Giustizia italiana e Internet, due mondi a parte

Cinque anni fa il regolamento che avrebbe dovuto rivoluzionare i processi civili. Ora il CNR avverte: la revolution dell'e-justice è lontana, i sogni si trasformano in utopie. Le iniziative sono paralizzate. Nicolais: niente paura

Roma – Chi sperava che l’era dell’informazione e del computing potesse rivoluzionare il modo in cui la Giustizia italiana gestisce i suoi processi, i suoi documenti e la sua burocrazia dovrà ricredersi: a cinque anni dal regolamento che avviava le riforme del processo telematico e delle sentenze online ben poco è stato fatto , da fare c’è ancora molto, moltissimo, e gli obiettivi prefissati sono già saltati.

Ad affermarlo e fare il punto sulla disastrosa situazione dell’IT nei tribunali nostrani è il CNR , il cui Istituto di ricerca sui Sistemi giudiziari (IRSIG) parla di possibile collasso degli uffici giudiziari : su di essi pesano la bellezza di 9 milioni di processi pendenti e 2,5 milioni di reati denunciati ogni anno. Una “macchina farraginosa”, dicono gli esperti del CNR, che potrebbe però beneficiare dell’informatica e di internet nel senso dell’efficienza, della trasparenza e della qualità. Potrebbe, appunto, il condizionale è d’obbligo.

Le affermazioni del CNR sono il diretto risultato di una indagine, Tecnologie per la Giustizia , che mette a confronto l’amministrazione giudiziaria italiana con quella di altri paesi, e il Belpaese ne esce con le ossa rotte . Lo chiarisce Giuseppe Di Federico, direttore IRSIG: “Dal punto di vista meramente tecnologico il ministero della Giustizia ha fatto passi in avanti nella realizzazione delle infrastrutture di base, grazie soprattutto ai cospicui e crescenti fondi investiti durante gli anni ’90 e sino al 2001. Tuttavia, se si guarda alle tecnologie di supporto al lavoro di cancellieri e magistrati, per non parlare dell’e-justice, cioè dell’utilizzo delle reti informatiche per scambiare dati e documenti giudiziari, i risultati sono assai poco soddisfacenti. Un significativo numero di iniziative avviate non sono state portate a termine, per motivi diversi. La successiva riduzione degli stanziamenti, causata dalla contrazione della spesa pubblica, ha poi provocato la paralisi del ministero , intrappolato in progetti eccessivamente complessi che non riescono ad abbandonare la fase sperimentale per gli alti costi di sviluppo e implementazione”.

Processo civile telematico
Ci si aspettava molto dal progetto di trasformazione del procedimento civile, un sogno nato nel 2000 che puntava dritto al processo senza carta in cui i vari attori dialogano elettronicamente dando vita al fascicolo elettronico. Ma la via è tutta in salita. “I programmi del Ministero – spiega Marco Fabri del CNR – prevedono la sperimentazione in sette uffici giudiziari pilota e il successivo sviluppo in almeno altri 50. Questo progetto ha comportato una spesa di quasi 5 milioni di euro nel 2003 e di 3,8 milioni nel 2004 “. Ma, vuoi per l’organizzazione degli uffici, vuoi per problemi normativi ed istituzionali, vuoi per le difficoltà di aggiornamento anche culturale dell’amministrazione, “non possiamo – spiegano al CNR – che essere pessimisti in merito alle reali possibilità che il processo civile telematico produca i risultati indicati nel piano triennale per l’informatica 2005-2007: un’accelerazione delle cause di almeno il 20% e un recupero di efficienza nei servizi di cancelleria del 30-40%”.

Ma c’è qualcosa che funziona? Pare di sì: Davide Carnevali, altro ricercatore IRSIG, spiega che “fra gli applicativi funzionanti, ma che necessiterebbero di radicali aggiornamenti vi è il Re.Ge (Registro Generale) per la gestione dei procedimenti penali, installato in tutti i 165 tribunali, nelle relative procure della Repubblica e nelle 26 corti di appello. Però, nei rari casi in cui si è cercato di migliorare l’applicativo a livello locale, abbozzando utili integrazioni con i programmi di videoscrittura per la creazione automatica dei provvedimenti, la Direzione generale Sistemi informativi automatizzati del ministero ha generalmente disincentivato tali iniziative, nel timore di assistere ad un utilizzo del software diverso da ufficio a ufficio senza offrire valide alternative”.

Funziona, dunque, ma non è flessibile . E, d’altra parte, sottolinea un altro ricercatore, Francesco Contini, “carenze consistenti emergono sul fronte dei servizi di interoperabilità. La posta elettronica è diffusa, ma non essendo considerata mezzo ufficiale di comunicazione, spesso è ancora limitata a preannunciare documenti inviati poi via fax o per posta . Il protocollo informatico, invece, è stato attivato ma solo come registro e perciò non consente l’archiviazione e lo scambio di documenti”. Chi ha parlato di firma digitale o posta elettronica certificata in questi anni forse farebbe bene ad andarne a parlare anche al ministero della Giustizia.

Italia nel tunnel
L’indagine del CNR indica che in altri paesi le cose vanno molto diversamente . Alcuni esempi? Nel Regno Unito è possibile ottenere online un decreto ingiuntivo, in Finlandia si può attivare via email un procedimento civile o penale, in Austria si riducono le spese con l’uso del protocollo elettronico. “Questi, come altri esempi di successo realizzati non solo in Europa – spiega il CNR – sono accomunati da una costante attenzione volta a garantirne semplicità di utilizzo e a limitare fonti di complessità tecnologica, normativa e organizzativa molto difficili da gestire”.

“L’approccio italiano – conclude Di Federico – ha finito per proiettare il nostro paese in un tunnel di progetti costosi, difficili da sviluppare e da adottare, e di un apparato normativo sovradimensionato. Se il ministero della Giustizia nei prossimi anni non sarà capace di semplificare sistemi informativi e regole di accesso ai servizi, focalizzando gli sforzi in base a priorità reali, l’e-justice in Italia difficilmente farà passi in avanti. I ritardi vengono sempre imputati alla mancanza delle risorse, senza spiegare perché i passati finanziamenti abbiano prodotto risultati tanto modesti. Senza variazioni nelle strategie, ulteriori risorse aumenteranno solo la sproporzione tra costi e benefici “.

Mentre il CNR rendeva nota la propria ricerca, il ministro all’Innovazione nella PA, Luigi Nicolais, a margine di un convegno ha dichiarato che “interverremo su Sanità, Pubblica amministrazione e Giustizia. Ci sono le condizioni per poter lavorare in maniera più incisiva alle nuove tecnologie”. Dichiarazioni generiche, che arrivano però alla vigilia della presentazione del Piano strategico per l’Innovazione nella PA che avverrà oggi.

Nicolais ha comunque avvertito che sarà varato un disegno di legge per vietare l’uso della posta cartacea tradizionale nella PA , stimolando così l’uso della posta elettronica, compresa quella certificata. “Non dobbiamo fare una rivoluzione – ha anche detto Nicolais – diversamente il sistema si blocca. Dobbiamo realizzare un cambiamento graduale”.

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