Coronavirus, Garante: no a raccolte dati fai-da-te

L'intervento del Garante Privacy sulle iniziative finalizzate alla raccolta dati nell'ambito dell'emergenza coronavirus: attenersi alle indicazioni.
L'intervento del Garante Privacy sulle iniziative finalizzate alla raccolta dati nell'ambito dell'emergenza coronavirus: attenersi alle indicazioni.

Agire o reagire in modo scomposto non è mai la cosa giusta, soprattutto in una situazione di emergenza e nemmeno se mossi da buone intenzioni. Lo ricorda oggi il Garante Privacy in merito alle iniziative di raccolta dati che vengono in questi giorni messe in campo da più parti con l’obiettivo di contribuire a contenere e gestire il fenomeno coronavirus. L’appello è forte e chiaro: si seguano le indicazioni del Ministero, da evitare le soluzioni fai da te.

Coronavirus: il Garante Privacy sulla raccolta dei dati

Il perché lo abbiamo visto nei giorni scorsi, quando la nostra redazione si è attivata per segnalare alla ASL di Taranto che affidarsi a Google Moduli per acquisire le informazioni relative a coloro provenienti dai primi territori interessati dal contagio avrebbe potuto mostrare il fianco all’azione di malintenzionati. Una reazione pragmatica e rapida ad una indicazione giunta dall’alto, ma al tempo stesso una azione scomposta in termini di tutela della sicurezza e della privacy. A distanza di una mezza giornata il form è stato eliminato.

Oggi da Roma l’autorità si pronuncia su dinamiche di questo tipo (evidentemente ampiamente diffuse nei primi giorni dell’emergenza) con un comunicato.

L’Ufficio sta ricevendo numerosi quesiti da parte di soggetti pubblici e privati in merito alla possibilità di raccogliere, all’atto della registrazione di visitatori e utenti, informazioni circa la presenza di sintomi da coronavirus e notizie sugli ultimi spostamenti, come misura di prevenzione dal contagio. Analogamente, datori di lavoro pubblici e privati hanno chiesto al Garante la possibilità di acquisire una “autodichiarazione” da parte dei dipendenti in ordine all’assenza di sintomi influenzali, e vicende relative alla sfera privata.

Insomma, chi nelle ultime due settimane è potenzialmente venuto in contatto con l’agente patogeno SARS-CoV-2 anche solo transitando in uno dei comuni colpiti lo deve comunicare alla azienda sanitaria territoriale di competenza. Questo è ciò che prevede la normativa d’urgenza, ma con quali modalità?

I cittadini lo possono fare in maniera autonoma o passando dal medico di base che si occuperà di eventuali accertamenti, ad esempio stabilendo l’isolamento dell’interessato presso il suo domicilio. Per i datori di lavoro vi è invece l’indicazione di “astenersi dal raccogliere, a priori e in modo sistematico e generalizzato, anche attraverso specifiche richieste al singolo lavoratore o indagini non consentite, informazioni sulla presenza di eventuali sintomi influenzali del lavoratore e dei suoi contatti più stretti o comunque rientranti nella sfera extra lavorativa” poiché “la finalità di prevenzione dalla diffusione del coronavirus deve infatti essere svolta da soggetti che istituzionalmente esercitano queste funzioni in modo qualificato“. Insomma, è un compito che spetta a operatori sanitari e soggetti autorizzati dalla protezione civile, non al singolo o alle aziende. L’obbligo ha duplice valore: da una parte evitare la ridondanza di una doppia raccolta dati (con raddoppio relativo dei rischi connessi per la privacy) e dall’altra evitare che i dati fluiscano in modo scoordinato, con possibili lacune all’interno dei database delle aziende sanitarie.

Resta fermo l’obbligo del lavoratore di segnalare al datore di lavoro qualsiasi situazione di pericolo per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Prendendo come esempio la Pubblica Amministrazione, il ministro Fabiana Dadone ha sottolineato come per i dipendenti pubblici e per chi opera presso strutture pubbliche vi sia l’obbligo di segnalare l’eventuale provenienza da un’area a rischio. Lo stesso valga per ogni qualsivoglia azienda, dalle PMI in su, che in queste ore si stanno interrogando sul da farsi eccedendo spesso nel proattivismo da raccolta dati.

In generale, chi nello svolgimento delle proprie mansioni dovesse entrare in contatto con un caso sospetto di coronavirus (ad esempio interfacciandosi a uno sportello), è tenuto a comunicarlo il prima possibile ai servizi competenti, in modo autonomo o attraverso il datore di lavoro, attenendosi poi alle istruzioni ricevute dal personale sanitario. In estrema sintesi, è questa la regola messa nero su bianco dal Garante:

… invita tutti i titolari del trattamento ad attenersi scrupolosamente alle indicazioni fornite dal Ministero della salute e dalle istituzioni competenti per la prevenzione della diffusione del coronavirus, senza effettuare iniziative autonome che prevedano la raccolta di dati anche sulla salute di utenti e lavoratori che non siano normativamente previste o disposte dagli organi competenti.

I contatti dell’autorità per la richiesta di eventuali ulteriori informazioni sono riportati sul sito ufficiale.

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