La Five Eyes invoca una backdoor per i dispositivi

L'alleanza formata da Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda chiede alle tech companies l'inclusione di una backdoor nei device.

L’incontro andato in scena la scorsa settimana tra i membri dell’alleanza Five Eyes ha portato alla formulazione di alcune precise ed esplicite richieste rivolte alle tech companies. Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda hanno sottoscritto un documento che chiede (ma non impone, per ora) ai produttori di dispositivi l’inclusione di una backdoor a cui le autorità possano eventualmente ricorrere per condurre le indagini.

Una backdoor per le autorità

Se la domanda non verrà accolta, i governi potranno mettere in campo iniziative e misure di tipo tecnologico o legislativo al fine di accedere ai dati, con o senza la collaborazione delle aziende interessate. Insomma, ci risiamo: si invoca una backdoor di stato, una via d’accesso diretta alle informazioni degli utenti attraverso la quale abbattere il muro eretto dai sistemi crittografici. Una richiesta formulata senza tener conto di ciò che comporterebbe un utilizzo malevolo dello strumento da parte di soggetti terzi non autorizzati.

Difficilmente realtà come Apple, Google, Samsung, Amazon e gli altri protagonisti del mondo hi-tech sceglieranno di piegare il capo e sottostare a quello che, a conti fatti, al momento nemmeno costituisce un obbligo. Per l’esigenza di tutelare i propri utenti e clienti, anzitutto, mostrando loro l’interesse e l’impegno nella salvaguardia della privacy. Poi considerando che invocazioni simili potrebbero arrivare da altri paesi e altre istituzioni.

Più controllo sui contenuti

Un altro documento frutto dell’incontro si riferisce invece alle azioni da mettere in campo con l’obiettivo di contrastare gli utilizzi illeciti dei servizi online. Il focus è su protezione dei minori, lotta al terrorismo, agli estremismi e ai contenuti violenti. Obiettivi da raggiungere attraverso la creazione di tool e l’adozione di sistemi descritti in una serie di linee guida suggerite da Five Eyes, che riassumiamo in un elenco puntato.

  • Funzionalità in grado di prevenire l’upload di contenuti illeciti o di rimuoverli in modo rapido in caso di caricamento;
  • tecnologie basate su operatori o sistemi automatizzati per il medesimo scopo;
  • integrazione delle misure di protezione dell’utente nelle piattaforme e nei servizi;
  • determinazione di nuovi standard e maggiore supporto alle realtà professionali più piccole nella creazione di strumenti finalizzati a contrastare la circolazione dei contenuti illeciti;
  • sviluppo di sistemi in grado di contrastare le interferenze di altri paesi e la disinformazione;
  • impegno condiviso nel prevenire il live streaming di abusi su minori.

Un passaggio in particolare del documento sottoscritto, qui riportato in forma tradotta, mette in luce come gli obiettivi dell’alleanza siano del tutto condivisibili, sebbene perseguiti attraverso misure dalla natura discutibile o quantomeno poco lungimirante, come nel caso della backdoor. Se la tutela delle normative e di conseguenza dell’utente devono passare da una compromissione delle misure o dei sistemi messi in campo con il medesimo scopo, forse non si sta percorrendo la strada giusta.

Il nostro impegno mira a creare un Internet aperto e sicuro, che sappia offrire una connettività globale, un miglior accesso ai servizi, un nuovo modo di fare business e di condividere notizie o informazioni. Riconosciamo però come la natura anonima, istantanea e connessa dell’ambiente online abbia ingigantito i pericoli che ci troviamo a fronteggiare, spalancando le porte all’avvento di nuovi pericoli. Siamo determinati a far sì che le tecnologie sviluppate per tutelare la libertà e la prosperità non vengano sfruttate da coloro che promuovono terrorismo ed estremismo, da chi mette a rischio i nostri figli o fa disinformazione al fine di minare la solidità delle nostre istituzioni democratiche.

Fonte: GOV.AU

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