Ecologia, WWF informatizza le sue oasi

Una partnership con Microsoft per raccogliere informazioni preziose su come sta cambiando la Terra. E misurare quanto sia grande l'impronta ecologica del genere umano, prima che schiacci l'intero pianeta
Una partnership con Microsoft per raccogliere informazioni preziose su come sta cambiando la Terra. E misurare quanto sia grande l'impronta ecologica del genere umano, prima che schiacci l'intero pianeta

Il pianeta sta cambiando, e questo cambiamento può essere misurato in molti modi. In centimetri, come quelli persi ogni anno dai ghiacciai un tempo perenni. In colori, come quelli spariti dei coralli dal fondo del mare. O ancora, in numero di specie tropicali di uccelli, pesci e farfalle che ogni anno colonizzano le campagne e i mari italiani. Un fenomeno che va studiato, e che il WWF intende analizzare all’interno delle sue storiche Oasi distribuite su tutto il territorio italiano, trasformate in vere e proprie “stazioni di monitoraggio” grazie al contributo tecnologico di Microsoft.

Garzetta, (c) Archivio WWF / A Cambone, R Isotti - Homo ambiens “Occorre iniziare a studiare sistematicamente la variabilità naturale degli ecosistemi – spiega a Punto Informatico Gianfranco Bologna , direttore scientifico di WWF Italia – e come su questa variabilità naturale influisca il contributo dell’uomo: dobbiamo imparare a discernere l’intervento umano, rilevare qual è la differenza dopo il suo passaggio. È un grande problema planetario: la modifica dei cicli biogeochimici, come quello del carbonio o dell’azoto, per non parlare della modificazione fisica degli ecosistemi, provoca una cascata dinamica energetica che cambia la faccia del pianeta”.

Un pianeta che, prosegue Bologna, ormai l’uomo ha finito per plasmare nel bene e nel male: “Anche grazie ai dati ottenuti dai satelliti, oggi siamo in grado di affermare che la cosiddetta human footprint , la trasformazione fisica che abbiamo effettuato, è nell’ordine del 83 per cento della superficie delle terre emerse”. Proprio questi dati, comunque, secondo il direttore scientifico, sono l’esempio degli avanzamenti della ricerca scientifica che consentono di monitorare l’evoluzione del pianeta . “Satelliti di telerilevamento, mega-supercomputer, processamento dei dati rapido”, tutto questo può servire a tenere traccia dei cambiamenti.

Bologna spiega che il WWF si è interrogato su come riuscire a valorizzare le sue Oasi attraverso questi nuovi strumenti : “Abbiamo sempre adoperato le Oasi per tesi di laurea, campi all’aperto, escursioni: ma con questo nuovo progetto rendiamo più sistematica la capacità di raccogliere informazioni in aree in cui l’intervento umano è stato razionale, che mantengono buone condizioni naturali. Alcune Oasi sono abbastanza complesse dal punto di vista logistico, ma sono siti senz’altro attraenti per acquisire informazioni interessanti per chi si occupa di questi problemi”.

Da parte sua, il WWF Italia può vantare un comitato scientifico composto da esperti di fama internazionale: Bologna fa i nomi, tra molti altri, del professor Valentini del CNR che si occupa del ciclo del carbonio, dei professori Navarra e Castellari che sono invece tra i massimi esperti di modellistica terrestre e marina. Microsoft, invece, possiede un centro di ricerca a Cambridge che già si occupa di questo tipo di questioni. Più nel dettaglio, spiega a Punto Informatico Carlo Iantorno (direttore della divisione Responsabilità Sociale e Innovazione di Microsoft Italia ), il contributo della sua azienda si concentrerà nella costruzione di un database e nell’analisi dello stesso: “Si individuano un numero di variabili del problema in questione, che consentono di osservare la vita di un grande numero di esseri viventi, e questi valori vengono raccolti a intervalli regolari di tempo nelle varie oasi e memorizzate in un database centrale”. Applicando una serie di tecniche di business intelligence vengono poi estrapolate le tendenze, che si potrà “confrontare con dei benchmark , ossia valori riscontrati in ambienti di riferimento a condizioni ideali, per individuare possibili scostamenti e quindi poter segnalare tendenze fuori dalla norma”.

Il tutto, sottolinea Iantorno, potrà essere condiviso da scienziati e ricercatori attraverso le tecnologie tipiche del web 2.0, così da lasciare spazio a commenti e osservazioni provenienti da ogni parte del mondo. “Il WWF – prosegue – potrà essere utilizzatore delle nuove tecnologie Microsoft prima del loro rilascio sul mercato. Inoltre, si cercheranno sinergie con gli altri programmi di collaborazione fra Microsoft e WWF nel mondo”. Un impegno ribadito anche da Umberto Paolucci , presidente di Microsoft EMEA: “Microsoft Italia aiuterà il WWF a costruire un sistema informativo super-efficiente con le nostre tecnologie, ed insieme con il WWF osserveremo l’evoluzione del Sistema delle Oasi che rappresenta il più importante progetto di conservazione del WWF Italia”.

