Grauso: sui domini il festival del delirio

Un provvedimento "raffazzonato" redatto da persone non competenti della rete. Per strada vengono lasciati nodi fondamentali. E il Portale Italia rivela un approccio obsoleto. Il Grauso-pensiero


Roma – “La nostra provocazione sta funzionando”: così Nichi Grauso, ieri, ha aperto la conferenza stampa convocata dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del Disegno di legge sulla questione domini. Grauso ha spaziato su tutti i fronti, dalla proposta del Governo al “Portale Italia”, passando per le problematiche sovranazionali innescate dalla rete e ritornando sulla visione di internet come “solvente sociale”.

“Questa legge – ha affermato l’imprenditore sardo – è stata fatta su misura per me, anche se io non ho mai venduto un dominio né, come ho detto fin dall’inizio di questa vicenda, ho mai avuto l’intenzione di farlo”. “In sé – ha detto Grauso – il provvedimento è un fatto positivo perché significa che si inizia ad affrontare la realtà di internet. Ma va tenuto presente che se si è arrivati a questo DDL lo si deve alla provocazione della registrazione di mezzo milione di domini. L’aspetto negativo della proposta è che va migliorata in molte sue parti”. “Dissento con D’Alema – ha proseguito Grauso – quando dice che bisogna evitare fenomeni di accaparramento come quelli che si sono verificati. Senza la mia azione, di questi problemi non si sarebbe parlato, e l’accaparramento strisciante sarebbe andato avanti senza venire in superficie”.

Anzitutto, Grauso ha rilevato come i divieti e i limiti alla registrazione dei domini, da quelli di località geografica fino ai nomecognome.it, sono stati “ritagliati” sulla lista dei domini che lui ha registrato. Ed emerge una serie di “nodi” fondamentali.

Il primo è il concetto di “tempo massimo” per il “non utilizzo”. “Chi ha redatto questo provvedimento, ha spiegato Grauso, ha ritenuto possibile che entro 90 giorni, cioè tre mesi, l’intuizione di un’attività online che si traduce nella registrazione di un dominio ad hoc si possa trasformare nel suo lancio vero e proprio”.

“Questa legge – ha affermato Grauso – è carente e denuncia una totale incompetenza di chi l’ha costruita”. Ed è una legge razzista, a sentire Grauso, “perché penalizza chi possiede un cognome che fa riferimento anche ad una località geografica”. La legge infatti vieta la registrazione di domini come le località geografiche. “Ma è anche una proposta antidemocratica – ha continuato Grauso – perché tutela solo chi arriva prima. Un dominio come mariorossi.it, cioè, viene affidato al primo Mario Rossi che si registra e negato a tutti gli altri”. “Non solo – ha spiegato Grauso – la legge non prende in considerazione il fatto che chi possiede un dominio di secondo livello con il proprio cognome, è titolare della possibilità di fornire caselle di posta elettronica praticamente infinite, generando fattispecie economiche e di diritto non previste dal DDL”. (continua)


Se verrà approvata, questa legge – secondo Grauso – porterà alla luce altri problemi e contenziosi di cui, dice, “il Governo è bene sia consapevole”. La proposta vuole tutelare sia l’individuo sia il trademark: “Ma come la mettiamo – chiede Grauso – con un dominio come benetton.it? Dev’essere affidato alla multinazionale trevigiana oppure a un qualche fabbro veneto che si chiama allo stesso modo? Chi ne ha più diritto?”. Secondo Grauso questo è un punto fondamentale: “E ‘ una questione dal carattere ideologico essenziale”.

“Ci sono aspetti di questo DDL – ha continuato Grauso – goffi e ridondanti. Come quando si afferma che i domini non possono essere utilizzati per trarne profitto o per provocare un danno. E ‘ come se si volesse punire chi ha acquistato una Bibbia finendo per fare del male a qualcuno lanciandogliela addosso, non per il male che ha fatto ma per l’uso non previsto di un libro come quello”.

Uno dei punti chiave, secondo Grauso, sta nell’estensione di queste regole a tutti i soggetti italiani, anche quando si tratta di domini “altri” rispetto ai domini .it. “Si tratta, ha detto, di un suicidio strategico. Non solo la legislazione italiana non può avere competenze sui domini, per esempio, .com ma solo chi risiede in Italia ne è soggetto. Questo significa che se la legge italiana con queste direttive limita un’attività, quell’attività è destinata a trasferirsi all’estero”. Dovesse verificarsi, le conseguenze di un tale scenario sarebbero potenzialmente notevolissime, per esempio sul piano delle entrate fiscali.

