

Siamo forse di fronte ad una piccola meschinità e ad una grande occasione perduta. La meschinità, che a mio modo di vedere non è possibile nascondere, è quella di una società che è cresciuta e prosperata occupandosi di circolazione delle informazioni e che improvvisamente, come tanti altri soggetti ansiosi di avvicinare l’immenso e vergine mercato cinese, decide di far buon viso a cattivo gioco, per non lasciare a Baidu o ad altri soggetti il grande mercato della ricerca online in Cina. Forse, ma è una supposizione, prima della quotazione in borsa, Google avrebbe preferito essere filtrata interamente o in parte dal grande firewall cinese piuttosto che decidere in qualche misura di farne parte.

A tale proposito non va dimenticato che gran parte della tecnologia e del personale formativo che oggi tengono in piedi il muro di censura che avvolge siti web, comunicazioni di posta elettronica, forum e sistemi di messaging, dando vita ad un apparato statale enorme, stimato in circa 30mila controllori che scrutano e censurano 24 ore al giorno la rete cinese, proviene dall’occidente. Società che hanno volentieri e silenziosamente accettato la commessa orientale per fare da supporto tecnologico ai progetti di controllo e censura di quel paese.

Le responsabilità della grande occasione persa va invece equamente divisa fra tutte le grandi società tecnologiche occidentali sbarcate in Cina negli ultimi anni. Da Microsoft a Yahoo, da Google a chissà chi altro, gli utenti occidentali si sarebbero aspettati da queste società per lo meno un progetto in linea con il loro essere la nuova frontiera del business nella società dell’informazione. Una presa di coscienza che riguardi non solo l’appetibilità di certi enormi mercati di domani ma anche che tenga conto della propria potenza tecnologica e mediatica. Ed anche della propria complessiva ed indubbia capacità di indirizzo sociale.

La Cina ha bisogno oggi di Google (e di Yahoo e di MS) più di quanto le società in questione, prese nel loro complesso, abbiano bisogno di nuovi mercati. E allora perché non immaginare di sfruttare questa posizione di forza per dettare alcune condizioni fondamentali, come per esempio quella di non derogare da norme democratiche che in occidente sono la regola? Perché non si è pensato di proporre, tutti assieme, codici etici di comportamento che avrebbero, in un unico formidabile passo, reso la Cina un paese enormemente più moderno di quanto non sia ora, senza bisogno di attendere dinamiche di apertura democratica ancora di là da venire? Sarebbe stato possibile e sarebbe stato giusto. Che senso ha essere i punti di riferimento tecnologico dell’economia dell’informazione se poi si sceglie di comportarsi come certi vecchi capitalisti di cento anni fa? Paperoni dalle potenzialità sociali enormi e che di simili argomenti amano riempirsi la bocca, ma che, sempre e comunque, finiscono per accontentarsi infine del tuffo quotidiano nella propria vasta piscina di monetine.

Massimo Mantellini
Manteblog

I precedenti editoriali di M.M. sono qui

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29 01 2006
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