DDL Diffamazione, la Rete nel mirino

La Commissione Giustizia del Senato approva la cosiddetta salva-Sallusti, permettendo ai soggetti lesi di ordinare la rimozione dei contenuti da siti e motori di ricerca. Grandi polemiche

Roma – C’è chi parla di una feroce vendetta politica, “un pugno di caratteri per condannare a morte la libertà di informazione online”. Dalle pagine digitali del periodico L’Espresso , l’avvocato Guido Scorza descrive nel dettaglio i principi più dirompenti del nuovo disegno di legge in materia di diffamazione, recentemente approvato dalla Commissione Giustizia del Senato in un’aula quasi deserta.

All’articolo 2-bis , si trattano “misure a tutela del soggetto diffamato o del soggetto leso nell’onore e nella reputazione”. Si parte dal famigerato obbligo di rettifica, esteso a tutte le “testate giornalistiche diffuse per via telematica”, con le conseguenze di una definizione ritenuta eccessivamente ambigua. Le rettifiche dovranno essere pubblicate entro un massimo di 48 ore, per evitare una sanzione pecuniaria elevata fino a 25mila euro .

Al primo comma del 2-bis: “l’interessato può chiedere ai siti Internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione della presente legge”. In caso di rifiuto o di omessa cancellazione, l’interessato potrà chiedere al giudice di “ordinare ai siti Internet e ai motori di ricerca la rimozione delle immagini e dei dati, ovvero inibirne l’ulteriore diffusione”. Una facoltà che – in caso di morte del soggetto – potrà essere esercitata anche dai suoi eredi o dal convivente .

Passando al quarto comma, si legge : “In caso di inottemperanza all’ordine impartito ai sensi del comma 2, il giudice può applicare nei confronti dei soggetti responsabili la multa da 5mila a 100mila euro e disporre la rimozione del contenuto illecito o del dato personale trattato illecitamente”. L’intero articolo è entrato con l’approvazione di un emendamento a firma del senatore del PdL Giuseppe Valentino. “È sconcertante, antistorico e contraddittorio con tutti i richiami al digitale, ciò che è passato a maggioranza in Commissione Giustizia del Senato in merito alla Rete – ha commentato a caldo il senatore del PD Vincenzo Vita – Si sono messi sullo stesso piano i giornali figli dell’era analogica con quelli pensati e immaginati online. Non solo: si introducono norme pecuniarie persino superiori a quelle già molto alte previste nei testi originari”.

“Questo testo va corretto, alcune cose non funzionano”, ha commentato (a titolo personale) il capogruppo PD al Senato Anna Finocchiaro. Sarebbe ora necessario affrontare la questione diffamazione “con equilibrio tra libertà di informazione e diritto all’onore e alla dignità delle persone”. Non convince in particolare l’entità della pena, il cui tetto di 100mila euro è ritenuto troppo alto . “Noi avevamo proposto 50 mila euro”, ha concluso Finocchiaro.

Diverso il parere dell’altro capogruppo (PdL) al Senato Maurizio Gasparri: “Per quanto riguarda Internet la commissione è orientata a intervenire sui siti che hanno una linea editoriale. Quello del web è un problema serio, perché la diffamazione è rintracciabile sempre e comunque con i motori di ricerca ed è sempre disponibile. A me è successo tante volte e mi sono anche rivolto a Google Italia, ma nemmeno loro sanno come muoversi per la rimozione dei contenuti”.

I principi contenuti nel nuovo ddl sono stati visti come un’ancora di salvezza dopo il caso Sallusti. La Cassazione ha ora diramato le motivazioni alla base della condanna a 14 mesi per l’ex-direttore di Libero. Sallusti avrebbe mostrato una “spiccata capacità a delinquere”, dalla “gravità della campagna intimidatoria e diffamatoria” condotta nei confronti del giudice Giuseppe Cocilovo.

L’approvazione del cosiddetto decreto salva-Sallusti ha scatenato la violenta reazione di Marco Polillo, attuale presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE). “Queste norme costringerebbero di fatto autori ed editori a una censura preventiva e contraria ai principi di libertà democratica, chiaramente affermati anche nella nostra Costituzione. E, sia chiaro a tutti, non riguarderebbero solo i cosiddetti libri d’inchiesta, ma tutta la produzione libraria, dai libri di scuola (perché non rettificare un’analisi sulla storia contemporanea?) alle enciclopedie, fino alla saggistica e alla narrativa (perché non rettificare libri di mafia?)”.

Mauro Vecchio

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