Contrappunti/ Massì, chiudiamo quei siti

di Massimo Mantellini. Come leggere i ripetuti sequestri di siti italiani, o la denuncia contro rotten.com da parte del Codacons?
di Massimo Mantellini. Come leggere i ripetuti sequestri di siti italiani, o la denuncia contro rotten.com da parte del Codacons?


Roma – Si moltiplicano denunce, indagini e sequestri della Polizia Postale che hanno per oggetto siti web della rete italiana. Nelle ultime settimane ne abbiamo viste un po’ di tutti i colori: dal provvedimento di sequestro ottenuto dai legali de IlSole24ore nei confronti del sito web ilsesso24ore.it (non tanto per l’assonanza dei domini quanto, pare, per la duplicazione in versione porno della veste grafica del quotidiano della Confindustria), ad una serie di sequestri più gravi come quello ordinato dalla magistratura di Genova nei confronti di netstrike.it o come quelli, meno recenti, di eretico.com e di gattibonsai.it , passando per una serie di altre operazioni (molto meno discutibili) che hanno portato alla chiusura di siti web di materiale pirata (codici per card pirata per la tv satellitare, software sotto copyright etc.).

Ciò che preoccupa, osservando questi provvedimenti nel loro complesso, è la apparente facilità con la quale iniziative del genere si moltiplicano, quasi che la chiusura di un sito web sia un atto minore, dalle trascurabili conseguenze, qualcosa di simile ad una contravvenzione per divieto di sosta. La decisione di sequestrare un sito web presuppone invece una comprensione profonda di cosa sia Internet da parte del “sequestratore”, e quì sta il punto. La sensazione è che questa particolare cognizione oggi sia fra i nostri magistrati molto poco diffusa. E che gli stessi giudici italiani rischino così, non raramente, di rendersi strumento inconsapevole delle voglie censorie dei soggetti più vari.

Si può spiegare in questo modo il sequestro del sito web gattibonsai.it, chiesto a gran voce e ottenuto in un lampo da parte dalla presentatrice TV Licia Colò, così attenta al destino degli animali più vari (attività dalla quale riceve meritata fama e sostentamento) ma con trascurabile interesse per la libertà di espressione dei suoi simili (anche quando questi sprecano il loro tempo a duplicare in lingua italiana un sito americano dai contenuti decisamente imbecilli e già al centro di infinite polemiche in passato); solo così si possono comprendere le crociate censorie che vorrebbero ripulire la rete da ogni frase o immagine contrarie alla pubblica morale senza che i proponenti siano mai lontanamente sfiorati dalla idea che dentro Internet convivono mille e mille “pubbliche morali”, ognuna delle quali con diritto di sopravvivenza nei confronti delle altre.

L’ultimo bersaglio in ordine di tempo dei desideri di pulizia che tanto sembrano interessare certi nuovi utenti delle rete Internet italiana è in questi giorni un sito storico e universalmente noto: quel rotten.com , web di immagini orrende, splatter per eccellenza, ben conosciuto (e scientemente evitato) da moltissimi navigatori fin dal lontano 1996. Tutta gente che, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo averne visionato qualche pagina, ha deciso (semplicemente) di cancellarne l’indirizzo dai propri bookmark.

Apprendiamo che il Codacons in questi giorni ne ha “scoperto l’esistenza” ed ha deciso rapidamente di attivarsi rilasciando un prevedibile comunicato sul quale è possibile leggere:

“Le immagini in questione oltre a rappresentare un’offesa alla pubblica decenza, rappresentano una reale minaccia per l’effetto che potrebbero determinare sui bambini e sui ragazzi che, più di tutti, ispezionano la rete”.

Segue altrettanto prevedibile denuncia alla Procura di Roma con richiesta di:

“oscuramento e sequestro delle pagine web del sito nonché l’adozione di severi provvedimenti volti a sanzionare con rigidità e fermezza la nascita di siti simili”.

E anche in questo caso la denuncia finirà sulla scrivania di un magistrato che forse ha sentito la parola “Internet” solo nei discorsi dei suoi figli.

Noi, dal canto nostro, potremmo liquidare la furia iconoclasta del Codacons con una risata, visto che il server di rotten.com è in California ben al riparo da denunce del genere, se non fosse che negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli orientamenti legislativi (sempre italiani, ma non solo) sul mondo di Internet con pretese di transnazionalità: una recente sentenza della Cassazione ha sancito, per esempio, che un giudice italiano ha giurisdizione per quanto attiene al reato di diffamazione su tutta Internet, potendo quindi ordinare la chiusura anche di un sito web straniero. La applicabilità di provvedimenti del genere è evidentemente tutta da verificare.

Il 20% circa degli italiani è ormai in rete: una inevitabile quota di questi milioni di persone continua a credere di poter portare su Internet il proprio piccolo mondo, elevandolo a regola per tutti. Si tratta di un vizio culturale che non può ricevere il conforto di una magistratura impreparata al nuovo, pronta a spalleggiare i pruriti del primo che passa in ossequio all’obbligo dell’azione penale.

La chiusura di una pagina web (e spesso si tratta di siti piccolissimi con pochissimi visitatori) è un atto quasi sempre dalle scarse conseguenze pratiche eppure pesantissimo da un punto di vista etico. Richiede una cautela che fino ad oggi davvero non ci è sembrato di vedere applicata, che si giustifica nella constatazione che i bit che raggiungono i nostri computer attraverso la rete Internet sono (in generale) un arricchimento troppo importante per essere sottoposti alle menti ristrette dei pochi che, certosinamente, solcano il world wide web alla ricerca di qualcosa che li offenda e scandalizzi.

Abbiamo bisogno di magistrati che comprendano a fondo i rischi concreti che certi provvedimenti creano per la libera espressione del pensiero: e c’è urgente bisogno di giudici che usino la rete oltre che i codici, che conoscano il web così come conoscono gli altri ambienti nei quali i reati si consumano. Per saperli riconoscere. Ve lo immaginate un giudice di pace che non abbia mai visto un incrocio o un semaforo in vita sua, chiamato ogni giorno a emettere sentenze su complessi incidenti stradali?

Esiste certamente il rischio concreto di rendersi ridicoli ma non è solo questo il punto: il rischio maggiore è quello di non comprendere che grande occasione sia per noi e per i nostri figli (assieme a noi) poter scegliere liberamente cosa visionare e conoscere e cosa invece lasciare dentro gli abissi del web. Le anime fragili che hanno necessità di qualcuno che vegli sulla loro integrità (e basterebbe un buon software!) dovrebbero stare alla larga da Internet. In subordine, se questo non è possibile, se il vecchio adagio del “chi disprezza, compra” li porta comunque fra noi, siano i benvenuti. Ma lascino in pace la magistratura.

Massimo Mantellini

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02 09 2001
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