Contrappunti/ L'uomo di vetro

di Massimo Mantellini. Un flash nelle strade di Londra, gli scanner biometrici, la sicurezza e l'autolesionismo di chi pensa che non ha nulla da nascondere e si presta dunque ad essere controllato in qualsiasi momento
di Massimo Mantellini. Un flash nelle strade di Londra, gli scanner biometrici, la sicurezza e l'autolesionismo di chi pensa che non ha nulla da nascondere e si presta dunque ad essere controllato in qualsiasi momento


Roma – Qualche tempo fa, in una fredda notte invernale londinese, ascoltavo distrattamente il tassista algerino che mi portava all’aeroporto mentre mi raccontava come ormai Londra fosse diventata invivibile, invasa da indiani, negri e immigrati di ogni razza. Fermi ad un semaforo, fummo superati da un ciclista in mountain bike. L’uomo, nella assoluta mancanza di traffico di quelle ore notturne, attraversò l’incrocio nonostante il semaforo rosso e fu così immortalato dal flash di una macchina fotografica fissa dell’impianto semaforico che consegnò la documentazione della sua infrazione ad un computer chissà dove. Il tassista rise.

Io non so dire se si sia trattato di una semplice manifestazione di efficienza o se quel flash sia stato invece il segno di una estensione anche alle ore notturne di una logica di controllo che la tecnologia ormai consente ampiamente; certo è che l’Inghilterra ha imboccato ormai da molti anni la strada della osservazione continua dei suoi cittadini, non solo in prossimità dei semafori, ma anche in qualunque altro luogo pubblico e lo ha fatto in maniera tanto graduale e circospetta dal far sembrare normale un po’ a tutti che lo shopping su Oxford Street sia costantemente monitorato da decine di occhi elettronici.

L’11 settembre ha forse restituito un minimo di decoro al nostro libero arbitrio di esseri umani: è stato infatti in quell’occasione, sull’onda di quel trauma planetario, che gran parte di noi ha come scelto di rinunciare ad un po’ delle proprie libertà in cambio di una promessa di maggior sicurezza. Non che io sia contento di tutto ciò, tutt’altro, ma ero perfino più sconsolato prima, quando anche in assenza di motivazioni di urgenza come quella della ipotetica difesa dai terroristi, noi cittadini abbiamo più e più volte mostrato un assoluto disinteresse per le tematiche della privacy.

E’ inutile girarci troppo intorno: la tutela della nostra libertà individuale non solo non crea un mercato di difesa (gran parte delle società che anche in rete se ne occupavano commercialmente sono fallite negli ultimi anni) ma non ha nemmeno la capacità di sollevare il nostro interesse quando ci accorgiamo che i nostri dati personali, i nostri spostamenti o le nostre abitudini di vita e di consumo generano una curiosità interessata e spesso ambigua. Il nostro livello di attenzione è da sempre in questo senso bassissimo e si riassume spesso in risposte del tipo “controllatemi pure, tanto non ho nulla da nascondere”.

Si tratta di un punto di vista frequentemente ascoltato, tanto autolesionista quanto duro da scalfire, i cui effetti sono ogni giorno amplificati dallo sviluppo tecnologico che consente ormai esercizi di controllo ai limiti della fantascienza e che, con una capacità mediatica molto raffinata, ci viene ogni giorno “spiegato” come utile e irrinunciabile: come potremo in futuro fare a meno del riconoscimento facciale o dei sistemi di posizionamento dei terminali o del controllo delle comunicazioni e delle tracce elettroniche? Non potremo, e siccome siamo tutti cittadini che non hanno nulla da nascondere, la nostra scia di dati genererà solo sicurezza e grandiose opportunità di benessere. Questo almeno per quelli che ci credono.

E pensare che L’Italia nel suo mediterraneo disinteresse per tali noiose problematiche ha portato a Bruxelles come Presidente del Comitato Europeo dei Garanti della Privacy, uno dei suoi uomini migliori, Stefano Rodotà, il cui lavoro legislativo e di controllo in questi anni è stato da tutti considerato di grandissimo valore. Gli allarmi e le invocazioni che il Prof. Rodotà ha lanciato sono spesso stati vere e proprie urla nel deserto, altre volte come nel caso dell’applicazione della legge italiana sulla Privacy, hanno consentito di iniziare a scardinare un universo di privilegi dei poteri forti (si pensi solo alle banche) che fino a pochi anni fa sembrava pacifico e inattaccabile.

E allora lascio ad una sua frase tratta da un intervento pubblicato dopo l’11 settembre la spiegazione del come mai il nostro quotidiano affermare “non ho nulla da nascondere” sia una pratica ai limiti dell’autolesionismo:

“Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. “L’uomo di vetro” è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.”

Mi sentirei di aggiungere – per terminare – che il medesimo atteggiamento e la medesima pretesa sono anche uno dei cavalli di battaglia del commercio mondiale, la cui capacità di indirizzo è perfino superiore a quella dei governi nazionali. Le tecnologie che scoprono l’uomo di vetro citato da Rodotà sono ormai fra di noi ed è vitale trovare un bilanciamento fra le possibilità di raccolta dati che offrono ed i limiti che dovranno essere loro imposti dal bene comune. Su di un piatto della bilancia stanno comodamente seduti oggi i governi nazionali con le loro esigenze di controllo della sicurezza pubblica; a fianco di essi siedono, in una curiosa sinergia, gli interessi del marketing mondiale, impegnato a escogitare le maniere più efficaci e remunerative per convincerci a comprare tutti i prodotti di cui abbiamo “bisogno”. Resta da capire, una volta ovviamente esclusi tutti quelli che “non hanno nulla da nascondere” chi si siederà sull’altro piatto.

Massimo Mantellini

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12 05 2002
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