Rapporto AGCOM: la qualità è offline?

Il meritevole rapporto AGCOM sul sistema informativo in Italia porta avanti un forzoso distinguo tra informazione offline e informazione online.

Rapporto AGCOM: la qualità è offline?

Un rapporto AGCOM (pdf da indagine conoscitiva ) che punta a mettere in luce le dinamiche relative al rapporto tra news e fake news si dimostra in realtà qualcosa di molto più ampio e meritevole. Il testo, infatti, si nutre di una grande mole di dati restituendo uno spaccato molto più generale del quadro informativo nazionale, esplicitando una serie di paradigmi che consentono di capire meglio molti aspetto dell’informazione odierna nel nostro paese.

Ma l’analisi sembra altresì indirizzata anche a qualcosa di ulteriore e ben più opinabile: i dati raccolti per dimostrare il peso delle fake news diventano materia con cui cercare di dimostrare la differente valenza tra il giornalismo tradizionale e quello online. E su questa forzatura (non certo sulla qualità del report, di grande importanza per metodo e finalità) ci permettiamo di avanzare più di un dubbio.

Offline = qualità?

L’aspetto decisamente opinabile del report è l’interpretazione di un dato oggettivo che potrebbe facilmente portare a trarre conclusioni semplicistiche. Appare infatti evidente dai dati come le testate online producano proporzionalmente molta informazione in rapporto al numero di giornalisti impiegati, il che porta gli autori del report a concludere che il giornalismo “su carta” sia più approfondito e meditato, mentre quello “su bit” più superficiale e rapido.

Quantità di informazione e di giornalisti

Le fonti online sarebbero dunque tutte al di sopra della “curva di produzione” per fattori oggettivi:

Tale circostanza segnala un sovrautilizzo del fattore produttivo (giornalisti) impiegato, atto a riverberarsi negativamente sulla qualità del prodotto finale. In questo caso, infatti, i giornalisti, nel produrre i contenuti informativi, si trovano a dover conciliare lo svolgimento delle proprie mansioni, da un lato con la velocita dei tempi di aggiornamento richiesti dall’informazione online e, dall’altro, con le logiche di monetizzazione dei contenuti online spesso basate sull’attrazione del maggior numero di click.

E’ nostra opinione il fatto che occorra dissociare i dati da questa conclusione, non vedendo in ciò alcun nesso consequenziale: soprattutto, la qualità va pesata su altri parametri, poiché budget, storicità, stipendi, condizioni contrattuali, dinamiche di pubblicazione e altro ancora possono influire pesantemente sui numeri e la loro conseguente interpretazione. I fatti, inoppugnabili e ben presentati dal report, non vanno dunque tirati per la giacchetta: la qualità dell’informazione non si misura dal numero dei giornalisti, né dal numero degli articoli. Inoltre tra online e offline le priorità sono differenti, poiché c’è una differenza sostanziale tra il pubblicare le notizie una volta al giorno ed il pubblicarle all’interno di un flusso continuo, costantemente aggiornato e interattivo. Alla mente tornano le polemiche relative ai confronti tra le enciclopedie e Wikipedia: è solo una nostra suggestione?

Il fatto che i giornali siano posizionati sulla mediana in questo quadro statistico viene visto come una nota di merito:

All’interno del mezzo, i giornalisti sono dedicati essenzialmente alle mansioni più tipiche della professione (essendo i quotidiani interamente dedicati all’informazione) e non scontano la ristrettezza dei tempi dettata dalla necessita di pubblicazione costante nell’arco della giornata, potendo così dedicare maggiore cura e attenzione all’aspetto qualitativo.

Il report insiste su questo punto mostrando un grafico ulteriore che vorrebbe dimostrare come l’informazione online sia di minor qualità rispetto a quella cartacea:

Reputazione

Il concetto di “reputazione” è però chiamato in causa in modo poco trasparente, poiché nel calderone dell’online c’è tutto, mentre il paniere del cartaceo è per sua natura selezionato. Il concetto di “reputazione” dovrebbe essere pesato insomma in modi differenti, soprattutto se la valutazione delle “testate online” viene fatta al netto dei “siti di quotidiani” (da una parte la reputazione viene considerata non per testata, ma per “mezzo”; dall’altra, si valutano le testate online non considerando il mezzo, ma dividendole per “testata”: qualcosa non torna).

Le conclusioni raggiunte, quindi, sembrano un tentativo di accreditamento forzoso delle testate offline, o forse un vizio interpretativo legato al fatto che l’informazione “tradizionale” è considerata uno standard ed ogni deviazione dalla media identifica un minus.

Tali considerazioni sono relative al primo capitolo del report AGCOM: una importantissima raccolta di dati, come indicato, che sembra però strumentalmente usata per accreditare certi giornalismi invece di altri. Una forzatura che non servirebbe, poiché l’online ha già ben altri problemi da affrontare: i sistemi di ricerca e la viralità social poco possono fare per far emergere in modo meritocratico l’informazione di qualità, ed è così che spesso e volentieri i brand (anche quelli “over the top”) si rifugiano nella quantità per fare incetta di numeri. I problemi dell’informazione online sono molti e sono noti, ma a questi non va aggiunta per forza di cose una eccessiva responsabilizzazione dei professionisti dell’online, soprattutto attraverso paragoni con l’offline.

Le riflessioni sul Giornalismo non possono più galleggiare su divisioni basate sul mezzo, soprattutto, poiché il flusso è unico e intrecciato: le televisioni costruiscono i propri palinsesti basandosi su Facebook, i telegiornali costruiscono le ultimora basandosi su Twitter, le radio costruiscono i propri talk basandosi sui trend topic e viceversa i social iniziano la mattinata basandosi sulle rassegne stampa. La qualità sta nel lavoro, nelle persone, nell’esperienza, nell’abnegazione, nella ricerca, nell’organizzazione. Non nel mezzo.

 

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