Il naso dei discografici

di Paolo De Andreis - Per brandire una legge devastante per fare i propri interessi costi quel che costi, anche mandando all'aria le promesse della rivoluzione digitale, è sufficiente non guardare oltre il proprio naso
di Paolo De Andreis - Per brandire una legge devastante per fare i propri interessi costi quel che costi, anche mandando all'aria le promesse della rivoluzione digitale, è sufficiente non guardare oltre il proprio naso


Roma – Si dicono felici che il ministero della Giustizia americano la pensi come loro e non si rendono conto che imporre ad un provider di fornire l’identità di un proprio utente senza un ordine della magistratura significa uccidere una porzione consistente di libertà.

Il caso è quello stranoto che contrappone le major della RIAA al provider Verizon, a cui queste chiedono di rivelare il nome di un utente colto a condividere sui sistemi di file-sharing 600 file musicali di artisti molto noti. Verizon resiste, sostenendo che senza un ordine del magistrato quel nome non lo può rivelare; ma ora dalla parte della RIAA si è schierato il dipartimento della Giustizia, e questo è destinato ad avere un peso enorme nel giudizio.

Dimostrando una cecità storica e sociale senza pari, i legali delle major brandiscono il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) per sostenere, in qualità di titolari di copyright, il diritto di chiedere ai provider i nomi degli utenti senza mandato di un giudice. Verizon cavilla per difendersi ma è ovvio che, se questo principio dovesse passare, la RIAA e tutti coloro che detengono copyright potranno d’ora in poi mandare diffide a destra e a manca ad utenti internet, senza alcun controllo da parte della magistratura.

Questo si traduce nella possibilità legale per chi detiene un copyright negli Stati Uniti (ma, attenzione, in Italia è già passata l’equivalente normativa europea EUCD) di minacciare iniziative legali pressoché contro chiunque, preannunciando azioni legali che potrà poi permettersi di non fare (difficile credere che un singolo utente decida di contrapporsi ad uffici legali da decine di milioni di dollari per difendere la propria posizione).

Ora, tutto questo non è roba nuova, il DMCA esiste dal 1998. Ma il caso Verizon-RIAA è destinato a fare scuola e a creare il precedente che potrà consentire alle major di perseguire gli utenti del file-sharing senza passare per il vaglio di una terza parte istituzionale. O di non perseguirli, limitandosi a determinarne i comportamenti a suon di minacce e diffide.

A fronte di tutto questo leggere la seguente dichiarazione di Matthew J. Oppenheim, uno dei capi della RIAA, è del tutto deprimente: “I detentori di copyright hanno il diritto chiaro e senza ambiguità di determinare chi viola il proprio copyright online”.

È giunto il Far West e queste major applaudono, arrogandosi un primato da improvvisati sceriffi che nulla devono giustificare, nemmeno quando si tratta di corrodere le grandi promesse della rivoluzione digitale.

Paolo De Andreis

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22 04 2003
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