E-Cat è ancora una scatola nera

Il primo promesso studio sul reattore mostra ancora troppe lacune. Difficile che la comunità scientifica accetti i dati presentati senza tentare di confutarli

Roma – Due anni dopo la prima apertura di credito di due ricercatori dell’Università di Uppsala (Svezia), il primo studio scientifico (o con ambizioni tali) sull’E-Cat è stato reso pubblico. Il mezzo scelto è un repository della Cornell University , che non prevede il classico meccanismo di peer review delle riviste scientifiche più blasonate: ma la firma del paper da parte di ricercatori accreditati consiglia la sua valutazione senza pregiudizi.

Purtroppo gli oltre due anni di attesa per i primi risultati vengono delusi sin dall’abstract : la “verifica sperimentale di una possibile produzione anomala di calore in un tipo speciale di reattore denominato E-Cat HT” si scontra da subito con alcuni vizi di forma nell’impostazione stessa della verifica. Alcuni dubbi possono essere espressi sulla metodologia indiretta di misura scelta (“Misure del calore prodotto sono state eseguite con un dispositivo di rilevazione del calore ad alta definizione”), ma soprattutto sulla costruzione dell’esperimento: “il tubo di reazione è caricato con una piccola quantità di polvere di nichel idrogeno”, ma anche con dei misteriosi “additivi”.

È proprio questo il principale punto debole della intera trattazione: la mancanza di informazioni su questi additivi, ovvero l’impossibilità per chiunque di poter ripetere l’esperimento in modo indipendente , mina alla base qualsiasi altra discussione sulla scientificità dei risultati prodotti. Senza contare che alcuni dati non sono forniti (sono disponibili “a richiesta”), oppure vengono forniti senza una trattazione specifica per chiarire come siano stati rilevati nel tempo: è il caso dell’energia fornita al reattore, dapprima indicata per il primo esperimento in 360W di potenza continua e solo successivamente viene chiarito come si tratti in realtà di un dato ricavato in maniera approssimativa.

I risultati complessivi sono numericamente interessanti : a dicembre 2011, nel primo dei due test, l’energia prodotta sarebbe stata approssimativamente di 62kWh con un consumo di 33kWh, mentre a marzo 2012 nel secondo e più rigoroso test su un dispositivo E-Cat leggermente differente dal primo (definito un prototipo di produzione) sarebbero stati creati 160kWh con appena 35kWh di energia assorbita. Paradossalmente, il primo dei due esperimenti sarebbe numericamente in vantaggio per quanto attiene la densità energetica: la spiegazione fornita riguarda un presunto errore di valutazione della massa del primo dispositivo, nonché delle variazioni nella metodologia di funzionamento del secondo dispositivo legate alle decisioni del produttore.

Uno dei punti più controversi riguarda proprio la presenza del “produttore”: i test non sono stati svolti secondo le specifiche dettate dagli scienziati , bensì decisi da Andrea Rossi e dai suoi collaboratori senza consultarli, e le misurazioni sono state effettuate nei laboratori di Rossi stesso. Inoltre, non sono state fornite informazioni dettagliate sulla composizione interna del cilindro, né è stato concesso di analizzare nel dettaglio il setup realizzato: diverse parti dell’alimentazioni e componenti del meccanismo erano chiuse in vere e proprie “black box” (scatole nere) per tenere al sicuro presunti “segreti industriali”.

Ma ci sono poi altre serie critiche mosse all’impostazione stessa della pubblicazione, per esempio alla trattazione dell’errore che è nella migliore delle ipotesi lacunosa . Anche l’intera trattazione matematica viene contestata, in virtù di una non propriamente chiara esposizione e notazione. E si potrebbe citare una singola frase della trattazione (“Lastly, the inner powders were extracted by the manufacturer (in separate premises we did not have access to), and the empty cylinder was weighed once”, pagina 22: in pratica il cilindro non era sempre a disposizione dei ricercatori, ma anzi è stato per almeno un intervallo di tempo al di fuori della loro portata e in un luogo dove non avevano accesso) per mostrare quanto poco controllo abbiano avuto gli scienziati sulle condizioni a contorno dell’esperimento. A parte una misura di tempertura indiretta e alcune rilevazioni ( dubbie? ) sull’energia fornita al dispositivo, non sono state messe in campo altre sonde per misurare eventuali emissioni dell’apparecchio.

Le voci che invece lodano entusiasticamente il paper non paiono affrontare o prendere minimamente in considerazione i dubbi fin qui esposti. La stessa scelta di tirare in ballo la fusione fredda appare azzardata , visto che neppure lo studio in questione cita mai questo tipo di fenomeno (se non nell’introduzione, attribuendo la possibile implicazione delle reazioni nucleari a bassa energia a una spiegazione fornita dai produttori del dispositivo): si parla più genericamente di una reazione chimica, la cui comprensione è ancora di là da venire.

Tirando le somme, parlare di fusione fredda è un azzardo. E occorre anche ammettere che quanto pubblicato è molto distante da una verifica indipendente del fenomeno : mancano informazioni fondamentali per garantire la riproducibilità dell’esperimento, non vengono chiarite alcune parti della trattazione matematica, i cosiddetti verificatori sono in realtà degli osservatori con poca o nessuna voce in capitolo su come impostare le condizioni a contorno e valutare l’apparato tecnologico impiegato. Quanto accaduto con l’ esperimento di Fleischmann e Pons sulla fusione fredda, e tutto quanto ne è seguito, dovrebbe spingere alla massima cautela l’opinione pubblica e la comunità scientifica: al momento l’E-Cat e il suo inventore Andrea Rossi non sono stati in grado di produrre alcuna evidenza incontrovertibile di un fenomeno che, se dimostrato, potrebbe cambiare per sempre la storia della fisica.

Luca Annunziata

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