Domini italiani: tutti i poteri alla R.A.

Dal prossimo primo gennaio può cambiare tutto: cancellata l'autorità democratica di normazione, tutte le responsabilità passano nelle mani di chi gestisce un business miliardario. A rischio la partecipazione della comunità internet
Dal prossimo primo gennaio può cambiare tutto: cancellata l'autorità democratica di normazione, tutte le responsabilità passano nelle mani di chi gestisce un business miliardario. A rischio la partecipazione della comunità internet


Roma – Il primo gennaio 2002 per i domini “.it” cambia tutto. Si entra in una nuova stagione, quella in cui la Registration Authority (R.A.) – che oggi si occupa delle registrazioni dei nuovi domini – non avrà più nuove indicazioni normative sui domini messe in campo dalla Naming Authority (N.A.), assemblea che fino ad oggi si è dedicata proprio alla creazione delle “regole dei domini”.

Le due funzioni, fino ad oggi separate, dal prossimo gennaio dovrebbero essere entrambe “in mano” alla R.A., che potrà così avere mano libera nel decidere le norme che lei stessa dovrà applicare. Si tratta per ora “solo” di una proposta avanzata dalla R.A. stessa, ma che non sembra trovare un’opposizione coordinata in ambito N.A., e che dunque con ogni probabilità è destinata a passare.

C’erano d’altra parte tutte le avvisaglie che prima o poi si sarebbe tentato il “colpo di mano”. Nella R.A. guidata da Franco Denoth, che in questi anni grazie alla liberalizzazione della registrazione dei domini posta in essere dalla N.A. ha visto crescere a dismisura la “sua” creatura, ora girano miliardi. Il “giochino” di una volta è diventato il “giocone” di oggi.

Tutto era già scritto nel famigerato decreto Passigli, quel testo che nella scorsa legislatura ha rischiato di burocratizzare l’intera gestione dei domini con il varo di una sorta di “Anagrafe nazionale” dei domini. Ora il decreto viene in qualche modo resuscitato. Nella proposta presentata da Denoth si fa peraltro esplicito riferimento a quelle proposte: “Certi fenomeni, come quello del cybersquatting, hanno poi acceso l’interesse della classe politica che ha elaborato proposte di legge che andavano nella direzione di modificare l’equilibrio a suo tempo stabilito, ed in particolare di non riconoscere un ruolo alla NA”. Il destino della Naming Authority era insomma già stato scritto da Passigli…

La N.A. evidentemente non serve più; anzi la democraticità della sua partecipazione, le eccezioni sollevate dai partecipanti, ovvero dagli operatori di internet e dagli utenti, i difficili dibattiti sulle nuove ipotesi regolamentari, il contrastato varo dello strumento per la risoluzione delle dispute sui domini, sono ormai un ostacolo sulla lucrosa strada dei domini italiani.

Lo spiega chiarissimamente anche lo stesso Denoth, quando scrive, in una lettera alla N.A.: “Che poi l’organizzazione di fatto si sia distinta in due funzioni chiamate rispettivamente NA e RA è un fatto che deve inquadrarsi nel particolare periodo storico, quando (?) le problematiche relative alla gestione dei nomi a dominio erano prettamente tecniche.”

Come a dire, dunque, che quando i giochi si fan duri, o miliardari, non c’è più spazio per chi non può garantire certi risultati. Denoth sostiene infatti che l’attuale organizzazione non è efficiente e che tutto risulta più facile quando le due funzioni, normativa ed “esecutiva”, “sono ospitate nella stessa struttura e possono operare con il minimo numero di passi intermedi.”

La cancellazione della N.A. trova d’accordo il principale operatore nel business di registrazione dei domini, Register.it, che per bocca del suo boss Bruno Piarulli ha già fatto sapere alla N.A., parlando proprio della N.A., che oggi dell’autorità normativa esterna e democratica “c’è “meno bisogno”.” Piarulli spiega i motivi con lampante sincerità: “Tra gli ISP o i grossi maintainer si sente l’esigenza di una controparte (passatemi il termine) reale e a cui poter chiedere rispetto di contratti e a cui poter far fronte in caso di contenziosi o contestazioni. Penso di non scandalizzare nessuno nel sottolineare che il “potere contrattuale” di un ISP in caso di errori o problemi ha una qualche possibilità di essere usato nei confronti della RA, ma è praticamente **zero** nei confronti della NA.”

La soluzione di Piarulli, a caccia di “ribilanciamenti” nei “rapporti” con la R.A., apparentemente sposa in toto quella di Denoth. Scrive Piarulli nella sua lettera: “Credo sia il momento che il Policy Board torni all’interno del Registro, e che il Registro se ne assuma la piena responsabilità (nel bene e nel male), senza più poter utilizzare l’esistenza stessa della NA come giustificazione per azioni (o spesso.. non-azioni:-) davanti ai clienti-maintainer e/o davanti ai politici di turno.”

Ci sarà una policy board interna alla R.A., un gruppo “normativo” i cui membri saranno o scelti direttamente dalla R.A. o approvati dalla stessa. Alla policy board viene dunque delegato l’importante compito di non far credere al mondo della rete che sia cancellato ogni controllo e potere di intervento su un bene comune, anche se chi controlla sono i controllati. Un compito tutt’altro che facile.

Tutto questo, dunque, perché invece di puntare a definire un rapporto chiaro tra le due parti, chiaro abbastanza anche per le “terze parti”, e per difendere i domini.it dagli assalti degli squatters, si decide di “semplificare”, costi quel che costi, cancellando il ruolo della N.A.

Un’operazione che ricorda da vicino quanto sta accadendo all’ICANN, la cui board guidata dal grande Vint Cerf sta da mesi cercando in tutti i modi di togliere poteri e rappresentanza agli unici membri della board eletti democraticamente “dalla rete”. D’altra parte sono membri rissosi, che la pensano in modo “diverso”, che disturbano. Un po’ come la N.A. italiana, un rompiscatole da mandare in soffitta cercando di non sollevare troppa polvere. Tanto chi se ne accorge?

Paolo De Andreis

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26 09 2001
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