Europa, e-anonimato in pericolo

Allo studio del Parlamento europeo una proposta che deve far riflettere, perché rischia di schiacciare l'anonimato digitale senza averlo compreso fino in fondo. Si parla di lotta al crimine


Roma – Un report di Wired ha portato la cosa all’attenzione di molti, ma da tempo se ne parla e le proposte si moltiplicano: anche in Europa c’è chi vuole dare un taglio all’anonimato in rete. All’attenzione del Parlamento europeo si trova una proposta che, se passasse in sede comunitaria, potrebbe legittimare i singoli stati a varare norme per limitare le possibilità di identità digitale anonima concesse dalla rete.

Le motivazioni di un simile orientamento sono sempre quelle: internet è un veicolo in più per la criminalità organizzata, il terrorismo, la pedofilia violenta e via elencando gli orrori del mondo. E la proposta all’esame del Parlamento prende prima di tutto di mira i remailer anonimi, ovvero i servizi di posta elettronica che sulla rete consentono di inviare messaggi “senza lasciare tracce”. Remailer che sono considerati da anni da certa stampa e certa politica l’origine dei “mali della rete”.

La “storia” dell’anonimato digitale in Europa parte nel 1997, quando la Commissione europea approva una direttiva “controcorrente” che suggerisce “lo sviluppo di servizi di telecomunicazioni alternativi, come quelli per i pagamenti online, in grado di garantire l’anonimato”. Nello stesso anno una legge tedesca afferma che i provider dovrebbero pensare a “uso e pagamento anonimo” per gli abbonamenti di accesso stipulati dai propri clienti.

Ma l’orienamento generale è già cambiato quando, l’anno scorso, un documento di studio della Commissione europea inizia a parlare di un “codice di condotta” dei remailer, suggerendo che alcune restrizioni sul loro utilizzo già previste in altri settori potrebbero essere applicate anche a questi servizi online. Poi, lo scorso gennaio, una parlamentare europea belga, Oussama Cherribi, solleva polvere dichiarando che navigare su web in modo anonimo “dovrebbe costituire un crimine, e l’anonimato totale dovrebbe essere considerato un reato a tutti gli effetti”. Forse non si sbaglia chi ritiene che l’orientamento attuale possa essere ricondotto anche ad uno studio della Casa Bianca che negli States suggeriva, nei mesi scorsi, l’imposizione di restrizioni sui servizi pensati per “anonimizzare” l’utente internet.

Ora però la proposta comunitaria sembra destinata a prendere forma, vista la raccomandazione alla sua approvazione pervenuta al Parlamento europeo dalla Commissione per le libertà .

Ma cosa accadrebbe se la proposta passasse? Il primo chiaro effetto sarebbe quello di spedire al di fuori dell’Unione europea eventuali remailer che dovessero trovarsi nel territorio di stati che adottino normative di questo genere. Per quanto estesa, infatti, la sovranità dell’Unione e dei paesi che la compongono rimane territorialmente e giuridicamente limitata. (continua)


“Uscire dalla UE”, però, costituisce una possibile “soluzione” ma soltanto parziale per la difesa dell’anonimato, perché una normativa del genere, nelle sue conseguenze più estreme, potrebbe impattare su tutto ciò che va dal login anonimo alla rete alla creazione di siti web di lavoro. In altre parole, se l’ottica è quella di consentire sempre un facile controllo della paternità di un comportamento digitale, la vita diventerebbe progressivamente sempre più difficile per chi vuole far perdere le proprie tracce quando naviga sui siti del web, utilizza i newsgroup o invia messaggi di posta elettronica. Ciò vuol dire che, se passasse, la proposta potrebbe effettivamente rappresentare un pericolo per l’anonimato digitale.

La sensazione, però, è che non si sia compresa la portata e il rilievo che l’identità anonima sulla rete rappresenta. La prima considerazione che dovrebbe saltare agli occhi di qualsiasi legislatore è il suo esatto opposto, ovvero la incredibile facilità con cui possono essere tracciati già oggi i comportamenti online degli utenti internet. Che lo si voglia o meno, con o senza trasparenza sui metodi, la raccolta delle tracce lasciate da chi naviga online o utilizza servizi di rete è una delle attività digitali che stanno conoscendo lo sviluppo più rapido. E questo perché la gestione dei dati utente rappresenta uno dei mattoni della “new economy”. Le nuove esigenze della pubblicità e la targetizzazione esasperata dei messaggi promozionali sono infatti i due motori antiprivacy da cui siamo tutti travolti. E le tecnologie elettroniche dedicate all’analisi dei dati sono, in questo caso, nient’altro che uno strumento del Grande Occhio.

Ma l’anonimato è anche protezione della debolezza di chi può via internet dialogare dei propri problemi, o dei propri traumi, senza dover mettere necessariamente in gioco il proprio volto. Una “valvola di sfogo” i cui effetti positivi sono al centro di una imponente letteratura nel mondo della psicologia fin dal primo diffondersi di internet.

Se si comprende cosa oggi si vive in rete, a quali pericoli è esposta la privacy di ciascuno e la libertà dei comportamenti digitali, non si può in buona fede ritenere utile chiudere uno dei pochi strumenti rimasti per la difesa della propria individualità nel mondo cyber e, quindi, nel mondo “fisico”.

Queste sono solo le prime preoccupazioni che mi assalgono in queste ore. Preoccupazioni che fanno apparire troppo semplicistica la posizione di chi si preoccupa che la rete sia utilizzata per scopi illeciti. Questo è senz’altro vero, come è vero che anche un’automobile può essere trasformata in una macchina da offesa o in un’arma omicida. Ma non per questo, o perché inquina, si impedisce a tutti il suo uso.

Forse, ahinoi, qualcuno crede che imponendo più bassi limiti di velocità tutte le auto, indistintamente, rallenteranno.

Paolo De Andreis

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