Effetti di censura, cosa accadde a Radikal?

Fu uno dei primi episodi di censura a suscitare attenzione nei media. Ma oggi, della rivista delle polemiche, non si ha più notizia


Web (internet) – Nel 1996 aveva destato scalpore il caso della censura sulla rivista tedesca di estrema sinistra “RADIKAL”, ma siamo sicuri che si sia conclusa con una vittoria della libertà d’espressione, come dicono i libri?

Il 2 settembre 1996 la Procura Federale tedesca inviò all’ ICFT , l’associazione dei provider tedeschi, la richiesta di oscurare il sito del provider olandese XS4ALL , contenente la versione on-line della rivista delle sinistra extraparlamentare “RADIKAL”, sospettata di gravi reati come il fiancheggiamento di organizzazioni terroristiche e l’apologia di reato.

Non solo l’associazione si rifiutò di eseguire questa censura, ma, al contrario, l’effetto dell’ordinanza fu molto differente da quello desiderato: nel giro di pochi giorni decine di navigatori abbracciarono la causa della libertà d’espressione in rete, pubblicando a loro volta un mirror della rivista e dando a questa pubblicazione una diffusione ed una pubblicità ancora maggiore di quanta non ne avesse mai avuta in precedenza.

In un comunicato stampa del 3 settembre, l’ ICFT spiegò le ragioni del proprio rifiuto ad eseguire l’ordinanza della procura federale: in primo luogo dichiarando l’impossibilità tecnica ad oscurare nei modi e nei tempi richiesti dalla magistratura i siti incriminati, e, più in generale, affermando l’inutilità pratica di una soluzione simile, visto che, di conseguenza, sarebbe stato necessario estendere questa censura anche a tutti i siti mirror che, nel frattempo, si stavano creando in rete, con conseguenze gravi per l’intero settore delle comunicazione on-line.

In seguito alle minacce della Procura generale di incriminarla per favoreggiamento, la ICFT fu “costretta” ad eliminare la possibilità di collegarsi ai siti contenenti la rivista “RADIKAL”, ma, da parte sua, il sito XS4ALL che, ricordiamo, non ebbe alcuna comunicazione ufficiale da parte della Procura, da un lato intraprese azione legale nei confronti dei magistrati per ottenere un risarcimento economico, dall’altro decise di modificare costantemente gli IP del proprio sito, in modo da rendere del tutto inutili le barriere imposte ai provider tedeschi.

Dopo poche settimane, vista l’inefficacia di queste misure, la procura accolse la richiesta della ICFT di non proseguire nella loro applicazione.


A prescindere dalle valutazioni sulle gravi accuse rivolte a questa pubblicazione, l’iniziativa della magistratura tedesca apparve estremamente significativa: si trattava, infatti, del primo caso di censura di materiale politico su Internet operata in un paese europeo.

Come si può riscontrare nella “questione Compuserve ” (Sempre nel 1996 il provider tedesco di questa azienda fu indotto dalla magistratura a sospendere 200 newsgroup sospettati di contenere materiale osceno), in Germania più che in altri paesi si è affermata in maniera decisa la tesi della piena responsabilità del provider sui contenuti ospitati, in analogia con la figura del direttore responsabile di un giornale.

Partendo da queste basi, non stupisce la conclusione che il fornitore di accesso alla rete possa essere considerato imputabile di favoreggiamento nel momento in cui dichiarasse di… non avere i mezzi tecnici necessari per effettuare l’oscuramento di un sito contenente materiale oggetto di inchiesta.

Appare inoltre chiara la scarsa dimestichezza della magistratura riguardo le dinamiche della comunicazione telematica e gli aspetti tecnici della rete: come sappiamo, l’interpretazione in analogia delle leggi esistenti, non mediata dal riconoscimento delle caratteristiche peculiari delle reti telematiche, può portare ad effetti molto differenti da quelli prefissati.


I testi che si occupano di questa vicenda si interrompono a questo punto, dichiarando una clamorosa vittoria della libertà d’espressione. Ma, nella realtà, come è andata a finire?

Davvero la scaltrezza di un provider particolarmente sensibile alla causa dell’espressione politica della rete è stata in grado di annullare gli effetti di un’ordinanza della procura federale tedesca?

Le cose non sembrano stare esattamente così: dal 1996 ad oggi la rivista “RADIKAL” è stata in grado di pubblicare un solo numero.

Addirittura da un anno e mezzo non ci sono più notizie riguardo questa rivista, nemmeno nella sua forma cartacea, come confermatoci dalle librerie tedesche ed olandesi specializzate nella diffusione di scritti “estremistici” che abbiamo consultato.

Una provocazione: siamo sicuri che il moto di solidarietà creatosi a livello mondiale e la relativa pubblicità scaturita dalla vicenda, non si siano trasformati in un abbraccio mortale?

Se in un primo tempo, l’interesse dei media ha avuto l’effetto di aumentare enormemente l’attenzione nei confronti di questa rivista, a lungo andare questa stessa attenzione ha reso molto più complicato continuare ad operare.

Certamente “RADIKAL” ha vinto la sua battaglia “on-line”, ma, nei fatti, ha perso quella “off-line”, la più importante, quella che si svolge nel “mondo reale” e proprio questa differenza dovrebbe far meditare chi ripone tante speranze nelle potenzialità democratiche di Internet.

Chiunque fosse in grado di fornire ulteriori notizie riguardo il destino di questa rivista ed, eventualmente, le ragioni della sua chiusura è pregato di contattare la nostra redazione.

Ferdinando Boccazzi Varotto

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