“La legge poi – ha spiegato Grauso – non affronta il problema delle parole che hanno più di un significato. Così il termine rossi è un cognome o un colore? Come cognome non si può registrare, e come colore? Di questi casi ne esistono a decine di migliaia”. “E con i nomi di genere – si è chiesto Grauso – come la mettiamo? Barilla ha registrato 820 domini per tutto ciò che va da pasta.it a biscotto.it. Lo può fare?”

L’imprenditore ha poi messo in luce un altro importante nodo irrisolto. “Se qualcuno volesse, nulla lo vieta, potrebbe registrare l’intero vocabolario italiano con una estensione di dominio di un paese che non ha rapporti giuridici formali con l’Italia. Trasferendo in quel paese la propria attività e i propri server, nulla potrebbe fare una legge italiana penalizzante”.

Abbiamo chiesto a Grauso se ritenesse quindi utile una legge italiana o una legge europea in materia. “No, ha risposto, soprattutto perché i modelli e i paradigmi culturali e di pensiero che avvolgono i nostri governanti appartengono ad un mondo che non ha niente a che vedere con internet”. (continua)


La dimostrazione di questo, secondo Grauso, è l’idea che sta dietro al Portale Italia, il sistemone del madeinItaly “spinto” dal governo D’Alema: “In sé è positivo il Portale Italia, perché consente di parlare di internet e di sensibilizzare tutti all’argomento, ma sono progetti che tradiscono, da parte di chi li fa, l’intenzione di voler organizzare consenso e istituzionalizzare la rete cercando di imporre modelli che non sono pertinenti con internet”.

Ma Grauso non teme che Portale Italia possa avere conseguenze negative per la rete in sé. “Sarà – ha detto – un sistema non fruito perché generato da uno stato, o se si preferisce da un regime, che utilizza male la rete. Bastano tre ragazzi in gamba che conoscono internet per realizzare uno strumento più efficiente”. Questo può accadere, ha sottolineato Grauso, perché sulla rete non ci sono barriere all’ingresso, tra due siti un utente sceglie quello migliore e non quello che è di una multinazionale piuttosto che di un Governo.

Uno dei problemi sta anche nel lessico utilizzato. “Oggi siamo abituati a sentire parlare di web – ha detto Grauso – come se fosse internet. Ma il web è solo uno dei camion che corrono sulle strade, ovvero su internet, come l’FTP o la posta elettronica. Allo stesso modo si parla di cybersquatting senza sapere esattamente che significa”. Cybersquatting è la pratica, vietata negli USA e ora anche da noi, di acquistare il dominio corrispondente ad un trademark cercando poi di rivenderlo a chi dispone del trademark. Non è cybersquatting il commercio dei domini in sé o, come dice il Disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri, “per trarne profitto”.

“Uno stato che voglia dare un minimo di struttura normativa sulla rete, – ha continuato Grauso – non può prescindere dalla conoscenza anche degli aspetti tecnici, e non può tirare fuori un progetto raffazzonato”. Ma la proposta ora andrà in Parlamento. “La discussione, ha detto Grauso, sarà interessante, perché loro la rete la vedono come una sorta di televisione, per cui ogni aspetto degli interventi sarà un festival della follia, del delirio”.

E quindi? “La legge – ha spiegato Grauso – se proprio si deve fare la rifarei daccapo, tenendo conto che non sappiamo cosa sarà la rete domani; ma dovendo creare una norma, almeno va previsto tutto ciò che già sappiamo della natura di internet. Sulla rete non ci sono modelli solidi o invalicabili, è tutto un divenire e qualsiasi normativa deve tenere presente tutto questo”. “Occorre – ha concluso – decostruirsi per pensare alla rete, liberarsi dei vecchi paradigmi ed approdare a nuovi modelli. La rete è un solvente sociale, un giorno non ci saranno più città perché sarà annullato il senso della loro esistenza: le conseguenze sono enormi e non si può sperare che una norma che fa acqua da tutte le parti possa risolverle”.

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