Un programma di questo tipo, comunque, va ovviamente inserito in quadro più ampio possibile, per misurare gli effetti dell’azione dell’uomo su vasta scala: “Più dati si hanno, più si è in grado di capire l’andamento per l’intero continente – spiega Bologna – Mettere a disposizione della ricerca un network di aree che sono più protette di altre, aiuta ad avere informazioni utili a desumere gli andamenti, dati che diventano preziosi per l’elaborazione dei modelli, per comprendere l’evoluzione degli ecosistemi e incrementare anche la nostra capacità predittiva”.

Laguna, (c) Archivio WWF / F Muzzi

I modelli, continua Bologna, in questi anni si sono affinati “sia per quanto attiene alla risoluzione spaziale, sia per una migliore capacità di indicazione dei trend”. Il contributo di Microsoft potrebbe fornire l’aiuto per l’analisi di quanto sta avvenendo , attraverso la comparazione delle informazioni raccolte su diverse aree, per costruire un quadro che descriva il trend dell’area del Mediteranneo. Proprio perché, tuttavia, non esistono stime precise di quanto sta accadendo, per ora il progetto non ha ancora degli obiettivi rigidi: “Non abbiamo un punto fisso da raggiungere – chiarisce Bologna – Queste ricerche hanno bisogno di tempo: tempo necessario a correlare un fenomeno alla dimensione del mutamento, per consentire agli studiosi di analizzare le diverse osservazioni. La nostra idea, comunque, è di pubblicare di anno in anno un piccolo rapporto sui dati che riteniamo importanti e significativi, che potranno riguardare ad esempio la presenza di specie vegetali ed animali, nonché il loro ciclo di vita”.

Fenicotteri, (c) Archivio WWF / Fabio Cianchi Il direttore spiega che occorrerebbe promuovere “la consapevolezza del cambiamento globale che la specie umana sta infliggendo al pianeta”. L’umanità riveste per così dire un “doppio ruolo”: produce e subisce il cambiamento globale , e l’impatto è massimo sulle fasce meno abbienti della popolazione. “Paradossalmente, la crescita dei cosiddetti new consumer , vale a dire Cina, India e i 18 altri paesi che entrano nella fascia del nuovo consumo, ha un chiaro effetto sul pianeta che oggi è del tutto evidente”.

Difficile oggi, secondo Bologna, prevedere cosa succederà tra 5 o 10 anni: “In Italia non è stato fatto moltissimo in questo settore, la ricerca è piuttosto recente: l’insieme di persone che si stanno occupando di questo settore, tuttavia, ci segnalano che è in corso una accelerazione del fenomeno”. Anche nei rapporti internazionali, specifica, le stime attuali superano le più fosche previsioni : “È il messaggio che stiamo cercando di trasmettere al mondo politico: questa accelerazione sorprende persino la stessa comunità scientifica”.

Proprio dalla politica , dice Bologna, dovrebbe arrivare l’input che potrebbe cambiare il trend: “Non credo si stia investendo davvero sulle fonti di energia rinnovabile: ci sono delle situazioni di nicchia, ma non c’è un indirizzo politico. In questo senso, il dibattito sul nucleare non fa che spostare ancora avanti nel tempo le decisioni necessarie e dirotta gli investimenti su tecnologie che non risolvono il problema: il nucleare richiederebbe la costruzione di almeno 2000 centrali solo nei prossimi 15 anni per fare fronte alle richieste energetiche mondiali, 8000 centrali per arrivare al 2050”. Senza contare il conseguente problema delle scorie.

“Stiamo ipotecando il futuro – sottolinea Bologna – Continuiamo a fare scelte vecchie, non investiamo nel nuovo: non facciamo scatenare l’industria del nuovo”. Secondo il direttore, ad esempio, le scelte di Bush “hanno fatto perdere 8 anni al pianeta”, mentre occorrerebbe “Un Obama di turno o chiunque altro che cambi questa politica, che sblocchi un meccanismo a cascata che causi effetti positivi in meno tempo: meno si investe, più rimaniamo in un loop vecchio e in una dimensione da cui sarà più difficile uscire dopo”.

“Questo giochino tra fossile e nucleare non ci aiuta” prosegue Bologna. E dire che, secondo lui, davanti all’umanità si prospetterebbe una vera rivoluzione energetica : “Ma se questa rivoluzione non viene capita e praticata, se non si capisce quali saranno le nuove forme di energia e di distribuzione dell’energia”, allora la rivoluzione non comincerà. “Mi lasci citare Einstein – conclude il direttore – che era solito dire che i problemi non si risolvono con la mentalità che li ha creati “.

a cura di Luca Annunziata

Foto su gentile concessione: Archivio WWF / Muzzi, Cianchi, Cambone-Isotti

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31 07 2008
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