Il MIT europeo non si farà

E se si farà sarà qualcosa che non ha nulla a che vedere con il prestigioso istituto americano. La chiave in un rapporto commissionato dall'Unione Europea
E se si farà sarà qualcosa che non ha nulla a che vedere con il prestigioso istituto americano. La chiave in un rapporto commissionato dall'Unione Europea

È stato un sogno coltivato a lungo in alcuni paesi europei, Italia compresa, ma la possibile costituzione di un “MIT europeo”, ritagliato sul modello del MIT americano, si fa di ora in ora più lontana. L’ultima conferma arriva da uno studio commissionato dall’Unione Europea, che sembra archiviare definitivamente l’idea di un istituto di ricerca scientifica e tecnologica centrale .

Il rapporto UNU (United Nation University) prende infatti in considerazione la natura distribuita della ricerca europea, che fa i conti con nazionalismi e gelosie dei singoli paesi, con casi di eccellenza e con difficoltà di tipo logistico, immaginando un EIT (Istituto europeo della Tecnologia) che sia invece distribuito .

Come osserva Qwerty , “il nuovo report solleva i problemi della centralizzazione (serve davvero per il trasferimento tecnologico, settore nel quale molti paesi europei non hanno bisogno di aiuto?) e del finanziamento, per il quale l’Eit potrebbe entrare in conflitto con lo European Research Council. E propone quindi di dar vita a molti Eit decentrati, legati alle università e specializzati in un campo multidisciplinare, che abbiano accesso anche a fondi extra, liberati dal disavanzo dell’Unione. Un European Institute of Technology per tutti i gusti”.

Nello specifico, l’idea è quella di legare i diversi EIT ad importanti realtà universitarie nei singoli paesi, aggirando in questo modo un clima di sfiducia che proveniva proprio dagli ambienti universitari e dando invece vita ad una sorta di nuova concorrenza sotto il profilo della ricerca tecnologica.

“La competizione – spiega UNU – porterebbe alla selezione di proposte per solidi consorzi regionali o nazionali che vogliano ospitare un EIT. Un terzo dei fondi arriverebbero dall’Unione Europea, un terzo sarebbe di origine regionale o nazionale ed un terzo da soggetti pubblici e privati”.

“Sarebbe esattamente il contrario del Mit – chiosa Qwerty – che deve la sua forza anche alla sua collocazione – non è un caso se a Cambridge, sede del Mit, basta attraversare la strada per trovare palazzi colmi di start-up biotecnologiche. Lì, il trasferimento tecnologico si può letteralmente fare a mano”.

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11 04 2007
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