Google, aiutaci tu. Solo tu puoi

È la convinzione del premier britannico Gordon Brown, che chiama a raccolta i grandi della net economy. Obiettivo: sostenere lo sviluppo dei paesi poveri. Ma non era competenza dei governi?
È la convinzione del premier britannico Gordon Brown, che chiama a raccolta i grandi della net economy. Obiettivo: sostenere lo sviluppo dei paesi poveri. Ma non era competenza dei governi?

Solleva attenzione la richiesta del primo ministro britannico Gordon Brown, che vuole coinvolgere le maggiori aziende internazionali, compreso Google o banche d’affari come Goldman Sachs, a innescare lo sviluppo nei paesi poveri .

Si sono svolti incontri con venti tra i maggiori player del settore privato, nel tentativo di convincerli a investire capitali e a mettere in campo le loro expertise per migliorare capacità e infrastrutture. Gordon Brown spera così di consentire alla comunità internazionale di raggiungere davvero gli ambiziosi obiettivi sullo Sviluppo fissati dalle Nazioni Unite: entro il 2015 dovranno essere compiuti passi essenziali per contrastare le piaghe che ancora affliggono una parte ampia del mondo, dalla fame alla mancanza di strutture educative, all’assenza di dinamiche imprenditoriali. Secondo un rapporto ONU la scadenza del 2015 potrebbe rivelarsi fin troppo ravvicinata.

“Siamo a metà strada verso il traguardo comune del 2015, ma non altrettanto vicini a ciascuno dei nostri obiettivi, e si avvicina la fase dell’emergenza sviluppo”, ha detto Brown, lanciando una lunga serie di segnali e di riferimenti, incluso quello al G8, su cui si dilunga The Telegraph .

In rete il tema ha destato qualche perplessità. “Si tratta, senz’altro, di lodevoli iniziative – dice Chris Marshall su Gadgetell , riportato anche da Tailrank – Ma non sono problematiche di competenza dei governi piuttosto che dei motori di ricerca?”. E conclude, ironizzando: “È giusto che le grandi enterprise aiutino; forse devono presentarsi alle prossime elezioni?”. “Sarebbe interessante vedere Google aggiungere il primo ministro inglese alla lista dei propri alleati”, si legge su Webpronews . Osservazioni che, come molte altre presenti in rete, allontanano così dallo scenario l’aura dell’azione filantropica.

Il call for action di Brown sta avendo un’eco molto forte in siti e blog di tutto il mondo . Resta da vedere cosa ne pensano i dirigenti delle enterprise interpellate, tenendo conto, come osserva Tim Worstall nel suo blog, che “ciò che queste aziende possono fare per aiutare la crescita di quei paesi è recarsi sul posto, investire, costruire, vendere i propri servizi, insomma, fare soldi. Agire, di fatto, come fanno a casa loro: creare un prodotto che la gente vuole e realizzare così dei profitti”. Cose che, in fondo, forse già fanno, per ragioni di business, non certo per filantropia.

Marco Valerio Principato

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